Un’altra cosa

   Sua moglie Maxine cacciò L.D. di casa la sera che, tornando dal lavoro, lo trovò per l’ennesima volta ubriaco che insultava Rae, la figlia quindicenne. L.D. e Rae erano seduti in cucina e litigavano. Maxine non ebbe neanche il tempo di metter via la borsa o di togliersi il cappotto.
   […]
   "Basta!", urlò Maxine.
   Si sbottonò il cappotto e poggiò la borsa sulla credenza. Guardò L.D. e disse: "Senti, L.D., io non ce la faccio più. E neanche Rae. E così tutti quelli che ti conoscono. Ci ho riflettuto a lungo. Voglio che tu te ne vada. Stasera stessa. Subito, in questo istante. Esci di casa e vattene al diavolo!"
   L.D. non aveva alcuna intenzione di andare da nessuna parte. Distolse lo sguardo da Maxine e fissò il vasetto di sottaceti che era rimasto sul tavolo dall’ora di pranzo. Poi lo prese e lo scagliò contro la finestra della cucina.
   Con un salto Rae si alzò dalla sedia e si allontanò dal tavolo. "Oddio! E’ impazzito!"
   S’andò a mettere accanto alla madre. Respirava affannosamente con la bocca.
   "Va’ a chiamare la polizia", disse Maxine. "Sta diventando violento. Esci subito dalla cucina, prima che ti faccia del male. Chiama la polizia", disse Maxine.
   Cominciarono entrambe a camminare a ritroso per uscire dalla cucina.
   "Me ne vado", disse L.D. "Va bene, va bene, me ne vado subito", disse. "Anzi, mi sta benissimo. Tanto, siete tutte e due matte. Questa casa è una gabbia di matti. Là fuori c’è un’altra vita, grazie a Dio. Credetemi, in questa gabbia di matti, c’è poco da divertirsi".
   Sentiva sulla faccia lo spiffero che veniva dal buco nella finestra.
   "Ecco dove me ne vado", continuò. "Là fuori", disse, indicando.
   "Bene", disse Maxine.
   "Va bene, me ne vado", disse L.D.
   Battè con forza la mano sul tavolo. Scalciò indietro la sedia. Si alzò.
   "Non mi vedrete mai più!", disse L.D.
   "Tanto mi lasci un sacco di cose per cui ricordarti", disse Maxine.
   "Giusto", disse L.D.
   "Coraggio, vattene", disse Maxine. "Sono io che pago l’affitto in questa casa e ti dico di andartene. Subito".
   "Me ne vado", disse lui. "Non spingere. Me ne vado".
   "Che aspetti?", disse Maxine.
   "Me ne vado da questa gabbia di matti", disse L.D.
   Si fece strada verso la camera da letto e tirò giù una delle valigie della moglie dal guardaroba. Era una vecchia valigia di similpelle bianca con una fibia rotta. Era la valigia che lei riempiva di maglioni e si portava dietro quando andava all’università. C’era andato anche lui, all’università. Gettò la valigia sul letto e cominciò a metterci dentro la biancheria, i pantaloni, le camicie, i maglioni, la sua vecchia cinta di cuoio con la fibbia d’ottone, i calzini e il resto della sua roba. Dal comodino prese delle riviste per avere qualcosa da leggere. Prese anche il posacenere. Infilò tutto il possibile nella valigia, tutto quello che poteva entrarci. La chiuse dalla parte della fibbia buona, la strinse con la cinghia e poi si ricordò della sua roba da toilette. Trovò la borsetta di plastica sullo scaffale del guardaroba, dietro ai cappellini di Maxine. Ci infilò dentro il rasoio e la crema da barba, il talco, lo stick del deodorante e lo spazzolino da denti. Prese anche il tubetto del dentifricio. Poi prese anche il filo interdentale.

   Le sentiva parlottare di là in soggiorno.
   Si lavò la faccia. Mise il sapone e l’asciugamano nella borsetta. Poi c’infilò anche il portasapone, il bicchiere sopra la mensola del lavandino, il tagliaunghie e il piegaciglia.
   Non riuscì a chiudere bene la borsetta, ma non importava. Si mise il cappotto e prese la valigia. Tornò in soggiorno.
   "Ecco fatto", disse L.D. "Addio, allora", disse. "Non so cos’altro dire tranne che immagino che non ti vedrò più. Neanche a te", disse L.D., rivolto a Rae. "Tu e le tue idee balzane".
   "Vattene", disse Maxine. Prese Rae per la mano. "Non hai già fatto abbastanza danni in questa casa, eh? Vattene, L.D. Esci da questa casa e lasciaci in pace".
   "E ricordati", disse Rae. "E’ tutto nella tua testa".
   "Me ne vado. Vi dico solo questo", disse L.D. "Non m’importa dove. Basta sia lontano da questa gabbia di matti. Questa è la cosa principale".
   Lanciò un’ultima occhiata in giro nel soggiorno, poi spostò la valigia da una mano all’altra e si mise la borsetta sotto il braccio. "Restiamo in contatto, Rae. Maxine, anche tu è meglio che te ne vai da questa gabbia di matti".
   "Sei tu che l’hai fatta diventare una gabbia di matti", disse Maxine. "Se è una gabbia di matti, è perché ce l’hai fatta diventare tu".
   Posò la valigia a terra e la borsetta sopra la valigia. Poi si tirò su e si girò verso di loro.
   Loro fecero un passo indietro.
   "Attenta, mamma", disse Rae.
   "Non mi fa mica paura", disse Maxine.
   L.D. si rimise la borsetta sotto il braccio e raccolse la valigia.
   Disse: "Voglio solo dirvi un’altra cosa".
   Ma poi non riuscì a pensare quale potesse essere.

Da dove sto chiamando (Racconti), Edizioni minimum fax
Raymond Carver, Clatskanie (Oregon) 1938 – Port Angeles 1988
 

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