Non è proprio gioia

   Vorrei dire qualcosa sulla condivisione, sulla gioia della condivisione. No, la parola esatta non è gioia ma questo post sta nascendo un po’ storpio perché mi sono innervosito prima di mettermi a scrivere. Per prima cosa ho deciso di mettermi a scrivere e appena seduto mi sono accorto che avevo la persiana abbassata. Impossibile scrivere con la persiana abbassata, mi sento murato vivo. Impossibile. Allora ho sentito la prima fitta nel petto, vai a sapere che cosa succede nel cervello di uno che vuole scrivere se vede una persiana abbassata. Mi sono alzato per alzare la persiana ma il filo della cuffia che avevo in testa non era abbastanza lungo per arrivare all’avvolgibile, ho sentito uno strattone: seconda fitta. Poi ho alzato la persiana ma quella si è bloccata a metà e non voleva saperne di salire ancora: terzo strike. E’ stato allora che mi sono seduto ed è venuta fuori la parola gioia. Gioia mia, gioia: sei fuori contesto, gioia. Addio.

   Volevo dire qualcosa su questa cosa della condivisione in un rapporto d’amore. La fine della condivisione è il motivo per cui non capisco i matrimoni e la gente che si sposa. Prendete due fidanzati, li avete presi? Allora adesso guardateli, li state guardando? Avvicinatevi ancora, osservateli. Cos’è che li lega? Cos’è quella cosa (non è gioia non è gioia) che ha acceso il fuoco e li unisce in quel modo? Questi due fidanzati stanno condividendo, ecco cosa. Condividono interessi, idee, passioni. A volte condividono perfino i dolori. E’ quando parlate con qualcuno e cominciano a saltare fuori da tutte le parti quei: Ma anche tu! Ma anch’io! E spuntano come funghi, e saltano impazziti intorno e dentro le conversazioni. E’ quella cosa che (non è gioia non è gioia) ci fa sentire meno soli. E’ o non è una gran cosa? Ah sì, quello è davvero un momento magico.

   Adesso la cattiva notizia: passerà. Passerà, non voglio convincervi di niente: lo sapete voi, lo so io: passerà. Perché sposarsi allora? Nessuna mente sana lo farebbe. Eppure un sacco di gente si sposa. Non parlo dei matrimoni di convenienza, quello è un altro tipo di disturbo mentale, non mi interessa. Parlo di due che si sposano convinti di fare una cosa (oh!) cooosì meeeravigliosa! Sto parlando di loro, che erano partiti (oh!) cooosì bene! Erano i due che stavamo guardando solo pochi istanti fa, condividevano così bene all’inizio. Condividevano talmente bene che il tarlo dell’amore ha cominciato a scavare la sua tana. E quando il tarlo s’intana ti fa scordare cose tanto banali come la fine della condivisione. Ti fa scordare che la condivisione è una gran cosa ma prima o poi questa cosa che non è gioia perché è di più (è molto-molto di più), questa cosa prima o poi finisce. Come tutto finisce. Perché sposarsi allora? Ma anche convivere se è per quello: perché insomma decidere di andare a vivere e morire sotto lo stesso tetto? Perché consegnarsi mani e piedi alla più grande assassina di tutti i tempi: l’Abitudine? Perché condannarsi all’inferno del successivo? Del dopo-condivisione? Non c’è una risposta sensata a questa domanda, quindi non proverò a darla. Non esiste una risposta sensata alla condizione di due persone con dei cocci in una mano e un tubetto di colla nell’altra
(guardateli adesso, guardate il post-condivisione, osservate il tarlo decomposto nella sua tana che continua a fare danni anche dopo morto)
che invece di salutarsi, oggi che ormai sono sposati (conviventi) decidono di fare un figlio nella speranza che li unisca. Benvenuta al mondo nuova vita: sei pronta? Sei il tubetto di colla, coraggio, appiccica i cocci.

   Mi si potrebbe rispondere che la gente decide di fare figli per tanti altri motivi. Questo è vero: i figli nascono anche per sbaglio, o per tramandare il cognome, la famiglia. Nascono come fuga illusoria dal ciclo naturale di vita e morte: morirò ma lascerò mio figlio che a sua volta lascerà un figlio che a sua volta lascerà un figlio che a sua volta lascerà ME: e il ciclo si interrompe perché se ci riesco mi porto appresso tutta la baracca senza condannare nessuno all’inutile, stremante gestione di una coscienza. Se ci riesco metto un punto.
   E’ vero, i figli nascono per tanti motivi, ma stavolta ho scelto di parlare del tubetto di colla: mi occupo di un mostro alla volta.

   Mi si potrebbe infine dire che se la gente cominciasse a ragionare in questo modo l’umanità si estinguerebbe nel giro di un centinaio di anni. Bene, non capisco dove sia il problema. 

 

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