Le anitre del Central Park

   E’ buffo. Non occorre spremersi le meningi quando si parla con un professore. Tutt’a un tratto, però, mentre io continuavo a raccontare balle, lui mi interruppe. Non faceva che interrompermi:
   "E tu di fronte a tutto questo, cos’è che senti, figliolo? E’ una cosa che mi interessa molto, proprio molto. Quante materie hai portato questo trimestre?"
   "Cinque, professore."
   "Cinque. E in quante sei stato respinto?"
   "In quattro." Spostai un pochino il didietro sul letto. Non mi ero mai seduto su un letto così duro.
   "Sono passato in inglese", dissi, "voglio dire in inglese non ho dovuto fare quasi niente tranne un tema ogni tanto." Non stava nemmeno a sentire, non stava quasi mai a sentire quando gli dicevo qualcosa.
   "Io ti ho bocciato in storia per il semplice motivo che non sapevi assolutamente niente."
   "Lo so, professore." Ragazzi, lo so benissimo, ma non poteva farne a meno.
   "Assolutamente niente" ripeté.

   Ecco una cosa che mi fa perdere le staffe. Quando la gente dice le cose due volte dopo che uno gli ha dato ragione la prima volta. Allora lui la disse TRE volte.
   "Ma assolutamente niente. Sono quasi convinto che tu non hai aperto il libro nemmeno una volta durante tutto il trimestre. L’hai aperto? Dì la verità, figliolo."
   "Be’, ci ho dato un’occhiata un paio di volte" gli dissi, non volevo ferire i suoi sentimenti: lui era fissato per la storia.
   "Ci hai dato un’occhiata, eh?" disse sarcastico "Il foglio del tuo esame scritto sta la sul comò. In cima a quel mucchio. Portamelo, per piacere." Era un tiro schifo, ma andai a prenderlo e glielo portai, non avevo scelta, niente. Poi tornai a sedermi su quel letto di cemento. Ragazzi, quanto rimpiangevo di essere andato a salutarlo, non potete nemmeno immaginarvelo. Lui si mise a maneggiare il mio compito come se fosse uno stronzo, o che so io.
   "Abbiamo studiato gli egiziani dal 4 novembre al 2 dicembre" disse "Per il tema facoltativo sei stato tu stesso a scegliere quest’argomento. Ti interessa di sapere che cosa sei riuscito a dire?"
   "No professore, non molto", dissi. Ma lui lesse lo stesso. Non puoi fermare un professore quando vuol fare una cosa, la fa e basta.
   "Gli egiziani erano un’antica razza caucasica e risiedevano da una delle regioni settentrionali dell’Africa. Questa, come tutti sappiamo, è il più vasto continente dell’emisfero orientale." E io dovevo starmene seduto lì a sentire tutte quelle cretinate. Era proprio un tiro schifo.
   "Gli egiziani oggi costituiscono per noi argomento di  grande interesse per vari motivi. La scienza moderna vorrebbe ancora sapere quali fossero gli ingredienti segreti che gli egiziani usavano quando fasciavano i morti, in modo da salvare dalla putrefazione i loro visi per innumerevoli secoli. Questo interessante enigma è tuttora una vera sfida alla scienza moderna del ventesimo secolo."
   Smise di leggere e posò il mio compito. Stavo cominciando a provare per lui una specie di odio.
   "Il tuo saggio, chiamiamolo così, finisce qua", disse con quel tono molto sarcastico. Chi l’avrebbe mai pensato che quell’uomo così vecchio potesse essere tanto sarcastico e così via. "Però", disse, "hai aggiunto una piccola nota in fondo alla pagina."
   "Lo so" dissi io. Lo dissi molto in fretta, perchè volevo fermarlo prima che si mettesse a leggere anche QUELLA. Ma bravo chi lo fermava.
   Era partito in quarta. "Egregio professor Spencer" lesse ad alta voce "questo è tutto quello che so sugli egiziani. A quanto sembra non riesco a provare un grande interesse per loro, benché le sue lezioni siano interessanti. Non ho niente da obiettare se mi boccia, perché tanto sarò bocciato in tutto fuorché in inglese. Con i miei ossequi, Holden Caulfield."

   Poi posò il mio maledetto compito e mi guardò come se mi avesse battuto a ping pong o che so io.
Credo che non gli perdonerò mai di avermi letto quelle cretinate ad alta voce. Se a scriverle fosse stato lui, io non gliele avrei mica lette ad alta voce, neanche per sogno. Tanto per cominciare, io quella dannata nota l’avevo scritta soltanto perché l’idea di bocciarmi non lo facesse restar troppo male.
   "Mi biasimi se ti ho bocciato figliolo?", disse.
   "Ma no, professore, no davvero!" dissi. Avrei dato non so che cosa perché la smettesse di chiamarmi tutto il tempo ‘figliolo’. Ormai che aveva finito col mio compito, cercò di gettarlo sul letto. Ma fece cilecca anche stavolta, naturalmente. Dovetti alzarmi di nuovo e raccoglierlo.
   "Come ti saresti regolato tu al posto mio?", disse, "Sii sincero, figliolo".
Be’ era chiaro che in realtà l’idea di avermi bocciato lo faceva sentire un verme, sicché per un poco mi misi a sparar balle. Gli dissi che io ero un autentico lavativo eccetera eccetera. Gli dissi che se fossi stato al suo posto avrei fatto esattamente la stessa cosa, e che la maggior parte della gente non valuta quanto sia duro fare il professore eccetera eccetera. Le solite balle.
   "E tu di fronte a tutto questo cos’è che SENTI figliolo? E’ una cosa che mi interessa molto."
La cosa buffa però, è che mentre continuavo a raccontar balle, pensavo a tutt’altro. Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park… chissà se quando arrivavo a casa l’avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato dove andavano le anitre? Chissà dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chissà se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove.
   O se volavano via.


Il giovane Holden, Jerome – NY 1919
 

 

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