Stagioni diverse

   Non so come cominciarlo questo post. Quello che voglio dire è che tanto tempo fa sono stato un ragazzo. Il ricordo più bello di quel periodo è legato alle attese. Era un’età quella in cui tutto era possibile. Chi poteva dire in quel momento quando un’aspettativa sconfinasse in un’illusione? Chi poteva mai stabilire il confine tra le due cose? Era tutto possibile.

   Ero giovane, arrogante, mi sentivo immortale, eterno. Non avevo mai pace e non potevo sapere che quella febbre mi sarebbe mancata come mi manca. Quei tempi sono finiti.

   Adesso, a 38 anni, guardo indietro e sembra ieri (non sembra sempre ieri?). Sembra ieri la prima sera in discoteca, il primo bacio, la prima sigaretta. Il primo motorino, la prima notte bianca. La prima mano dentro le mutandine di Emanuela, la prima volta che ho fatto l’amore (lo rifacciamo?). Non c’è niente come la prima volta di ogni cosa. Niente. Quando hai finito tutte le prime volte come fai? Come fai quando hai 38 anni e nessuna prima volta da aspettare?

   Questa vita adulta, dio che delusione. Questa gente che sta lì fuori, dio che stanchezza. Tutte le mie prime volte, che nostalgia. Aspetto ma mica lo so che cosa. Mi muovo, faccio cose, vedo gente, penso. E aspetto. Ma questi anni che se ne vanno, che rabbia. Queste stagioni che corrono e si inseguono senza sosta: ehi, fermatevi! O almeno andate un po’ più piano: avevo 30 anni quando? Cinque minuti fa? Dieci? Non più di mezz’ora fa avevo 30 anni. Otto anni sono passati dai miei 30 anni. Sono troppi. E sono tutti uguali.
   38 anni, non mi resta che fare cose, vedere gente, muovermi, pensare. E aspettare.

 

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