Era un mattino di settembre

La chiave in mano,
vuoi aprire la porta –
non c’è nessuna porta…
(C. D. de Andrade)

 

Era un mattino di settembre
e
lei mi baciava il membro.

Aerei e nuvole passavano
cori neri rimbombavano
lei mi baciava il membro.

Il mio tempo di ragazzo
il mio tempo ancor futuro
tutti insieme rifiorivano.

Lei mi baciava il membro.

Un uccellino cantava,
nel cuore dell’albero, nel cuor
della terra, di me, della morte.

Morte e primavera in fiore
si disputavano l’acqua chiara
acqua che accresceva la sete.

Lei mi baciava il membro.

Tutto quello che ero stato
quanto mi era già negato
non aveva ormai più senso.

Solo la rosa contratta
il tallo ardente, una fiamma
e quell’estasi nell’erba.

Lei mi baciava il membro.

Di tutti i baci era il più casto
in quella purezza spoglia
che è delle cose donate.

Non era omaggio di schiava
avviluppata nell’ombra
ma regalo di regina

che diventava cosa mia
mi circolava nel sangue
e dolce e lento e vagante

come bacio di una santa
nel più divino trasporto
e in un fremito solenne

baciava baciava il membro.

Pensando al resto degli uomini
che pena avevo di loro
prigionieri in questo mondo.

Il mio impero si estendeva
a tutta la spiaggia deserta
e ad ogni senso all’erta.

Lei mi baciava il membro.

Il capitolo dell’essere
il mistero di esistere
la delusione d’amare

eran tutto onde silenti
spente su moli lontani
e una città si ergeva

radiosa di pietre rare
e di odi ormai placati
e sulla brezza il piacere

veniva a portarmi via
se prima non mi afflosciava
come un capello si alliscia

e mi scombussolava
in cerchi tutti concentrici
nella foschia dell’universo.

Baciava il membro
baciava
e se ne moriva baciando
per rinascere a settembre.


Carlos Drummond de Andrade, I. do Mato Dentro 1902 – R. de Janeiro 1987 

 

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