Questione di punti di vista

   Quando avevo nove anni, un giorno che ero in cortile con la bicicletta mi punse un’ape: mi convinsi immediatamente che sarei morto. Il dolore era troppo forte, niente che facesse così male poteva lasciarti via di scampo. Avevo visto in qualche film in televisione che quando ti morsicava un serpente dovevi mordere la ferita, succhiare il sangue e sputare. Allora mollai subito la bicicletta che cadde a terra sbattendo violentemente con un pedale contro la caviglia, e provocandomi un dolore che in un’altra situazione sarebbe stato allucinante. In un’altra situazione, non quando stai per morire e devi succhiarti il sangue. Un mio amico mi vide annaspare in quel modo e si precipitò dalla mia parte: Che cazzo è successo?
   ZITTO!
, gli dissi cominciandomi a smozzicare violentemente l’indice della mano destra, Mi ha morso un’ape!

   Dissi proprio così, dissi proprio morso, perché ero molto concentrato sulla sequenza del film in cui il tipo si mozzicava l’avambraccio dopo essere stato morso da un serpente. Mozzicavo, succhiavo e sputavo ma niente sangue. Nel film il tipo sputava sangue a litri. Io niente, neanche una goccia, allora mozzicai più forte. Il dolore invece di diminuire aumentava, era chiaro che peggioravo a vista d’occhio. La morte sarebbe sopraggiunta a breve, dovevo mozzicare ancora più forte.
   Vuoi che chiamo mio fratello?, disse il mio amico.
   Figuriamoci, la domanda mi suonò più o meno come deve suonare a un ladro impegnato a scassinare una cassaforte: Vuoi che chiamo la polizia? Il fratello era la soluzione peggiore nel raggio di molti chilometri quadrati. La soluzione peggiore a qualunque problema. Se mi avesse trovato in quelle condizioni mi avrebbe preso in giro per sempre, e poi non volevo dargli la soddisfazione di vedermi morire.
   NO!, dissi, ZITTO!

   Il mio amico non si rendeva conto che stavo per morire, io sì. E’ per questo che l’indice della mia mano destra cominciava a somigliare a qualcosa appena uscito dalla bocca di un rottwailer.
   Decisi di andare a casa, avevo bisogno di un coltello. Questo perché l’immagine del tipo che si mozzicava l’avambraccio era stata improvvisamente sostituita da una cosa che mi disse una volta mia madre: Se ti punge un’ape, devi poggiare sulla puntura una cosa di ferro, anche la lama di un coltello, così fai uscire il pungiglione. Non lo so se questa cosa fosse vera oppure no (non lo so ancora oggi), ma mi sembrò che valesse la pena giocare anche questa carta finché ero ancora vivo.
   Vado a casa!, dissi al mio amico, Guardami la bicicletta. E non dire niente a tuo fratello!

   Mi precipitai su per le scale del palazzo, l’indice della mia mano destra era l’apoteosi della sofferenza, l’apice di tutti i dolori mai provati fino a quel momento. Mai vista una cosa del genere, non riuscivo a capacitarmi del fatto che riuscissi ancora a sopravvivere. Dovevo avere una tempra di ferro.

   Feci irruzione dentro casa chiamando mia madre con quanto fiato avevo in gola: MAMMA! MAMMA!, nessuna risposta. Dopo il secondo tentativo decisi di chiamarla per nome: ANTONIETTA! Mi precipitai in cucina e rovesciai sul ripiano del lavello tutto il contenuto del portaposate, presi il primo coltello che mi capitò sotto mano e lo bagnai sotto il rubinetto. Così è più freddo!, e mi sembrò che il fatto aumentasse di molto la capacità del coltello di succhiare i pungiglioni delle api. La mano sinistra con cui stavo per effettuare la delicata operazione mi tremava a morte, sentivo un caldo bestiale, come se stessi facendo il tutto con la testa infilata dentro un forno a 200 gradi. Sudavo. Contro tutte le previsioni, il dolore continuava ad aumentare.
   ANTO… mi girai verso l’ingresso della cucina e mia madre stava appena entrando dalla porta. Aveva gli occhi gonfi di chi si è appena svegliato da un sonno profondo. Erano le quattro del pomeriggio, doveva essere nel pieno della sua seconda ora di sonno.
   Che è… cominciò a dire con la bocca impastata, poi vide quello: suo figlio aveva un coltello nella mano sinistra, la faccia stravolta, e una cosa rossa, gonfia e abbastanza massacrata di mozzichi al posto dell’indice della mano destra. CHE STAI FACENDO?, urlò mentre accelerava il passo nella mia direzione. Io ero nel pieno dell’operazione, l’avevo chiamata d’accordo, ma era arrivata nel momento peggiore.

   Aspetta!, le dissi sperando che si fermasse ma sapendo che non l’avrebbe fatto: viaggiava verso di me con la decisione di un treno senza macchinista. DAMMI SUBITO QUEL COLTELLO!, mi disse strappandomi il coltello di mano. In quel momento mi convinsi che mia madre aveva firmato la mia condanna a morte. In tutto il trambusto che era seguito al suo ingresso in cucina, avevo appena fatto in tempo a togliere la lama da sotto l’acqua del lavello, senza mai riuscire a farle toccare la ferita prima che lei mi togliesse il coltello dalle mani.
   Mamma! Mi ha punto un’ape!, le urlai in faccia. Stavolta dissi punto, non morso.
   E un’ape ti ha fatto quello?, disse indicando il mio indice. In effetti sembrava il morso di uno squalo quello che stavo guardando anch’io vedendolo per la prima volta adesso che il dolore aveva imboccato la curva in discesa.
   Sì!
, dissi esasperato. Il dolore stava lasciando posto alla frustrazione, non riuscivo a credere che mia madre mi avrebbe lasciato morire in quel modo. Nella testa di un bambino di nove anni, quello era un problema peggio che serio. Era drammatico. Non tanto il fatto che stessi morendo, quanto l’indifferenza con cui mia madre si rendeva complice della morte.
   VAFFANCULO!, le dissi avviandomi verso la porta della mia cameretta al culmine della delusione. Dopodiché chiusi la porta a chiave sbattendola con quanta forza avevo, e mi stesi sulla mia poltrona preferita (nessuno tranne me poteva sedersi lì sopra) aspettando di morire in silenzio. Nella mia testa era la miglior morte possibile: ero un eroe, il mio eroe: solo un eroe poteva morire in quel modo, tradito dall’affetto più caro, dall’unica persona al mondo in cui aveva riposto la sua fiducia. Se stavo morendo da eroe, be’ allora era una buona morte. Poi non lo so che cosa successe dopo, probabilmente mi addormentai in attesa della fine. E in attesa della fine anche lui, il mio dito continuava a pulsare.

 

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