Il marinaio

Parlare del passato: questo dev’essere bello, perché è inutile e causa tanta pena… (, Il marinaio)

   […]

   Prima vegliatrice: …Raccontateci adesso che cosa sognavate in riva al mare…

   Seconda vegliatrice: Sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana… In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli volavano tra di esse… Non so se a volte si posavano… Da quando, scampando a un naufragio, vi era approdato, il marinaio viveva in quel luogo… Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un’altra patria come fosse stata sua, un’altra specie di paese con altri paesaggi e altra gente e un’altra maniera di passeggiare per le strade e affacciarsi alle finestre. Ora per ora egli costruiva in sogno questa falsa patria, e non smetteva mai di sognare, di giorno alla breve ombra delle grandi palme che si frastagliava, orlata di punte, sulla sabbia calda; di notte, sdraiato sulla spiaggia, senza badare alle stelle. […]

   Terza vegliatrice: …Raccontate, sorella mia, parlate…

   Seconda vegliatrice: Per anni e anni, giorno su giorno, il marinaio edificava in un sogno continuo la sua nuova terra natale… Tutti i giorni metteva una pietra di sogno su quell’edificio impossibile. Possedeva ormai un paese tante volte percorso… Si ricordava di avere già passato migliaia di ore lungo le sue coste. Sapeva di che colore solevano essere i crepuscoli in una rada del nord, e come era soave entrare a notte fonda, con l’animo sospeso sul mormorio delle onde solcate dalla nave, in un grande porto del sud, dove egli aveva passato una volta, forse felice, la sua immaginata gioventù.

   Pausa

   Prima vegliatrice: Sorella mia, perché vi interrompete?

   Seconda vegliatrice: Non bisogna parlare molto. La vita ci spia sempre. Quando parlo troppo comincio a separarmi da me stessa e a sentirmi parlare. Questo fa sì che io abbia pietà di me e senta troppo il cuore. Allora provo un desiderio struggente di tenerlo tra le braccia e di cullarlo come un bambino… […]

   Prima vegliatrice: Raccontate ancora, sorella mia, raccontate ancora, non smettete di raccontare…

   Seconda vegliatrice (più basso, con voce molto lenta): Dapprima creò i paesaggi; poi le città, poi le strade e le traverse, ad una ad una, cesellandole nella materia della sua anima, ad una ad una le strade, quartiere per quartiere, fino ai muraglioni dei moli, dove creò i porti… Ad una ad una le strade e la gente che le percorreva o che guardava su di esse dalle finestre. Cominciò a conoscere certe persone come uno che le conoscesse appena… Cominciò a conoscere le loro vite passate, e le conversazioni, come uno che sognasse paesaggi e allo stesso tempo li vedesse veramente… Poi viaggiava, ancora in ricordo, attraverso il paese che aveva creato… E così costruì il suo passato… In breve ebbe un’altra vita anteriore… Aveva già, in questa nuova patria, un posto dove era nato, i luoghi dove aveva passato la sua giovinezza, i posti dove si era imbarcato… Cominciò ad avere i compagni d’infanzia, e poi gli amici e i nemici dell’età virile… Tutto era differente da quello che era stato: né il paese, né la gente, né il suo stesso passato assomigliavano a quelli che erano stati… Volete che continui? Mi fa tanta pena parlarne! In questo momento, proprio perché vi parlo di questo, preferirei piuttosto parlarvi di altri sogni…

   Terza vegliatrice: Continuate, anche se non sapete il perché… Quanto più vi ascolto più non mi appartengo… […]

   Seconda vegliatrice: Un giorno che aveva piovuto molto e l’orizzonte era più incerto, il marinaio si stancò di sognare… Allora volle ricordare la sua patria vera… Ma si accorse che non ricordava niente, che essa per lui non esisteva più… La sola infanzia che ricordava era quella della sua patria di sogno; la sola adolescenza che aveva in mente era quella che si era creato… Tutta la sua vita era stata la vita che aveva sognato… E si rese conto allora che non era possibile che fosse esistita un’altra vita, se lui non ricordava più né una strada, né una figura, né un gesto materno… Mentre di quella vita che credeva di aver sognato tutto era reale ed era esistito… E non poteva nemmeno sognare un altro passato, concepire di averne avuto un altro, come tutti, un momento, possono credere… Oh, sorelle mie, sorelle mie… C’è qualcosa, non so che cosa, che non vi ho detto, qualcosa che spiegherebbe tutto questo… La mia anima mi fa gelare… So a malapena di avervi parlato… Parlatemi, gridate, perché mi svegli, perché sappia che sono qui davanti a voi e che esistono cose che non sono solo sogni…

   Prima vegliatrice (con voce molto bassa): Non so che cosa dirvi… Non oso guardare le cose… Come continua questo sogno?

   Seconda vegliatrice: Non so come continua… Lo so appena… Perché dovrebbe continuare?…

   Prima vegliatrice: Ma che accadde dopo?

   Seconda vegliatrice: Dopo? Dopo che? Dopo è qualche cosa?… Arrivò un giorno una nave… Arrivò un giorno una nave… – sì, sì, può essere stato solo così… – Arrivò un giorno una nave e passò da quell’isola, ma il marinaio non c’era più…

   Terza vegliatrice: Forse era ritornato in patria… Ma in quale?

   Prima vegliatrice: Sì, in quale? E che cosa ne sarà stato di lui? Qualcuno mai lo saprà?

   […]


Il marinaio. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935
 

 

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5 Commenti on "Il marinaio"

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Anonymous
Ospite
Il libro mi è piaciuto un sacco. Soprattutto, la faccenda della defenestrazione. Ci sono tante frasi belle che ho ricopiato e una legge empirica abbastanza attendibile dice che il numero di frasi che ricopio è direttamente proporzionale al mio grado di apprezzamento del libro. Le mie pagine preferite sono la 102 e la 103, in cui Amélie parla della “ragione di ordine schizofrenico” (non smettevo più di ridere) e, ovviamente, della defenestrazione che le ha salvato la vita. Ora ti chiamerò in causa per ringraziarti, dal momento che, se non me l’avessi consigliato, credo che non l’avrei mai letto. Sì,… Leggi il resto »
Elena
Ospite

Ok, ho dimenticato, di nuovo, di qualificarmi. Ma non è colpa mia se il tuo blog una volta ti dà il benvenuto e l’altra non si ricorda chi sei.

Max
Ospite
Sono contento che ti sia piaciuta Amélie, la defenestrazione è eccezionale. Come tutte le cose ben riuscite, c’è un messaggio molto serio che passa tra le righe del libro e i modi simpatici dell’autrice. Ed è lo sguardo sul mondo del lavoro giapponese, la risposta al loro modo perfezionista di fare le cose. Come hai detto tu in un commento in questo blog, non c’è come fare una cosa fatta bene se non sei disposto a spaccarti la schiena in più punti per realizzarla. Le cose fatte bene non sono mai frutto del caso. E Amélie ci spiega (avevo scritto… Leggi il resto »
Max
Ospite
Ho riaperto il libro dando uno sguardo veloce qua e là, e mi sono accorto che ci sono almeno altre due cose importanti. Uno è il ruolo della donna nella cultura giapponese. Discutibile, d’accordo, ma *ha* un ruolo. Un ruolo è qualcosa che ti distingue, ti identifica, ti dà un senso tutto tuo, un significato attraverso i compiti preposti al ruolo, ecc. Ora, con il fatto che uomo e donna in occidente vogliono fare la stessa cosa (alla base del concetto di uguaglianza tra i sessi c’è un mostro: la perdita dell’identità, che io mai e poi mai riuscirò a… Leggi il resto »
Elena
Ospite
Io ho sempre pensato che l’unico Paese, oltre a questo, in cui potrei vivere è il Giappone. C’è stato un periodo in cui avevo la camera tappezzata di foto del Giappione. Non so se fosse semplice attrazione per il “diverso” o reale condivisione dei contenuti di quella cultura. Certo è che ci sono molti aspetti di quel mondo che mi affascinano e che sento molto più vicini al mio modo di vedere le cose, di quanto non lo siano quelli della cultura che, volente o meno, mi ha plasmato. Per la questione dei ruoli, ci devo pensare. Il mio mondo… Leggi il resto »
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