Il vino dell’assassino

   Mia moglie è morta: finalmente libero!

   Posso dunque ubriacarmi a mio piacere.
Quando tornavo a casa senza il becco
d’un quattrino, i suoi urli mi straziavano
fin nelle fibre. Son felice al pari
d’un re; l’aria è pura, il cielo è bello
a vedersi. Era estate, così, quando
m’innamorai di lei. Questa tremenda
sete che ora mi strazia, per estinguersi
bisogno avrebbe di sì tanto vino
quanto ne può tenere la sua tomba;
e non è dire poco: io l’ho gettata
in fondo a un pozzo e le ho buttato sopra
tutte quante le pietre, anche, dell’orlo.

   – La scorderò, se lo posso! Nel nome
delle promesse tenere da cui
nulla può svincolarci!
Potessimo far pace, io le implorai
un convegno, di sera, su una buia
strada. Ci venne! folle creatura!
Noi siamo tutti più o meno pazzi.

   Era ancora graziosa, benché tanto
stanca: troppo l’amavo: ecco perché
le dissi: fuggi da questa vita!
Nessuno può comprendermi. Uno solo
fra tutti questi stupidi beoni
pensò mai nelle sue notti morbose
di far del vino un drappo sepolcrale?

   Mai, né l’estate né l’inverno, questa
schiera di crapuloni invulnerabili,
macchine di metallo, hanno gustato
il vero amore, coi suoi neri incanti,
l’infernale corteo delle inquietudini,
i suoi filtri attoscati, le sue lacrime,
i suoi rumori di catene e d’ossa!
Eccomi solo e libero! Stasera
sarò sbronzo del tutto; e allora, senza
paura né rimorso, sulla terra
mi stenderò a dormire come un cane.

   Il carro dalle enormi ruote, carico
di fanghiglia e di pietre, il furibondo
treno schiaccino pure la mia testa
colpevole o mi taglino per mezzo:
me ne infischio di Dio come del Diavolo,
e così pure della Sacra Mensa!


Charles , Parigi 1821 – 1867
 

 

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