Omissis

   La magia, ha scritto Stephen King, ha potere solo per chi ci crede. Forse l’ha scritto in IT, ma non ne sono sicuro. In ogni caso, lasciatemi dire in tutta onestà che ho perso la mia magia. Non c’è più magia in me di quanta ce ne sia in un sasso in fondo a uno stagno. Questo è un fatto abbastanza grave per chi come me ci crede. Come minimo vuol dire che questa magia per me non ha più poteri, al momento.

   Come sia potuta accadere una cosa del genere è un discorso piuttosto lungo e molto . Ma siccome non posso parlarne con nessuno, ne parlo con voi che non mi conoscete. Sono dell’idea che non bisogna fidarsi di nessuno, a parte gli estranei. Gli estranei hanno una particolarità che li rende del tutto diversi rispetto a qualunque persona conosciuta, amico o familiare che sia: sono disinteressati, gli estranei sono completamente disinteressati. E’ per questo che meritate tutta la mia fiducia. Ma cercherò lo stesso di essere breve per non annoiarvi, e anche perché questo è un discorso che mi pesa fare, mi pesa parecchio.

   Sono passati sette anni. La mia magia ha gettato la spugna il giorno in cui ho capito che non era possibile legare a me Stefania quanto io ero legato a lei. E quando sarebbe stato questo giorno? Un mese dopo l’inizio della storia? Sei mesi? Dieci? Un anno? – (no, non è durata così tanto). Nossignori, è stato il giorno che l’ho conosciuta. Lo stesso giorno che volevo chiamare un mio amico al telefono per chiedergli di venire a salvarmi la giornata perché io non sapevo più come svoltarla. E’ successo tutto in un giorno: l’ho incontrata, l’ho ripudiata, mi sono innamorato, ho perso me stesso, ho perso lei, in quest’ordine. La mattina avevo ogni cosa, la sera non avevo più niente. E’ stato un giorno piuttosto impegnativo quello.

   La situazione mi fu molto chiara da subito: la sera che l’ho salutata la guardavo e mi sentivo terrorizzato, perché non riuscivo ad essere me stesso. Non poteva in nessun caso al mondo succedere che lei sentisse le stesse cose che sentivo io, e infatti non successe. A quella sera è seguita una storia di sei mesi. In quei sei mesi sarò stato spensierato sì e no un paio d’ore in tutto, e se questa stima è sbagliata lo è in eccesso. Il resto è stato indescrivibile. Rimbalzavo tra inferno e paradiso come uno yo-yo. Ho fatto cose che ancora oggi non riesco a perdonarmi. Non dovevo farle, è tutto qui. Non avrei mai dovuto farle.

   Alla fine se n’è andata. E’ sparita e tanti saluti. A questo punto del discorso c’è una considerazione importante da fare: lei se ne sarebbe andata in ogni caso, questo è fuori discussione. Se volete capire qualcosa di quello che sto dicendo dovete fidarvi di questa verità: comunque fossero andate le cose, lei sarebbe andata via. E se non l’avesse fatto lei per prima, l’avrei fatto io. Quindi la fine di quella storia dobbiamo acquisirla come un fatto. La questione non era se: la questione era quando e chi.
   Lasciatemelo ripetere: Fatto: quella storia, in un modo o nell’altro, sarebbe finita. Mi interessa accertare questo punto senza possibilità di errori, perché voglio chiarire che il problema non consiste nel fatto che lei abbia deciso di mollarmi. Sono già stato lasciato altre volte, l’avrei superato. Chi se ne frega? Potete andare e venire nella mia vita a vostro piacimento, ho sempre saputo che non c’è niente da aspettarsi da voi che siete lì fuori. Il problema non è mai stato cosa fanno gli altri. Il problema è sempre e solo stato quello che ho fatto io. La mia magia ha gettato la spugna per colpa mia, questo è quello che sto cercando di dire.

   Va bene, ma è successo molti anni fa, perché tirarla tanto per le lunghe? Già, perché? Perché continuare a impilare montagne di pensieri su una cosa tanto lontana e che (soprattutto) non può essere cambiata? Perché? Se vi basta, è perché lì c’era tutta la mia vita. Lei era tutta la mia vita, ecco cosa vedevo quella sera che l’ho conosciuta e che mi spaventava così tanto: la guardavo e vedevo con estrema chiarezza che la mia vita era tutta lì. Quella sera potevo dire che la mia vita abitava in un appartamento al primo piano di un palazzo malandato, pesava a occhio e croce una cinquantina di chili, era alta più o meno un metro e sessantacinque, aveva i capelli castani e gli occhi neri come il petrolio. Aveva uno sguardo che ti tagliava in due, parlava poco e quando sorrideva… dio, quando la mia vita sorrideva era meglio trovarsi altrove se non era la vostra vita.

   Adesso sto pensando a tutte le volte che sono caduto e mi sono rialzato sputando sangue in questi sette anni. Ho percorso tutte le vie della disperazione, trovandoci alla fine un rifugio quasi perverso, sperimentando la strana paura di trovare la via d’uscita, così, all’improvviso, senza nessun cenno che mi preparasse, senza aver seguito nessun cartello con sopra scritto: USCITA.

   Paura infondata, non ho trovato nessuna porta apparsa dal nulla. Ma una cosa la so per certo, e questa cosa è il mondo a cui appartengo. Il mondo a  cui appartengo è precisamente quello in cui sono in questo istante: il mondo delle parole. La realtà mi scivola accanto tutti i giorni indifferente, non mi lascia quasi mai niente. Ma questo qui, questo meraviglioso mondo che non esiste ma esiste, mi chiama in continuazione. Ognuno ha la sua magia, sono sicuro di questo. Alcuni lo sanno, altri no, ma ognuno ha la sua. La mia magia è qui dentro, nascosta in qualche posto da cui stasera mi sembra di averla ripescata, sia pure per pochi minuti. Se una strada esiste è qui, proprio dove mi trovo adesso: una strada che mi porti all’uscita, una strada che mi dica che sono già uscito. Qualcosa che leggo o rileggo e mi faccia sentire come uno appena uscito da una caverna, con le palpebre socchiuse e una mano a pararsi gli occhi dalla vista del sole, guardando la luce come una cosa dimenticata.
  
   (Credo che tornerò su questo discorso, non mi sembra di averlo finito.)

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