Mentre scrivevo ieri un’altra poesia
mi scendevano le lacrime
lacrime di rabbia, sai?
Dal campo mi battevano in testa i colpi del pallone,
il grido dei tifosi inferociti,
mi frugavo nelle tasche
cercando gli ultimi soldi,
lacrime da far pena mi scendevano,
mentre pensavo ai ferrovieri in sciopero,
la mobilitazione, il dollaro in aumento,
stavo scrivendo un’altra poesia,
non questo libello, un altro
dove secondo il mio dovere di poeta
cantavo l’usignolo d’arcobaleno
e la caduca stella della bellezza,
mi tremavano le mani al pensiero della guerra,
di una bomba H per esempio a Buenos Aires,
che rimarrebbe di queste strade amate,
di tanta gioventù divina,
dei mercati, le osterie, gli alberi,
l’angolo trepidante per trovarsi con l’amore.
Piangevo da far pena
mentre i versi mi uscivano ridendo
ché la gente ha bisogno che le ispirino fiducia,
ha bisogno d’essere contenta, d’essere aiutata un poco,
per lo meno con un verso divertente…
Beh, vecchio mio, piangevo come un disperato,
fabbricando strofe secondo l’aurea regola,
sentivo intanto la radio che parlava di democrazia,
rompevano le palle con l’austerità e coi prestiti,
non dicono alla radio: – Indulto per gli scioperanti -,
non dicono alla radio: – Le forze armate fanno contrabbando -,
non dicono alla radio: – Il presidente combina fesserie,
gli fanno pressioni,
tradisce il programma -,
che esca e parli al popolo,
dica al popolo quello che succede,
signor presidente, le assicuro,
che il popolo si butta se ce n’è bisogno,
dipendono da lei tante di quelle cose,
ma la radio non dice: – S’è approvata la riforma agraria -,
alla radio non dicono i nomi dei prigionieri politici,
alla radio non dicono chi ha ucciso Satanowsky e Ingalinella,
alla radio non dicono una merda,
dagli solo con boleri e giochi a quiz,
i giornali son lo stesso,
a che cazzo servono i giornali,
contan balle sull’oriente,
contan balle sull’occidente,
le riviste ci distraggono con qualche puttanella seminuda;
vecchio mio, è una vergogna, pensavo a tutto andare,
siamo tanti ad essere stufi che continui la baldoria,
mi diceva il giornalaio:
- ‘Sto paese è una cagata!
- Non è vero, ’sto paese
è buono come qualunque altro!
Mi disse allora:
- Il popolo non vale una cicca!
- Abbiamo un popolo buono come qualunque altro!
Mezzo incazzato il giornalaio domandò:
- Che cristo capita allora?
e cominciarono allora a scendermi le lacrime,
e cominciai allora a sentire che i versi civili
mi davano tremendi calci nella mano
e mi facevano saltare le cervella come una revolverata
e mi davano nel sangue tremendi scossoni brutali,
non ne potei più di sopportare le solite amarezze,
e sentii allora che alla radio dicevano stronzate
e che il prezzo dei giornali si paga per stronzate
e mi ricordai del colpo di Uriburu,
della settimana tragica,
mi ricordai di Castillo e di Peròn e la scossa elettrica
e la Rivoluzione Liberatrice
mi ricordai dell’Operazione Massacro e delle fucilazioni,
e dei morti di Cordoba e mi ricordai
dei crivellati in Plaza Mayo.
mentre mi ricordavo del continuismo
e la campagna elettorale e l’elezione del popolo
e l’ascesa del presidente che era l’unica speranza
poichè più o meno aveva lottato tutta una vita,
e poi mi ricordai di quello che successe con la Cade
e con l’Ansec e con il gruppo Benberg,
e mi ricordai dell’acquisto della portaerei,
e l’Articolo Ventotto,
la manifestazione per l’Insegnamento Laico,
le bombe di gas lacrimogeni,
e mi ricordai di tutto man mano che i versi mi apparivano tra le lacrime,
(per esempio i latifondi che affogano il paese di tecka là nel sud),
mi ricordai di tutto,
anche Villa Miseria è America,
(dicevano del Tigre Millàn: – E’ coltellaro e ubriacone
il negro cencioso),
mi ricordai di tutto,
i contratti con la Loeb,
lo sciopero dei petrolieri di Mendoza,
le concessioni alla Shell e alla Standard Oil…
- ci fottono che è una bellezza! –
mentre ieri scrivevo fra le sbarre ’sta poesia,
che lacrime scendevano, da far paura.
Sa cosa capita, -
dissi, – Si rende conto di quello che capita,
pensi, – dissi,
(il giornalaio non vedeva le lacrime),
(il giornalaio si chiudeva le orecchie,
due o tre coglioni ridevano di me);
ma lo sa cosa capita -,
(mi correva incontro un arrabbiato poliziotto),
(il poliziotto mi strapazzava per il braccio),
CHE LO STANNO MACELLANDO
CHE SE LO SPARTISCONO IN POCHI,
CHE DI TUTTI NOI NON GLIENE FREGA NIENTE,
CHE PENSANO D’INGANNARCI FINO ALL’ULTIMO MOMENTO,
CHE PENSANO DI DIVIDERCI CON STUPIDAGGINI,
sa cosa capita,
sa
(il poliziotto mi dava bastonate sulla testa),
sa cosa capita,
CHE SI BURLA DEL SOLE E DELLA TERRA,
DEGLI AMORI,
DELLA GIOIA,
del nero profondo della campagna arata,
delle spighe necessarie, del pane e dell’arrosto,
non gli importano le mani
delle donne e dei ragazzi,
scure del lavoro,
E’ QUALCHE PAZZO,
E’ QUALCHE IMBECILLE,
sono pochi cretini che trafficano in banca,
che stanno ben nascosti,
sa cosa capita,
sa cosa capita,
(allora mi buttarono in gattabuia con un calcio),
CHE NON HA SANGUE NELLE VENE,
CHE GLIELA FANNO PAGARE UNO DI QUESTI GIORNI,
sa cosa capita…
e continuavano a scendermi i lacrimoni
sgorbiando sulla carta l’inchiostro delle parole.
Victor Garcia Robles, Buenos Aires – 1933 
Sa cosa capita? che di questo passo ci uccideranno tutti se non riusciamo a svegliarci e capire quello che succede! Ecco cosa capiterà molto presto. Allora come ora.