Dietro le quinte

   Il primo appuntamento con lei fu un giorno di gennaio del 1999. Era una giornata di sole, con un vento di tramontana che ti segava in due. Avevo preso accordi con un mio amico: Io ci vado – gli avevo detto – se non mi piace, tiro fuori il telefono e ti chiamo: tu arrivi, fai il terzo incomodo, andiamo a mangiare qualcosa in tre e poi ci salutiamo con tanto affetto.

   Andai all’appuntamento e dopo un’oretta decisi che non mi piaceva. Cercai di chiamare il mio amico, cercai di seguire il piano, feci proprio come avevo detto, presi il telefono, ce l’avevo in mano con quel vento indiscreto che ti gelava l’anima. Lei aveva una sciarpa sulla faccia che sembrava un rapinatore di banca, si vedevano solo gli occhi: Adesso chiamo un mio amico e lo faccio venire qui, è un tipo simpaticissimo, vedrai che ti piacerà, le dissi. Lei mi fece uno di quegli sguardi che avrei imparato a conoscere molto bene. Non disse niente con quel suo maledetto silenzio che ti ammazzava sul colpo. Rimasi lì impalato come un deficiente con il telefono in mano: lei continuava a guardarmi con le mani in tasca e quegli occhi mai visti prima. Con quel silenzio mai sentito prima. Io mi diedi uno sguardo intorno, guardai un paio di macchine passare, poi feci tutto da solo perché non sapevo che cosa fare: Ma no, dissi, semmai lo chiamo un’altra volta.

   Dopo due ore da quel momento ero innamorato. Ancora oggi non so dire se quella telefonata avrei preferito farla oppure no.

Share