Inestimabile è ciò che non ritorna (Goethe)

   Mio padre è morto quando avevo cinque anni. La morte è la realtà più mostruosa con cui una persona debba confrontarsi. E’ definitiva come niente altro riesce ad esserlo. E’ uno schiaffo in faccia al monumentale orgoglio del nostro spirito che nell’illusione di metterla da parte ha risolto di non pensarci. In tutti noi vive questo spirito di un dio senza i necessari poteri. E’ uno degli inganni più infimi e meschini che ci vengono dati in dote con il dono della vita: la capacità di rimozione è dentro il pacco regalo.
   Finché un giorno qualcuno, qualcosa, dio, il caso, il destino, nessuno, arriva all’improvviso ed entra senza bussare portandosi via il nostro bellissimo dono della vita. Non era un regalo, era un prestito ma non te l’avevamo detto. Scusa tanto, ma qui finisce tutto.
   La domanda è: Cosa lasciamo?

   Qui ognuno può dire la sua, domanda a risposta libera. Quindi adesso vi dico la mia.
   Lasciamo qualche pensiero detto a qualcuno, qualche frase bella, originale, profonda. Forse.
   Una manciata di idee, riflessioni, consigli, forse. Parole.
   Lo sapete che cosa penso? Penso che potremmo fare benissimo a meno di tutte le nostre parole. I nostri discorsi, tutti i nostri discorsi (anche questo), sono frutto della presuntuosa illusione di riuscire in qualche modo a lasciare una traccia del nostro modo di essere dentro qualcun altro. Siamo come quei leoni che pisciano sul territorio volendolo marcare. E stanno lì tutta la vita a pisciare, giorno dopo giorno, lasciando il loro marchio che è tanto indelebile quanto noi siamo immortali.

   Parole. Ma perché la gente non passa la vita in silenzio? Perché ci curiamo così tanto delle nostre parole e così poco dei nostri gesti? Perché non pensiamo a cosa lasceremo quando ce ne saremo andati per quei sessanta o settanta anni dopo di noi, fino a quando non morirà l’ultima persona che ancora ci ricorda e verremo definitivamente inghiottiti nell’oblio del tempo? Perché ci curiamo così poco delle cose che vanno oltre la nostra insignificante esistenza?
   I gesti, più delle parole lasceremo i nostri gesti a parlare di noi.

   Torniamo all’inizio. Mio padre è morto quando avevo cinque anni. Che cosa conservo di lui? Cosa ha lasciato? Come lo ricordo? Se ne dovessi parlare, cosa direi?
   Be’, comincerei col dirvi che mi ha menato una sola volta in cinque anni, non ha dormito tutta la notte e la mattina dopo mi ha svegliato chiedendomi scusa. Gesti.

   Poi vi racconterei di quella volta che mia madre ruppe la mia sedia preferita. Era bellissima. La mia sedia preferita era la sedia preferita più bella del mondo. Era blu, ed era viva. Era una piccola sedia, ma io la vedevo grandissima. Aveva tutte queste strisce di gomma blu che andavano e venivano da tutte le parti su un telaietto di ferro. Ma la mia sedia blu era soprattutto il mio cavallo, quando mi ci sedevo sopra alla rovescia e la spronavo coi miei tremendi speroni da cow boy, cavalcando nella sconfinata prateria della mia cameretta a caccia di spietati assassini. Sì, perché a quattro anni ero un cacciatore di taglie temuto e riconosciuto ai quattro angoli della mia camera da letto. Cavalcavo con un mezzo sigaro in bocca sulla mia sedia blu, stringendo nella mano sinistra tre o quattro strisce di gomma blu dello schienale, e nella destra la mia infallibile colt, pronto a freddare chiunque avesse solo osato alzarmi lo sguardo addosso.

   Mia madre non avrebbe mai dovuto rompere la mia sedia, mi spezzò il cuore. Mi ricordo che stavo facendo un casino indemoniato, ma non mi ricordo il motivo. E comunque lei la ruppe volontariamente, mia madre ruppe la mia sedia blu con un gesto deliberato di tremenda vendetta. Non la smettevo più di fare il diavolo a quattro, e mia madre prese la sedia, la chiuse su sé stessa e cominciò a picchiarla per terra finché non andò in mille pezzi. La mia reazione fu di disperazione totale, perché avrei voluto riavere la mia sedia blu indietro, bella e funzionante come prima, e avrei voluto uccidere mia madre ma non potevo avere nessuna delle due cose. E allora avrei voluto morire lì e subito, perché se non potevo uccidere mia madre e non potevo riavere la mia sedia, allora tanto valeva morire immediatamente. La vita non aveva più nessun significato per un bambino di quattro anni senza la sua sedia-cavallo preferita. Nella mia mente la sedia non era stata semplicemente rotta, era stata uccisa.
   In quel momento rientrò mio padre. Mi ricordo che la colpevole fu colta con le mani nel sacco.

   Mio padre aprì la porta di casa che ancora piangevo disperato, con mia madre che cercava di occultare il cadavere della mia sedia. La mia cameretta era invasa di strisce di gomma blu, c’era il sangue del mio cavallo dappertutto.
   Vorrei raccontarvi che cosa disse a quel punto mio padre, ma non me lo ricordo. Ho qualche flash di memoria qua e là, mi ricordo un po’ la sua faccia piena di stupore per la scena che aveva davanti. Mi ricordo che chiese spiegazioni a mia madre, che lei cercò di dire qualcosa, diede spiegazioni molto convincenti, ma quell’espressione di mio padre mi ricordo che non cambiava. Poi ecco che cosa mi ricordo, però. Gesti:
   Mio padre mi prese subito, immediatamente, non aspettò un’ora, un giorno, una settimana, non aspettò che glielo chiedessi, niente. Mi ricordo che mi prese e mi portò fuori a comprare una sedia nuova. Un altro cavallo. Subito.

   Mi ricordo che arrivammo in un posto, non so che posto fosse, non so come facesse a sapere che in quel posto c’era quel camion con il cassone stracolmo di sedie. E’ un’immagine che non potrò scordare finché campo, quel camion con tutte quelle sedie accatastate una sopra l’altra, ai miei occhi ero stato portato al Creatore delle sedie. E mi ricordo proprio questa sensazione di disperazione spazzata via in un momento da quell’immagine. C’era una soluzione al dramma esistenziale della mia sedia uccisa, c’era una soluzione e mio padre la conosceva. Io non so spiegarvi quanto gli sono stato grato di quel gesto.
   Più delle parole sono i gesti.

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1 Comment on "Inestimabile è ciò che non ritorna (Goethe)"

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speranza
Ospite

é terribile quando qulcun altro distrugge l’oggetto della nostra fantasia. E’ più accettabile che siamo noi stessi a porre la parola fine. Non potremmo mai perdonare che altri lo facciano.

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