Certi giorni mangi l’orso, e certi giorni l’orso mangia te

  Così fu quell’amore dal mancato finale
  Così splendido e vero da potervi ingannare
   (Fabrizio De André – Dolcenera)

   A te che te ne sei andata, avrei voluto dire ancora qualcosa quel giorno. Eravamo al telefono, stavi parlando tu:
   “… anche se c’è una piccola parte di me che vuole ancora andare avanti.” C’era invece una grande parte del tuo telefono che proprio di andare avanti non ne voleva sapere: la batteria. “Mi sta finendo la batteria.”

   “Okay, mettila sotto carica che ti richiamo stasera.” E non ho più chiamato.

  Quella sera ho scritto una lettera invece, che non era per niente interessata alle tue piccole parti, non le ho mai cercate, non è mai stato quello che volevo per noi.

   Poi ci fu l’ultima telefonata, cinque giorni dopo:
   “Ciao, sono Massimo, noi dobbiamo parlare.”
   “Sto andando al lavoro, sono con degli ospiti non posso parlare”, ma quella era una bugia.

   “Aspetta, non attaccare, voglio parlarti.”
   “Sì, ma per parlarmi devi chiamarmi stasera, adesso non è possibile.”

   Stasera? Stasera quando? Stasera mai.

  “Aspetta… non attaccare, voglio dirti qualcosa… ma non so cosa.” Non ci siamo più sentiti.

  Avrei voluto dirti che ti amavo più di me stesso. Avrei voluto le scuse del destino, per averci fatto incontrare. Avrei voluto le tue scuse, per non avermi lasciato andare all’inizio, quando tutto era da fare. Le tue scuse, per aver creduto di amarmi. Avrei voluto chiederti scusa, per tutto quello che ti avevo detto, scritto, urlato, senza mai pensarlo. Chiederti scusa per averti amato fuori misura, troppo, era troppo, te lo ricordi? Ti amo troppo. Avrei voluto dirti che la vita è troppo breve per concedersi il lusso di realizzarla nelle aspettative degli altri.

 Ti avrei voluto dire che il 22 dicembre 1998 avevo avuto un incidente, ma non un incidente, un i.n.c.i.d.e.n.t.e. Ero sull’autostrada, nella corsia centrale, ho rallentato per un autovelox, un tipo con una Tipo mi ha centrato in pieno da dietro. La macchina è impazzita, si è intraversata, ha cappottato tre, quattro, cinque volte, per fermarsi dritta e distrutta in un canaletto di scolo laterale. Ho spento il motore e istintivamente mi sono guardato nello specchietto per vedere se avevo ferite in faccia, perché addosso non mi vedevo niente. Solo che lo specchietto non c’era più, era sulla strada. Sono sceso dalla macchina, neanche un graffio. Sembravo quello che avrebbe dovuto tirarmi fuori, quello che si era fermato per aiutarmi ad uscire dal relitto. Mentre cercavo di capire cosa facessi in mezzo all’autostrada, con la macchina accartocciata come un foglio di carta buttato da un finestrino sulla corsia d’emergenza, mi si avvicina una signora:
   “Oddio! Io non dovrei nemmeno essere qui, sono in malattia dal lavoro… ma quello della Dedra è morto? L’hanno portato via?”
   “Signora, quello della Dedra sono io.”
   “Lei!? Ma… come è possibile?”

  Non lo sapevo come era possibile, quasi quasi le chiedevo scusa per non essere morto, sembrava delusa.
   Dirti che qualche giorno dopo credevo di aver trovato la risposta alla domanda della signora: Signora, non sono morto perché devo ancora conoscerla.

  Avrei voluto dirti che tu eri tutto quello che avrei mai desiderato avere. La donna degli sguardi parlanti. La donna dei miei sapori, odori, passioni. Dirti che sei la donna più sensuale che abbia mai conosciuto. La sensualità è rara, e troppo confusa con l’erotismo. L’erotismo sta alla sensualità come un albero ad una foresta.

  Dirti che tutti gli altri sguardi erano finestre di una casa vuota confrontati al tuo. Eri la donna dei silenzi, delle parole non dette, dei sogni sognati di nascosto, delle paure di un bambino. La donna degli abbracci, dei baci d’argilla che modellavo sulle tue labbra. Dei sospiri parlanti. La donna delle notti insonni, passate a ridere, scherzare e fare l’amore. A guardarci in silenzio. Quei nostri silenzi erano uomini.

 Dirti che per te stavo morendo, e valeva morire. Dirti che se fossi stata all’inferno, non avrei mai scambiato il paradiso con te.

 Avrei voluto dirti che avresti dovuto dirmi tutto quello che tenevi per te. Che dentro di te sarebbe morto, come un seme mai piantato. Dirti che avrei passato la mia vita con te, e la mia morte. Che se la mia anima fosse valsa tanto, l’avrei venduta al diavolo per averti.

 Che eri la mia méta metà, la cima di ogni monte, la fine di ogni mondo. E dirti che i miei sogni senza te erano naufraghi aggrappati ad un legno nel mare, senza neanche un’isola su cui aspettare una nave amica da lontano. Erano persi, dispersi, dimenticati. Erano un cane abbandonato dal padrone. Sogni orfani di entrambi i genitori.

 Che le mie parole sarebbero partite in esilio volontario, per manifesta incapacità a mantenerti. Te, che eri l’unica che volevano raccontare. Che i miei sorrisi abitavano sulla tua bocca, i miei baci sulle tue labbra, i miei sguardi nei tuoi occhi.

   Dirti che non ti si può dimenticare, e non mi si può ignorare. Che la considerazione che mi avevi negato era forse l’errore peggiore della tua vita, che io ne avrei pagato il prezzo, e tu perso il valore.

  Ma non era quello che volevi sentire quel giorno. Quello che volevi sentire quel giorno era: Okay, ci sentiamo stasera, per avere la tua rivincita, per non sentirci mai più, per non vederci mai più.

  Hai preso tutto, senza ritegno né onore, e te ne sei andata. Ti sei esibita nella fuga, la tua specialità.  Hai saputo farmi succedere tutto quello che temevi succedesse a te. Tutto quello per cui avevo scritto fiumi di parole, e riempito chilometri di conversazioni per tranquillizzarti all’inizio. Ma questa lezione, in cui tu sei maestra, io non la vorrò imparare mai.

  Una volta presi la gomma che stavi masticando, ne feci un tutt’uno con la mia e le gettai unite nel mare. Quel gesto, che nelle mie intenzioni del momento avrebbe dovuto unirci simbolicamente nell’abbraccio di un genitore eterno come il mare, resta invece il testimone di due modi completamente opposti di guardare le cose della vita.

  La sorte di quelle due gomme unite è sconosciuta tanto a me quanto a te. Eppure io credo che da qualche parte, su qualche riva, in fondo all’oceano, o sulla spuma bianca di un’onda, quello che siamo stati io e te di fronte al mare di quel giorno, ancora viva nell’abbraccio di quelle gomme. Mentre tu sarai senz’altro convinta che sono semplicemente annegate.

 Non so se resta una parte di quel tutto che coscientemente incosciente ti ho dato. Di te resta la consapevolezza che mi sei successa a 29 anni e sei durata più a lungo di quanto ti sia meritata. E nonostante tutto rimpiango di non averti lasciato neanche la metà dei bei ricordi che mi hai lasciato tu.

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3 Commenti on "Certi giorni mangi l’orso, e certi giorni l’orso mangia te"

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Unforgiven
Ospite

Che bello.

"…la vita è troppo breve per concedersi il lusso di realizzarla nelle aspettative degli altri." Silenzi che sono uomini.

L’aveva scritto anche su "quattro anni dopo"?

Max
Ospite

No

E.
Ospite

Amo da sempre questo tuo pezzo.Ce l’ho stampato su carta e in testa.Grazie. E.

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