Sylvia Plath: Lettera a Richard Sassoon (2)

Ti amo con tutto il cuore, l’anima e il corpo; nella tua debolezza e nella tua forza; e non mi era mai successo prima di amare un uomo anche nella sua debolezza. E se riuscirai ad accettare la debolezza che è in me, quella che mi ha fatto scrivere l’ultima lettera servile da cane accattone, e a riconoscere che quella lettera è opera della stessa donna che aveva scritto la prima, forte e fiduciosa, e ad amare quella donna nella sua interezza, capirai quanto ti amo.
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[Nota: Quella qui sotto è la seconda lettera scritta dalla Plath a Sassoon, quella che spedirà, scartando la prima che ho riportato in questo post. Prima del testo della lettera, riporterò una nota dal diario di Sylvia che spiega il motivo per cui decise di non spedire la prima lettera.]

6 marzo 1956, martedì pomeriggio. Sfondare le barriere; soffro moltissimo e un ulteriore guscio della ben circoscritta comprensione è infranto. A monte tutti i programmi chiari e definiti, e questo pomeriggio ho ricevuto una lettera dal mio Richard che ha mandato tutto all’aria tranne il mio improvviso guardarmi dentro e scoprire quel che temevo e lottavo per evitare di scoprire: amo quel maledetto ragazzo con tutto quel che c’è in me e non è poco. Peggio ancora, non posso smettere. […]

Lo amo, l’ho amato e lo amerò fino all’inferno o in paradiso e ritorno. […]
Così, via da questa ferita e dalla nausea, da questo folle desiderio di spendere tutto quel che ho per andare a Parigi e affrontarlo con calma, con tranquillità, convinta che la mia volontà e il mio amore possano sciogliere le porte: via da tutto questo, ribatto la lettera che avevo scritto in risposta alla sua, che magari non leggerà mai e alla quale probabilmente non risponderà, perché ha l’aria di volere una rottura netta e scrupolosa come il taglio di una ghigliottina.

Testo della seconda lettera:

«Stammi solo a sentire un’ultima volta. Perché sarà l’ultima e mi sta nascendo una forza terribile che è figlia tua quanto mia e allora il tuo stare a sentire la deve battezzare.
Il sole inonda la stanza mentre scrivo e ho passato il pomeriggio a comprare arance e formaggio e miele e a sentirmi molto felice dopo due settimane di forte malessere, perché ogni tanto riesco a vedere come dobbiamo vivere in questo mondo anche se la nostra vera anima non è tutta con noi. […]
Ho sperato in una notte di terrore che un amore tanto irrevocabile non mi legasse a te per sempre. Ho lottato a lungo per liberarmi come dal peso di un nome che poteva essere un bambino o un tumore maligno; non lo sapevo. Lo temevo soltanto. Ma anche se ho girato piangendo (dio, se l’ho fatto) e sbattendo la testa contro i chiodi, pensando disperatamente che se fossi stata in fin di vita e avessi chiamato, tu saresti corso, ho scoperto quel che più temevo nella mia debolezza. Ho scoperto che neanche tu hai il potere di liberarmi o restituirmi l’anima; potresti possedere decine di amanti, di lingue e di paesi e io potrei continuare a scalciare; ancora non sarei libera. […]

Io sono legata a te, indipendentemente dalla mia volontà (anche se quando ho permesso a me stessa di vivere per te non sapevo che sarei stata ferita, ferita, ferita per l’eternità), e forse adesso so, come non avrei mai saputo se tu mi avessi reso la vita facile e mi avessi concesso di viverti accanto (a qualsiasi condizione al mondo, basta che fosse con te) – adesso so quanto profondamente, paurosamente e totalmente ti amo, al di là dei compromessi, al di là delle riserve mentali che, fino ad oggi, ho nutrito nei tuoi confronti. […]

Ti amo con tutto il cuore, l’anima e il corpo; nella tua debolezza e nella tua forza; e non mi era mai successo prima di amare un uomo anche nella sua debolezza. E se riuscirai ad accettare la debolezza che è in me, quella che mi ha fatto scrivere l’ultima lettera servile da cane accattone, e a riconoscere che quella lettera è opera della stessa donna che aveva scritto la prima, forte e fiduciosa, e ad amare quella donna nella sua interezza, capirai quanto ti amo. […]

Ora che ho raggiunto l’improvvisa consapevolezza della mia condizione terribile ed eterna, devo essere certa che tu capisca sia questo sia perché allora come ora ho dovuto scriverti: se proprio non mi vuoi rispondere, mandami una cartolina in bianco, senza firma, qualcosa, qualunque cosa per farmi capire che non hai fatto a pezzi e dato fuoco alle mie parole prima di sapere che io sono migliore e peggiore di quel che pensavi. […]

Comprensione. Amore. Due mondi. Sono talmente ingenua da amare la primavera e da pensare che il tuo negarla a entrambi sia sciocco e terribile, quando la sua magia è solo nostra. […]
Certo, se venissi a Parigi in un caos, un turbine di accuse, o addirittura per rendere più difficile separarmi da te (il che è possibile, ma si può porvi rimedio) – avresti ben ragione di vietarmelo. Ma io voglio solo vederti, stare con te, passeggiare, camminare come credo riescano a fare le persone dopo la fase dell’amore … non fingerò di non voler starti accanto con passione, ma tempo e comprensione ci permettono ormai di essere gentilissimi e buoni l’uno con l’altra. Anche se quegli anni eterni incombono su di noi, perché ti rifiuti di vedermi ora?

Sono certa di potertelo chiedere, senza portarti a credere nell’esistenza di qualche morbo da eccesso di scrupolosità che faccia emergere le debolezze e renda le lettere contagiose. Te lo chiedo, come una donna che adesso si conosce. E se avrai il coraggio di guardarti dentro, mi risponderai. Io verrò e rispetterò i tuoi desideri; ma vorrei sapere anche il perché di questi desideri. Oh, non farlo, non creare una stasi artificiale e indistruttibile; piegati, spezzati e torna a crescere, come ho fatto io solo oggi.»

Nota nel diario di Sylvia successiva alla lettera qui sopra:
Così ho fatto io e non riesco a fermare il pianto, quel diluvio di lacrime catartiche che speranzose gettano l’amo alla vita anche se il mio amore, dall’altra parte di quel maledetto canale, mi dice di non andare. Perché, perché?…

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

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2 Commenti on "Sylvia Plath: Lettera a Richard Sassoon (2)"

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arfasatto
Ospite

Leggere Sylvia Plath è sempre qualcosa di fortissimo.
Tutto questo dolore, questo mettere a nudo in modo estremo pensieri amori sentimenti viscere cervello cuore, questa scrittura.
I suoi diari li ho letti diversi anni fa, li ricordo disperati ma anche esaltati; oggi non saprei dire ma allora mi parvero così.
Come poetessa mi sembra grandissima; forse la disperazione e il dolore sono necessari alla poesia?

Max
Ospite
Certamente lo sono; sono necessari a tutta l’arte. Amo Sylvia Plath anche perché usa il punto e virgola, e per il modo così adeguato in cui lo usa. Quel punto e virgola che ho messo lì sopra in realtà è un levarmi il cappello di fronte alla bellezza della sua scrittura e all’amore che aveva per le sue parole: “… mandami una cartolina in bianco, senza firma, qualcosa, qualunque cosa per farmi capire che non hai fatto a pezzi e dato fuoco alle mie parole…”. E’ stata lei a dire che quello che scrivi resta e le parole vanno in… Leggi il resto »
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