E invece è poesia

   Stamattina, mentre il mio capo mi rimproverava di essere un tipo poco concreto (il che è assolutamente innegabile), io gli ho risposto che avrei potuto insegnargli qualcosa sull’anima, non so se vi rendete conto. Non so più comunicare con nessuno.
   Stasera leggo Pessoa e mi sembra di leggere le pagine scritte da un ottimista. Ho detto tutto. Leopardi al confronto di quello che sta scrivendo davanti a questo schermo era un giullare. Mi sento come se il vaso di Pandora fosse stato chiuso da sempre dentro il mio stomaco e qualcuno all’improvviso l’avesse scoperchiato. La mattina mi sveglio e   Oh no! Sono ancora vivo! è il primo pensiero della giornata. Vorrei essere una goccia d’acqua che piove senza sentire cos’è, né chiedersi a cosa serve, né sapere che non serve. Quello che mi frega, quello che frega ognuno di noi non sono i sentimenti o la maggiore o minore sensibilità (come pensava l’ottimista). La sensibilità e i sentimenti li hanno anche i cani, ma non ho mai visto un cane disperarsi per il fatto che dovrà morire. E non è perché lui non sappia che deve morire che non si dispera, è perché lui non sa di essere. Non sa niente di quello che non deve sapere. Quello che frega me e tutti noi è la coscienza di esistere. La consapevolezza di essere qui, prigionieri di un’esistenza finita prima di cominciare, proprio perché dovrà finire e proprio perché so che finirà. Il libero arbitrio è una fregatura.

   Se non sapessi di esistere mi piacerebbe da matti partecipare a tutto questo. Mi piacerebbe da morire non sapere di essere fatto di materia, che da filosofi e scienziati è data per eterna perché niente si crea e niente si distrugge e io ci credo ciecamente come un pazzo crede in sé stesso. E allora non saprei di essere né di non essere, molto semplicemente non saprei e questo è quanto. E la bellezza di tutto questo, sarebbe partecipare dell’eternità senza sapere di farlo. Non saprei di essere relativo perché non saprei di essere, e non saprei di essere eterno (perché fatto della materia che è sostanza eterna) essendolo. Non saprei niente di quello che non dovrei sapere. Non saprei che la mia tortura è un inganno. Non saprei che non è vero che finirò, perché la mia materia è eterna e durerà dopo di me. E quindi quello che dovrei fare lo farei, e in fretta anche, perché magari serve! Tutto avrebbe un senso se non mi chiedessi che senso ha tutto quanto. Io mi tramanderò, mi trasformerò in una zolla di terra, in una pianta, in una goccia d’acqua (finalmente!). Non mi torturerei al pensiero di dover finire quando invece non finirò!

   Quello che finirà sarà solo la mia coscienza, questa cosa che mi sta facendo scrivere in questo istante. Sì ma cos’è mai questa cosa che chiamo coscienza per evitare di chiamarla col suo vero nome: io? Cos’è questo io se non il cumulo delle esperienze che ho avuto in questa vita? Se mio padre non fosse morto quando avevo cinque anni, oggi io sarebbe tutta un’altra cosa. Quello che chiedo è: cos’è davvero questa cosa che andrà perduta? Cosa ho da perdere nell’abbandonare me stesso? La mia coscienza fatta di esperienze? E cosa sono queste esperienze tanto preziose che andrò a perdere? Sentiamo. Vogliamo dire che perderò la memoria di tutte le persone che ho conosciuto? Dovrei spaventarmi di questo? Io pagherei! per perderla in questo stesso istante questa memoria. Vogliamo dire che perderò la coscienza di quello che non ho fatto? Idem come sopra. Vogliamo dire che perderò le mie paure? Le mie angosce? Le mie domande inutili? Dovrei preoccuparmi di questa cosa? Ditemelo voi. Se le cose fossero viste nella loro leggerezza non esisterebbe la disperazione.

   Oh no! Sono ancora vivo! Eppure l’anno che sta finendo non è stato peggiore di tanti altri. Ma forse è il numero degli anni che forma il peso degli anni. E’ il numero di questi anni che non sono stati peggio di tanti altri che fa il peso di ogni anno peggiore dell’altro. O forse no, stasera non ne so niente. So solo che il poco che credevo di sapere non era niente di quello che sapevo, perché non sapevo niente neanche di quel poco.
   Una volta una mia amica
   (amica? ah-ah)
   mi ha detto che avrebbe voluto fare la bibliotecaria. Io mi sono messo a ridere: delle volte non si capisce perché ride la gente che ride. Che avevo da ridere? Niente: oggi il bibliotecario mi sembra il più bel mestiere del mondo. Io per esempio lo faccio tutto il giorno. Sono il bibliotecario dei miei pensieri che non scrivo: mentre guido, mentre prendo il caffè, mentre guardo un cliente che mi firma un contratto, sempre sono il bibliotecario dei miei pensieri persi. Li catalogo uno a uno, alcuni buoni altri meno, ma tutti catalogati in attesa di non essere mai scritti. Qualche settimana fa un cliente mi ha chiesto su quali coordinate bancarie avrebbe dovuto fare un certo bonifico. Era un già cliente, quindi aveva già bonificato una somma su quel conto per un altro contratto: Sono le stelle, gli ho risposto. Lui ha fatto in tempo a farmi uno sguardo peggio che sperduto: Sono le stesse, mi sono corretto subito dopo.

   Ecco cosa dovrei trovare il tempo, il modo, la voglia, la costrizione di fare: scrivere i pensieri che catalogo. Non lo so se importa o non importa, del resto niente importa (come dice l’ottimista), ma so che dovrei scriverli perché scrivere è l’unica cosa al mondo che mi fa sentire bene.

   Non è una poesia, sono solo delle note a una pratica!, mi ha detto un’altra volta il mio capo (lo stesso di stamattina). E invece no: è una poesia. Tutto quello che fa chiunque è una poesia, perché in qualunque cosa faccia chiunque, chiunque lascia qualcosa di sé stesso. Non importa che tu stia scrivendo, catalogando libri (pensieri), tagliando la carne su un banco di macelleria o sistemando i prodotti sul bancone di un supermercato: quello che stai facendo l’hai fatto tu, e parla di te. Parla del tempo che hai impiegato a farlo, del modo in cui l’hai fatto, e dice perfino a cosa stavi o non stavi pensando: perché si vede (si vede sempre) se quando hai fatto una cosa pensavi a quella cosa o pensavi ad altro. Quello che fai si rivolge al mondo e parla di te: è poesia. Utile o inutile, relativo o eterno non ha importanza: quello che stai facendo per il momento è poesia, poi si vedrà.

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