Il marinaio

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
(W. Shakespeare, La Tempesta)

Ho il raffreddore e io con il raffreddore non dormo. Ieri notte verso le 3.30 mi sono alzato pensando alla penna di mio nonno. Ce l’ho sulla libreria, quando mi sono alzato stavo pensando alla persistenza degli oggetti. Al fatto che ci sopravviveranno, stavo pensando che un oggetto appartenuto a qualcuno racconta un pezzo della sua storia, volendosi mettere in ascolto. Così ho preso in mano la penna di mio nonno e ho cominciato a rivolgerle qualche domanda. E’ un pennino a inchiostro, di quelli ricaricabili, è rotto. Il tappo dovrebbe avvitarsi intorno alla penna ma non si avvita, la filettatura è spanata, si incastra. Mentre stavo pensando a come fosse successa una cosa del genere,

(magari un giorno che era arrabbiato l’ha avvitata con troppa violenza: perché era arrabbiato quel giorno? Quanto grosso doveva sembrargli il suo problema? Il pennino è reticente. Per quanto grosso fosse il problema, oggi è rimasto solo un pennino spanato a parlarne. Per quanto grosso fosse il problema, se invece di un problema fosse stato un sogno, o se fosse stato trattato alla stregua di un sogno, oggi l’unico a notare la differenza sarebbe stato il pennino la cui filettatura funzionerebbe a meraviglia. Che senso ha il nostro dolore?)

mi è andato l’occhio sul Marinaio di Pessoa. Il Marinaio è un capolavoro letterario con la particolarità di poter essere letto in mezz’ora. E ogni mezz’ora che gli dedichi scopri qualcosa di nuovo. Cioé è nuovo ogni volta. E’ un’opera teatrale statica. E’ un’opera letteraria armoniosa, soffice, leggera, di una delicatezza travolgente: se le parole fossero soggette alla legge di gravità, queste parole galleggerebbero nell’aria. E’ il pizzo e merletto della .

Si svolge in una stanza con tre vegliatrici che si trovano intorno al letto di una donna morta e che vivono solo una notte. Le tre vegliatrici sono il sogno di qualcuno? Sono una proiezione degli ultimi della donna immobile nel letto? Sono una fantasia? Pessoa non ce lo dice, ma una delle tre racconta un sogno, e il lettore si trova davanti a un sogno che racconta un sogno.

 

Da Il marinaio, di :

"Seconda Vegliatrice: Sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana… In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli volavano tra di esse… Non so se a volte si posavano… Da quando, scampando a un naufragio, vi era approdato, il marinaio viveva in quel luogo… Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un’altra patria come fosse stata sua, un’altra specie di paese con altri paesaggi e altra gente e un’altra maniera di passeggiare per le strade e di affacciarsi alle finestre. Ora per ora egli costruiva in sogno questa falsa patria, e non smetteva mai di sognare, di giorno, alla breve ombra delle grandi palme che si frastagliava, orlata di punte, sulla sabbia calda; di notte, sdraiato sulla spiaggia, senza badare alle stelle. […]

Dapprima creò i paesaggi; poi le città, poi le strade e le traverse, ad una ad una, cesellandole nella materia della sua anima, ad una ad una le strade, quartiere per quartiere, fino ai muraglioni dei moli, dove creò i porti… Ad una ad una le strade e la gente che le percorreva o che guardava su di esse dalle finestre. Cominciò a conoscere certe persone, come uno che le conoscesse appena… Cominciò a conoscere le loro vite passate, e le conversazioni, come uno che sognasse paesaggi e allo stesso tempo li vedesse veramente…"

Il marinaio, Fernando Pessoa – Einaudi editore

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