Guerra

   La carestia, la peste e la guerra, sono i tre ingredienti più famosi di questo basso mondo. Possiamo iscrivere nella classe della carestia tutti i perversi cibi cui la miseria ci obbliga di ricorrere per abbreviare la nostra vita, nella speranza di sostentarla. Poi comprenderemo nella voce ‘peste’ tutte le malattie contagiose, che saranno sulle due o tremila. E questi due bei presenti ci vengono dalla Provvidenza.

   Ma la guerra, che reca in sé o facilita tutti gli altri doni, questa ce la facciamo noi stessi; e ci viene per solito dalla fantasia di tre o quattrocento persone diffuse sulla superficie del globo, sotto il nome di principi o governanti; ed è forse per questa ragione che in molte dediche di libri o altro essi vengono chiamati ‘le immagini viventi della Divinità’. […]

   E’ senza dubbio una bellissima arte, questa che devasta i campi, distrugge le case, e fa morire in media, ogni anno, quarantamila uomini su centomila. Questo ritrovato fu usato dapprima dai popoli riuniti per il loro comune benessere: per esempio, il parlamento dei Greci, circa tremila anni fa, dichiarò al parlamento dei Frigi e popoli circonvicini, che la Grecia aveva intenzione di mettersi su un migliaio di barche da pescatori per andare a sterminarli se ci riusciva.

   Così il popolo romano, in assemblea, giudicava che fosse nel suo interesse andare a battersi prima della mietitura contro il popolo dei Vei, o contro i Volsci. E qualche anno dopo, tutti i Romani, pensando d’aver ragione in una certa lite contro i Cartaginesi, si batterono a lungo per terra e per mare.
   Oggi, la cosa è un po’ diversa.

   Uno studioso in genealogie dimostra a un principe che egli discende in linea retta da un conte, i cui parenti tre o quattro secoli fa avevano fatto un ‘patto di famiglia’ con una casata di cui non sussiste neppur la memoria; e questa casata aveva delle lontane pretese su una certa regione il cui ultimo possessore è morto di apoplessia. Allora il principe e il suo Consiglio concludono senza difficoltà che quella provincia appartiene a lui per diritto divino. La provincia in questione, che è a qualche centinaio di leghe di distanza, ha un bel protestare che non lo conosce, che non ha nessun desiderio di essere governata da lui, che per dar legge a un popolo bisogna almeno avere il suo consenso: questi discorsi non arrivano nemmeno alle orecchie del principe, saldo nel suo buon diritto. Egli trova immantinente un gran numero di uomini che non hanno niente da perdere: li veste di un grosso panno blu a cento soldi il metro, orla i loro berretti con un bel filetto bianco o dorato, gli insegna a voltare a destra e sinistra, e marcia con loro alla gloria.

   (Nota: Il pretesto con il quale questo principe ‘moderno’ si crede autorizzato a una guerra di conquista, è esattamente quello che accampò Luigi XIV, il quale, figlio e marito di principesse spagnole, reclamò le Fiandre e scatenò quindi la cosiddetta ‘guerra di devoluzione’.)

   Gli altri principi, che sentono parlare di questa bella impresa, subito vi prendono parte, ciascuno secondo il suo potere, e ricoprono così una piccola parte del globo di tanti assassini mercenari quanti non ne ebbero mai al loro seguito Gengis-Kan, Tamerlano o Bajazet.

   Altri popoli, lontani, sentono dire che si sta per battersi, e che ci sono cinque o sei soldi al giorno da guadagnare per quelli che vogliono partecipare alla festa, si dividono subito in bande, come i mietitori, e vanno ad offrire i loro servigi a chiunque voglia assoldarli.
   E tutte queste moltitudini si accaniscono le une contro le altre, non solo senza avere nessun interesse nella faccenda, ma senza neppur sapere di che si tratta.

   Talvolta vi sono cinque o sei potenze belligeranti tutte insieme: tre contro tre, o due contro quattro, o una contro cinque, che si detestano egualmente le une e le altre, si uniscono e si attaccano volta a volta, e son tutte d’accordo in una sola cosa: di fare il maggior male che si può.

   Ma la cosa più straordinaria di queste infernali intraprese, è che ciascuno di quei capi di assassini fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Iddio, prima d’andare a sterminare il suo prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non starà a ringraziar Dio per questo; ma quando è riuscito a sterminarne almeno diecimila col ferro e col fuoco, e inoltre, per colmo di grazia, ha distrutto qualche città da cima a fondo, allora si fa cantare a quattro voci una canzone di lode a Dio, piuttosto lunga, composta in una lingua ignota a tutti quelli che hanno combattuto, e per giunta farcita di barbarismi. […]

   Miserabili medici delle anime, che gridate per un’ora e un quarto su qualche puntura di spillo, e non trovate una parola per una malattia che ci strazia e distrugge! Filosofi moralisti, bruciate tutti i vostri libri! Fino a che il capriccio di pochi uomini spingerà milioni di nostri fratelli a scannarsi lealmente fra di loro, quella parte del genere umano che si fa dell’eroismo un mestiere, sarà la cosa più mostruosa di tutto il creato.

   Che cosa diventano e che m’importano la carità cristiana, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la mitezza, la saggezza, la fede, quando una mezza libra di piombo tirata da mille passi mi fracassa il corpo, e io muoio a vent’anni fra tormenti orribili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi aprendosi per l’ultima volta vedono la città dove son nato distrutta dal ferro e dal fuoco, e gli ultimi suoni che odono le orecchie sono i gemiti delle donne e dei bambini che spirano sotto le rovine: tutti per i pretesi interessi di un uomo che non ho mai visto né conosciuto?

   [Nota di : Non sarà inutile notare che il celebre Montesquieu, che passava per un uomo umano, ha pur detto che è giusto portare il ferro e il fuoco fra i propri vicini, nel dubbio che essi non vengano a prosperar troppo. Se questo è lo spirito delle leggi, sarà quello delle leggi dei Borgia o di Machiavelli. E se sciaguratamente egli avesse detto la verità, bisogna combattere contro questa verità, anche quando fosse provata dai fatti.
   Ecco le parole di Montesquieu:
   ‘Fra gli Stati il diritto di legittima difesa comporta talvolta la necessità di attaccare, quando un popolo vede che stare in pace più a lungo metterebbe un altro popolo in condizioni di distruggerlo, mentre attaccarlo in questo momento è il solo mezzo di impedire una tal distruzione’.

   Ma come l’attacco, il rompere la pace, può essere il solo mezzo di impedire una tal distruzione? Bisognerebbe essere proprio sicuri che questo vicino vorrà distruggervi quando sarà diventato potente. E per esser sicuri, bisogna che egli abbia già fatto dei preparativi contro di voi. Ma in questo caso sarà lui che avrà incominciato la guerra, e non voi. La vostra proposizione è dunque falsa e contraddittoria.

   Se ci fu mai guerra chiaramente ingiusta, è questa che ci proponete: d’andare ad ammazzare il nostro prossimo per paura che il nostro prossimo (che non ci attacca) arrivi a mettersi in condizione di attaccarci; il che vuol dire che bisogna mettersi nel caso di rovinare il proprio paese, per la speranza di rovinare senza ragione quello di un altro. Cosa che non può essere certo né utile né onesta; perché oltre a tutto non si è mai sicuri di vincere, questo si sa.

   Se il vostro vicino diventa troppo potente durante la pace, chi vi impedisce dal rendervi potente come lui? Se egli ha fatto delle alleanze, fatene dal canto vostro. Se, avendo un minor numero di preti e frati, avrà più operai specializzati e soldati, imitatelo in questa saggia amministrazione. Se egli esercita meglio i suoi marinai, esercitate i vostri. Tutto ciò è giustissimo. Ma esporre il vostro popolo alla più orrenda miseria, con la speranza, che si rivela tanto spesso chimerica, di rovinare il vostro amato confratello, il serenissimo principe limitrofo! Non stava proprio a un presidente onorario di una pacifica corporazione, venire a dare di questi consigli.]


Guerra, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778
 

 

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