Anima

   Sarebbe una bella cosa veder la propria anima. Conosci te stesso è un magnifico precetto, ma soltanto Dio può metterlo in pratica: chi altri può conoscere la propria essenza?
   Noi chiamiamo “anima” quello che ci anima. E non ne sappiamo di più, dati i limiti del nostro intelletto. I tre quarti del genere umano se ne contentano, e non si preoccupano dell’essenza pensante; l’altro quarto invece cerca e ricerca, ma nessuno ha trovato.
   Povero pedante, tu vedi una pianta che vegeta, e dici “vegetazione”, o “anima vegetativa”; osservi che i corpi hanno e comunicano il moto, e dici “energia”; vedi il tuo cane da caccia che sotto la tua guida impara il suo mestiere, e gridi “istinto”, “anima sensitiva”; hai delle idee composte, e dici “intelletto”.
   Ma, di grazia, che intendi con queste parole? […]

   Vediamo prima di tutto quel che tu sai, le cose di cui sei veramente sicuro: che tu cammini coi piedi, e digerisci con lo stomaco, che hai delle sensazioni per mezzo di tutto il corpo, e pensi con la testa. E vediamo se la tua semplice ragione ha potuto illuminarti abbastanza da autorizzarti a concludere, senza un intervento soprannaturale, che tu hai un’anima.
   I primi filosofi, caldei o egiziani che fossero, ragionarono a questo modo: “Bisogna che ci sia in noi qualche cosa che produce i nostri ; e questo qualche cosa dev’essere molto fino: sarà un soffio, fuoco, etere, una quintessenza, un simulacro leggero, una entelechia, un numero, un’armonia”. Finalmente, secondo il divino Platone, si trattò di un composto del medesimo e dell’altro. “Sono atomi che pensano in noi”, disse invece Epicureo, seguendo Democrito. Ma, caro mio, come fa un atomo a pensare? Confessa che non ne sai nulla.
   L’opinione che senza dubbio dobbiamo preferire, è che l’anima sia un essere immateriale; ma certo è che non riusciamo a concepire che cosa sia questo essere immateriale. “No”, rispondono i sapienti, “ma noi sappiamo che la sua natura è di pensare”. E come lo sapete? “Lo sappiamo, perché pensa”.
Oh sapienti!
   Ho paura che voi siate ignoranti quanto Epicureo: la natura di una pietra è di cadere, perché la pietra cade; ma io vi domando che cos’è che la fa cadere.

   “Noi sappiamo”, proseguono i sapienti, “che una pietra non ha anima”. D’accordo, lo credo anch’io. “Noi sappiamo che una negazione e un’affermazione non sono cose divisibili, non sono parti della materia”. Sono anch’io del vostro parere. Ma la materia (che d’altronde è per noi cosa ignota) possiede pure delle qualità che non sono materiali, che non sono divisibili: la gravitazione, per esempio, verso un centro d’attrazione che Iddio le ha assegnato. Ora, questa gravitazione non è fatta di parti, non è divisibile. E così la forza motrice dei corpi. E la vegetazione dei corpi organici, la loro vita, il loro istinto, non sono neppure esseri materiali a parte, enti divisibili: voi non riuscirete mai a tagliare in due la vegetazione di una rosa, la vita di un cavallo, l’istinto di un cane, così come non potrete dividere in due parti una sensazione, o una negazione e un’affermazione.
   La vostra bella prova, ricavata dalla indivisibilità del pensiero, non prova niente del tutto.
   Che cos’è dunque che voi chiamate la vostra anima? Che idea ne avete? Voi non potete, senza una rivelazione soprannaturale, far altro che ammettere in voi una facoltà, di natura ignota, di sentire, di pensare.


Anima, Dizionario filosofico. , Parigi 1694 – 1778
 

 

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