Dorian

   Sono pochi coloro che non si siano destati talvolta sul far del giorno, sia da una di quelle notti senza sogni che ci fanno quasi innamorare della morte, sia da una di quelle notti d’orrore e di gioia deformi, allorché le cellule del nostro cervello son percorse da fantasmi più paurosi della stessa realtà, animati da quella vita vivace che si cela in tutti i grotteschi e che presta all’arte gotica la sua persistente vitalità, giacché si potrebbe dire che questa sia principalmente l’arte di coloro le cui menti siano state affette dalla malattia del fantasticare.

   Dita bianche si insinuano pian piano tra le cortine, e queste par che tremino. Ombre mute, dalle forme fantastiche, strisciano negli angoli della camera e vi si accovacciano. Fuori si odono gli uccelli muoversi nel fogliame, o il rumore degli uomini che si recano al lavoro, o il sospiro o il singulto del vento che scende dai colli e si aggira attorno alla casa silenziosa, come se temesse di svegliare i dormienti, eppure deve necessariamente far uscire il sonno dalla sua caverna di porpora. Il sottile velame crepuscolare si leva, un velo dopo l’altro; le cose recuperano gradualmente forme e colori, e noi vediamo l’alba rimodellare il mondo nelle sue forme secolari.

   Gli specchi pallidi riprendono la loro vita riflessa; i lumi senza fiamma sono allo stesso posto dove li avevamo lasciati, e accanto a loro è il libro semi intonso che stavamo studiando, o il fiore, montato sul fil di ferro, che avevamo portato al ballo, o la lettera che avevamo avuto paura di leggere o che avevamo riletta troppe volte. Nulla ci appare mutato. La vita che conosciamo ritorna dalle ombre irreali della notte e dobbiamo riprenderla al punto dove l’avevamo lasciata.

   Si insinua in noi un senso terribile della necessità di continuare a spendere la nostra energia nella identica serie monotona di abitudini stereotipate, e magari il desiderio violento che le nostre palpebre possano aprirsi una mattina su un mondo che nell’oscurità sia stato rimodellato per la nostra gioia, su un mondo nel quale le cose abbiano nuove forme e nuovi colori e sian cambiate o abbiano nuovi segreti, su un mondo nel quale il passato occupi ben poco spazio o non ne occupi affatto o, comunque, non sopravviva in nessuna forma conscia di obbligo o di rimpianto, poiché c’è un’amarezza anche nella rimembranza della gioia e una pena nel ricordo del piacere.


Il ritratto di Dorian Gray. Oscar Wilde, Dublino 1854 – Parigi 1900
 

 

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1 Comment on "Dorian"

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Ladyravens
Ospite

Questo brano tratto dal Ritratto di Dorian Gray piace molto anche a me..
Bel blog!
Ciao!

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