‘So solo di non sapere niente’ – Socrate
‘Non so nemmeno se non so niente’ – Francisco Sanches
‘Sono stato tutto, niente vale la pena’ – Settimio Severo
‘Ormai so tutto’ – Budda
Se osservo con attenzione la vita che gli uomini vivono, non vi trovo nulla che la distingua dalla vita che vivono gli animali. Gli uni e gli altri vengono lanciati privi di consapevolezza attraverso le cose e il mondo; gli uni e gli altri si baloccano con intervalli; gli uni e gli altri percorrono quotidianamente lo stesso itinerario organico; gli uni e gli altri non pensano più di quanto pensano e non vivono più di quanto vivono. Il gatto ruzzola al sole e poi si addormenta. L’uomo ruzzola nella complessità della vita e vi si addormenta. Nessuno dei due si libera dalla legge fatale di essere come è. Nessuno dei due tenta di alzare il peso di essere.
Queste considerazioni, che faccio di frequente, mi portano a un’improvvisa ammirazione per quegli individui che istintivamente detesto. Mi riferisco ai mistici e agli asceti: ai solitari di ogni Tibet, ai Simeoni Stiliti di ogni colonna. Costoro, anche se in modo assurdo, tentano in realtà di liberarsi dalla legge animale. Costoro, anche se nella follia, tentano in realtà di negare la legge della vita, il rotolarsi al sole e l’attesa della morte senza pensare ad essa. Cercano, anche se in cima a una colonna; anelano, anche se in una cella senza luce; vogliono ciò che non conoscono, anche se nel martirio subìto, e nel dolore imposto.
Noi altri, che viviamo come animali con maggiore o minore complessità, attraversiamo il palco come comparse che non parlano, contenti della solennità vanitosa del tragitto. Cani e uomini, gatti ed eroi, pulci e geni, giochiamo all’esistere, senza pensarci (poiché i migliori pensano soltanto a pensare) sotto la grande quiete delle stelle. Gli altri (i mistici del dolore e del sacrificio) sentono almeno, nel corpo e nella quotidianità, la presenza magica del mistero. Sono liberi, perché negano il sole visibile; sono pieni, perché si sono svuotati dal vuoto del mondo.
Sono quasi mistico, insieme con loro, nel parlare di loro; ma sarei incapace di essere più che queste parole scritte secondo un umore occasionale. Apparterrò sempre a una Rua dos Douradores, come tutta l’umanità. Sarò sempre, in verso o in prosa, un impiegato di concetto. Sarò sempre, con o senza misticismo, circostanziale e sottomesso, servo delle mie sensazioni e dell’ora di averle. Sarò sempre, sotto il grande baldacchino azzurro del cielo muto, un paggio di un rito incompreso vestito di vita per compierlo, che esegue, senza sapere perché, gesti e passi, posizioni e modi, finché la festa finisca o la mia parte in essa, e io possa recarmi a mangiare i manicaretti che mi hanno detto trovarsi nel padiglione in fondo al giardino.
Il libro dell’inquietudine. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 
Post correlati
Risposte a “Pagine 268 e 269”
Lascia un Commento