La memoria

   Per me la memoria volontaria, che è soprattutto una memoria dell’intelligenza e degli occhi, non ci dona del passato che facce prive di verità; ma quando un odore, un sapore ritrovati in circostanze diversissime risvegliano in noi, nostro malgrado, il passato, noi sentiamo quanto questo era diverso da come credevamo di ricordarlo, e che la nostra memoria volontaria dipingeva – come i cattivi pittori – con dei colori sprovvisti di verità. Già in questo volume voi vedrete il personaggio che racconta e dice “Io” (e ben inteso, quell’“Io” non sono io) ritrovare di colpo anni, giardini, esseri dimenticati, nel gusto di un sorso di tè in cui ha intinto un pezzo di madeleine; e senza dubbio egli li ricordava tutti, ma senza i loro colori e il loro fascino. Io ho potuto fargli dire che – come in quel piccolo gioco giapponese in cui si intingono dei bordi di carta in una boccia e che non appena immersivi si ritirano, si contornano e diventano fiori o personaggi – tutti i fiori del suo giardino, le ninfee della Vivonne, le brave persone del villaggio e le loro piccole case, e la chiesa, e tutta quanta Combray e i suoi dintorni, tutto ciò che prende forma e solidità, è uscito – città e giardini – da una tazza di tè.

Estratto da un’intervista di a Le Temps,
in occasione della pubblicazione de La strada di Swann (1913).
Marcel Proust, Auteuil 1871 – 1922
 
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