Mio fratello che guardi il mondo

   Un foglio bianco di word, un cursore che lampeggia, una finestra aperta, una sera di giugno – né caldo né freddo -, un po’ di (Ivano Fossati, Mio fratello che guardi il mondo), e si ripete la cara, antica magia: le dita accarezzano i tasti, il cursore prende vita, si agita e comincia a muoversi: prima lento, incerto (cos’è questa pagina bianca?), poi più spedito e deciso (pagine bianche le mangio a colazione). E viene da te.

 

   Da te che manchi da 2920 giorni (E te ne vai così?);
   Da te che sei stata settantamila ore di pensieri (Allora non ci rivediamo più?);
   Da te che hai lasciato il mondo in bianco e nero (Non cambierò idea);
   Da te che ti sei vendicata (Chiamami stasera);
   Da te che hai chiamato dopo 4 anni (La tua voce è sempre uguale);
   Da te che ridevi sotto le coperte (La Napoli sotterranea);
   Da te che rendevi indimenticabile un abbraccio (La senti anche tu questa forza?);
   Da te che rendevi impossibile un addio (Vorrei che non te ne andassi mai);
   Da te che mi rimproveravi (Sì ma dimmelo in un altro modo);
   Da te che mi rinfacciavi di amarmi (Ecco cosa provo per te!);
   Da te che ho dovuto cancellare (Da oggi in avanti fai come se fossi morto);
   Da te che dicevi le cose che non si contengono (Non ci voglio vivere in un mondo così);
   Da te che dicevi le cose che non si dimenticano (Dimmi un segreto).

 

  Una macchina suona per strada, l’incantesimo è rotto, la canzone è finita. Tu chissà cosa stai facendo adesso.

 

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