Archivio per la Categoria ‘Anima’

Mio padre è l’unico dio-creatore che riconosco.
(Sylvia Plath, Diari)

 


Sapete qual è la differenza tra voi e il vostro cane, a parte il fatto che lui è migliore di voi?
La coscienza. La vera differenza è che voi sapete di esistere, sapete chi siete (o chi credete di essere), sapete dove siete, perché siete in quel posto, e sapete di sapere tutto questo. La coscienza è l’elemento distintivo (nel bene e nel male) della razza umana rispetto a tutte le altre razze animali.

Per chi volesse spiegarla al di fuori di un discorso religioso, la coscienza è un vero mistero. Quando filosofi, psicologi e scienziati vari cercano di spiegarla, presto o tardi cadono nella metafisica. E come diceva Voltaire, noi dovremmo terminare ogni discorso sulla metafisica con la stessa frase che usavano i giudici romani per le sentenze incerte: Non liquet, La cosa non è chiara. La verità è che non sappiamo niente dell’origine e della natura della coscienza, ed è perfino difficile definirla con precisione.

Questo articolo dal sito del corriere aggiunge un po’ di confusione ad una materia già confusa di suo. Ma se volete dargli uno sguardo è comunque una lettura interessante.

Non ho il controllo sulle carte che mi vengono date, solo come giocarle.
(R. Pausch)


Quando vuoi aggiungere enfasi agli occhi di qualcuno parlando di una cosa che di per sé parla da sola, nove volte su dieci ottieni il risultato opposto. Quindi sarò breve e vi dirò solo i fatti: il professor Randy Pausch è malato di cancro al pancreas. Questo qui sotto è un estratto con traduzione in italiano della sua ultima lezione. Se vi interessa la versione integrale, questo è il sito di Randy.

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Anima

Nessun Commento, Anima, Voltaire, by Max.

   Sarebbe una bella cosa veder la propria anima. Conosci te stesso è un magnifico precetto, ma soltanto Dio può metterlo in pratica: chi altri può conoscere la propria essenza?
   Noi chiamiamo “anima” quello che ci anima. E non ne sappiamo di più, dati i limiti del nostro intelletto. I tre quarti del genere umano se ne contentano, e non si preoccupano dell’essenza pensante; l’altro quarto invece cerca e ricerca, ma nessuno ha trovato.
   Povero pedante, tu vedi una pianta che vegeta, e dici “vegetazione”, o “anima vegetativa”; osservi che i corpi hanno e comunicano il moto, e dici “energia”; vedi il tuo cane da caccia che sotto la tua guida impara il suo mestiere, e gridi “istinto”, “anima sensitiva”; hai delle idee composte, e dici “intelletto”.
   Ma, di grazia, che intendi con queste parole? […]

   Vediamo prima di tutto quel che tu sai, le cose di cui sei veramente sicuro: che tu cammini coi piedi, e digerisci con lo stomaco, che hai delle sensazioni per mezzo di tutto il corpo, e pensi con la testa. E vediamo se la tua semplice ragione ha potuto illuminarti abbastanza da autorizzarti a concludere, senza un intervento soprannaturale, che tu hai un’anima.
   I primi filosofi, caldei o egiziani che fossero, ragionarono a questo modo: “Bisogna che ci sia in noi qualche cosa che produce i nostri pensieri; e questo qualche cosa dev’essere molto fino: sarà un soffio, fuoco, etere, una quintessenza, un simulacro leggero, una entelechia, un numero, un’armonia”. Finalmente, secondo il divino Platone, si trattò di un composto del medesimo e dell’altro. “Sono atomi che pensano in noi”, disse invece Epicureo, seguendo Democrito. Ma, caro mio, come fa un atomo a pensare? Confessa che non ne sai nulla.
   L’opinione che senza dubbio dobbiamo preferire, è che l’anima sia un essere immateriale; ma certo è che non riusciamo a concepire che cosa sia questo essere immateriale. “No”, rispondono i sapienti, “ma noi sappiamo che la sua natura è di pensare”. E come lo sapete? “Lo sappiamo, perché pensa”.
Oh sapienti!
   Ho paura che voi siate ignoranti quanto Epicureo: la natura di una pietra è di cadere, perché la pietra cade; ma io vi domando che cos’è che la fa cadere.

   “Noi sappiamo”, proseguono i sapienti, “che una pietra non ha anima”. D’accordo, lo credo anch’io. “Noi sappiamo che una negazione e un’affermazione non sono cose divisibili, non sono parti della materia”. Sono anch’io del vostro parere. Ma la materia (che d’altronde è per noi cosa ignota) possiede pure delle qualità che non sono materiali, che non sono divisibili: la gravitazione, per esempio, verso un centro d’attrazione che Iddio le ha assegnato. Ora, questa gravitazione non è fatta di parti, non è divisibile. E così la forza motrice dei corpi. E la vegetazione dei corpi organici, la loro vita, il loro istinto, non sono neppure esseri materiali a parte, enti divisibili: voi non riuscirete mai a tagliare in due la vegetazione di una rosa, la vita di un cavallo, l’istinto di un cane, così come non potrete dividere in due parti una sensazione, o una negazione e un’affermazione.
   La vostra bella prova, ricavata dalla indivisibilità del pensiero, non prova niente del tutto.
   Che cos’è dunque che voi chiamate la vostra anima? Che idea ne avete? Voi non potete, senza una rivelazione soprannaturale, far altro che ammettere in voi una facoltà, di natura ignota, di sentire, di pensare.


Anima, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

 

Nella tarda antichità erano noti quattro stadi dell’erotismo: Eva, Elena (di Troia), la Vergine Maria e Sofia. La serie viene ripresa nel Faust di Goethe: nelle figure di Margherita, personificazione di un rapporto puramente istintuale (Eva); di Elena come figura Anima; di Maria, personificazione del rapporto “celeste”, vale a dire cristiano o religioso; e dell’“eterno femminino”, espressione della Sapientia degli alchimisti (Sofia). Come dimostra la nomenclatura usata, si tratta qui di quattro stadi dell’Eros eterosessuale o della figura Anima, e conseguentemente di quattro stadi del culto di Eros.
(Carl Gustav Jung, The Collected Works)

   In contrasto con la profondità storica di Anima, Eros è eternamente giovane, non ha storia e addirittura spazza via la storia o se ne crea una sua, la sua love story. E mentre Anima si ritrae verso l’isolamento meditativo, Eros cerca sempre nuove unioni.

   Anche dove Jung parla di quattro stadi dell’erotismo e collega i quattro stadi della fenomenologia erotica con quattro stadi dell’Anima (Eva, Elena, Maria, Sofia), queste immagini femminili non sono l’eros bensì gli oggetti del suo desiderio. Abbiamo cioè una pulsione che ha una proiezione corrispondente, un fine a cui mira, un graal in cui raccogliere il suo sangue. Le figure dell’Anima descritte da Jung possono rappresentare questi contenitori ed essere correlate ciascuna con una qualità di Eros, ma non per questo sono l’eros. Non sono le amanti ma le amate; sono un riflesso dell’amore: gli strumenti attraverso i quali Eros può vedere sé stesso. […]
   Queste immagini sono ritratti dell’Anima mediante i quali l’eros viene attratto dentro il campo psichico e può essere osservato come evento psichico. […]

   Queste tradizionali fenomenologie della nozione di Anima in Jung, non presentano tratti marcatamente erotici. Esse non identificano Anima con l’eros né attribuiscono il principio dell’eros all’anima. Inoltre, mentre Anima fin dall’epoca classica si riferisce a una funzione interna strettissimamente connessa con la vita umana e con il suo destino, l’eros è un daimon, sta al di fuori e compie incursioni nella vita e nel destino. Noi ci innamoriamo e disamoriamo continuamente, per opera sua siamo trascinati e redenti, oppure dannati, ma ciò su cui l’amore opera non è l’amore, bensì l’anima. L’anima è il bersaglio della freccia, il combustibile del fuoco, il labirinto in cui l’eros intreccia la sua danza. Vorrei sottolineare a questo proposito l’idea di struttura: Anima come struttura archetipica della coscienza. In quanto tale, essa fornisce un modo di essere nel mondo, un modo di comportarsi, di percepire, di sentire, che possiede una sua organizzazione specifica e che conferisce agli eventi l’importanza e il senso non già dell’amore, bensì dell’anima.

   Anima è rivolta all’interno (e perciò “chiusa” e, nelle metafore religiose e poetiche dell’anima, “verginale”), è piena di dedizione e tuttavia volubile, è generosa e generativa e tuttavia riservata. A questa interiorità attiene un movimento verso il basso e in profondità (caverne, abissi, tombe), che nella fenomenologia di Core-Persefone la connette con il regno degli inferi. Anima porta con sé la nostra morte: la nostra morte abita nell’anima. Ancora una volta, connotazioni come queste sono lontane da ogni idea dell’anima come principio dell’eros, specialmente oggi che eros è giunto a significare la libido, l’impulso di vita contrapposto alla morte.


James Hillman, Anima. Atlantic City 1926 

 

   Jung e la letteratura della psicologia analitica impiegano il termine Anima principalmente per indicare l’aspetto controsessuale, meno conscio, della psiche maschile (Nota: cfr. anche questo post e questo sulle definizioni in Jung). Secondo Jung, “L’Anima può essere definita come l’immagine o l’archetipo o la sedimentazione di tutte le esperienze dell’uomo con la donna”. Questa definizione di base che situa Anima nella psiche maschile soltanto, viene rafforzata da una riflessione di ordine biologico: “Anima è presumibilmente una rappresentazione psichica della minoranza di geni femminili presente nel corpo maschile”, dice ancora Jung. […]

   La prima nozione di Anima come il lato controsessuale dell’uomo nasce all’interno di una fantasia degli opposti. Uomo e donna sono opposti, coscienza e inconscio sono opposti, mascolinità cosciente e femminilità inconscia sono opposti. All’interno di queste opposizioni ve ne sono poi altre più specifiche: una coscienza giovanile ha una figura Anima più anziana; l’uomo adulto fa coppia con un’immagine d’età vicina alla sua; la coscienza senile trova corrispondenza in una bambina. […]

   Più un uomo si identifica con il suo ruolo biologico e sociale di uomo (Persona), più forte dentro di lui sarà il dominio dell’Anima. Come infatti la Persona presiede al processo di adattamento alla coscienza collettiva, così l’Anima governa il mondo interiore dell’inconscio collettivo. […]

   Poiché la fantasia degli opposti mantiene l’Anima in coppia, sul piano sociale, o con la Persona o con l’Ombra, e, sul piano del genere, con la mascolinità, noi trascuriamo la sua fenomenologia per sé e troviamo quindi difficile comprenderla se non in contrapposizione a queste altre nozioni (mascolinità, Ombra, Animus, Persona). Guardiamo insomma alla fenomenologia dell’Anima dall’interno di un tiro a due, o dall’altro braccio di una bilancia. Deduciamo le nostre nozioni di Anima come compensazione di qualcos’altro a cui essa è sempre aggiogata. E poiché le differenze tra mascolinità sociale e mascolinità sessuale rimangono confuse e le nostre idee sull’Io si sono cristallizzate in clichés dogmatici, la definizione di Anima tende a essere un prodotto, e un prodotto non abbastanza differenziato, dalle sua attualizzazioni culturali e storiche. Eppure la fenomenologia di Anima esisteva da prima e continua a esistere indipendentemente dalla cornice psicologica in cui essa è stata inserita. In altre parole Anima dà a ciascuno di noi il senso di un’anima individualizzata, del tutto indipendentemente da qualunque cosa essa possa compensare. Ma questa anima individualizzata è solo un lampo di intuizione. Ed è appunto questa latenza, questo essere gravida nella sua sconosciutezza, ad accendere le ossessioni che ci spingono verso di lei. Poiché essa porta nel suo ventre il nostro divenire individualizzato, noi siamo attirati dentro il fare anima.


James Hillman, Anima. Atlantic City – 1926 

 

   Quando Anima ostacola continuamente le buone intenzioni della coscienza, creando una vita privata in triste contrasto con l’abbagliante Persona, si crea esattamente la stessa situazione di quando un individuo ingenuo, che non ha nemmeno l’ombra di una Persona, urta nella sua vita contro le più dolorose difficoltà. […] Ma se capovolgiamo il quadro e mettiamo l’uomo che possiede una splendida Persona di fronte all’Anima, allora vedremo che riguardo all’Anima e a ciò che la concerne, l’uomo ingenuo è altrettanto esperto quanto l’altro lo è nelle cose del mondo. […]

   Come la Persona è l’immagine di sé che il soggetto presenta al mondo, e che dal mondo viene vista, così l’Anima è l’immagine del soggetto nella sua relazione con l’inconscio collettivo. Si potrebbe anche dire: l’Anima è la faccia del soggetto così come viene vista dall’inconscio collettivo. Se l’Io adotta il punto di vista dell’Anima, l’adattamento alla realtà è gravemente compromesso. […]

   Se analizziamo il loro contenuto, troviamo innumerevoli associazioni arcaiche e storiche. Essi [Anima e Animus] evidentemente vivono e funzionano in particolare in quel substrato filogenetico che ho chiamato inconscio collettivo. Essi portano nella nostra effimera coscienza una vita psichica ignota appartenente a un remoto passato. E’ la mente dei nostri sconosciuti antenati. […]

   Tutto quello che l’Anima tocca, diventa numinoso, cioè incondizionato, pericoloso, soggetto a tabù, magico. […]

   L’Anima è bipolare e può quindi apparire ora positiva ora negativa, ora giovane ora vecchia, ora madre ora fanciulla, ora fata ora strega, ora santa ora prostituta.


Carl Gustav Jung, The Collected Works. Kesswil (Svizzera) 1875 – Kusnacht 1961 

 

   Vorrei soffermarmi sul concetto di Inconscio Collettivo in Jung, e su come questo nella teoria junghiana influenzi l’anima del singolo. Secondo Jung l’Inconscio Collettivo (la cui definizione può essere trovata in un post precedente a questo sull’argomento Anima)  rappresenta un “patrimonio ereditario di possibilità rappresentative non individuale, ma comune a tutti gli uomini e forse a tutti gli animali, e costituisce la vera e propria base della psiche individuale”. Gli archetipi (forme tipiche della comprensione) e gli istinti che formano l’inconscio collettivo sono delle forme al di fuori della materia ma che attraverso la materia si sono sviluppate e tramandate nelle epoche storiche attraverso l’evoluzione dell’uomo. L’inconscio collettivo in altre parole viene tramandato e conservato e sviluppato attraverso il nostro patrimonio genetico: “A mio parere”, dice Jung, “la loro origine (riferendosi ad archetipi e istinti) non è spiegabile se non supponendo che sono sedimenti di esperienze sempre ripetute dall’umanità”. E ancora: “L’anima non è di oggi! Essa conta molti milioni di anni. Ma la coscienza individuale è solo il fiore e il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo”. E: “In un certo modo noi siamo parte di una grande anima unitaria o, per esprimerci con Swedenborg, di un unico, immenso essere umano”.

   Intervista del 2001 a Brigitte Spillmann, nipote di Jung:

   Dottoressa Spillmann, in quali termini si sentirebbe di riassumere il messaggio di Jung all’uomo del suo tempo e del Duemila?
   In estrema sintesi, ritengo si possa affermare che Jung ha indicato la strada per il superamento dei conflitti interiori nonché interpersonali nella scoperta dell’anima e nella riconciliazione tra scienza e spiritualità. Ciò avviene sulla base di due intuizioni fondamentali : la scoperta dell’"incoscio collettivo" da un lato e della propria "ombra" dall’altro. Per quanto riguarda il primo, Jung ha compreso che, come il corpo umano rivela, al di là di ogni differenza culturale, un’anatomia comune, pure la psiche possiede, al di là di ogni differenza di cultura e di coscienza, un grande substrato comune, appunto l’inconscio collettivo, caratterizzato da modelli comuni a tutte le culture: gli "archetipi". L’"ombra" é invece l’insieme delle componenti della personalità umana che tendiamo a rifiutare e censurare in quanto le percepiamo come meschine o spaventose. Ora, Jung insegna che é proprio trovando il coraggio di guardare e affrontare la propria ombra che l’uomo può entrare in contatto con la propria anima.

   Si può con ciò affermare che egli abbia in qualche modo dimostrato l’esistenza dell’anima?
   Jung si sarebbe rifiutato di impostare il problema in tali termini, essendo ben consapevole della diversità della dimensione spirituale rispetto a quella materiale, che come é noto si presta facilmente alla dimensione empirica. Egli spiegava di aver vissuto profonde e intense esperienze spirituali, dichiarando che queste costituivano il perno attorno al quale ruotava la sua vita. Tuttavia chiariva che si trattava di esperienze da vivere in prima persona, essendo possibile al massimo indicare la strada. La vita spirituale non risulta tuttavia affatto sminuita rispetto alla dimensione ordinaria da tale carattere spiccatamente soggettivo, giacché, per usare le stesse parole di Jung, "reale é ciò che si vive".

   Jung arrivò a rispondere, nel corso di una famosa intervista alla Bbc, due anni prima della sua morte, alla domanda se credesse in Dio e alla vita dopo la morte: “Non credo né all’uno né all’altra. So che entrambi esistono…”
   Appunto, ma tale dichiarazione é da intendersi nel senso di una consapevolezza, frutto maturo della propria esperienza, al di fuori di qualunque pretesa di imporre o anche soltanto di convincere gli altri di quanto era arrivato a "sapere". Non dimentichiamo che Jung fu sempre animato dalla sincera umiltà, tipica del serio ricercatore. D’altra parte, gli stava troppo a cuore la libertà dell’uomo per aderire a vecchi dogmi o fondarne di nuovi. “Io non vorrei essere considerato ‘maestro’ da nessuno, poiché so che la mia via mi fu mostrata da una mano che é ben al di sopra di me. Io cerco soltanto di essere un modesto strumento e mi sento tutt’altro che grande.”

   In tale consapevolezza aveva avuto un certo rilievo una esperienza di "premorte", come diremmo oggi, vissuta da Jung a seguito di un infarto, quando era ormai vicino alla settantina. A seguito di tale esperienza, di una bellezza indescrivibile, Jung dichiarò non soltanto di sentirsi liberato da ogni paura della morte, ma anche di vedere in sé rafforzata la consapevolezza che “questa vita é soltanto un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo.”
   Indubbiamente a Jung spetta il merito di aver compreso l’insostituibile valore dell’esperienza religiosa e spirituale ai fini dell’armonia, della serenità e della completezza della natura umana. Come psichiatra e psicoterapeuta, ebbe inoltre modo di constatare quante nevrosi, quanti conflitti interiori, insomma quanta infelicità fosse da ricondurre alla rimozione della domanda religiosa, che é poi esigenza di trovare il senso della vita, di sapere che la vita non finisce con la morte. Quello della vita dopo la morte é in particolare un problema al quale dedicò particolare attenzione, convinto della necessità imprescindibile per l’uomo di formarsi una concezione della vita ultraterrena, sulla quale riteneva possibile ottenere qualche informazione attraverso miti e sogni, riconducibili all’inconscio collettivo, punto chiave della psicologia e della filosofia junghiana.

   Come é noto, in Occidente si riscontra da tempo una intensa sete di spiritualità e molti guardano a Jung come a un maestro in tal senso: egli aveva del resto preannunciato l’avvento di una nuova coscienza, caratterizzata innanzitutto da quella riconciliazione tra scienza e spiritualità di cui si diceva prima. Questo guardare a Jung é legittimo, non si tratta di "appropriazione indebita?"
   È assolutamente legittimo, in quanto una caratteristica di fondo del suo pensiero e della sua opera è proprio l’apertura a trecentosessanta gradi. Egli si sentiva profondamente cristiano, ma al tempo stesso buddista, induista e altro ancora poiché, pur convinto della imprescindibile necessità di restare fedeli alle proprie radici, era giunto alla conclusione che Dio fosse sì uno solo, ma al tempo stesso dotato di mille volti e che a ogni cultura corrispondesse uno di questi, a lei particolarmente congeniali. Laddove le varie religioni sembrano contraddirsi, si tratta soltanto di apparenze, riconducibili al fatto che noi percepiamo soltanto immagini frammentarie di quel Dio che in fondo resta un grande, affascinante mistero.

 

   Dopo questo passaggio di Hillman sono costretto a integrare le definizioni perché mi sono reso conto di aver definito Anima in Jung solo in contrapposizione al concetto di Animus. Mentre Jung, come dice Hillman, dà più di un significato al termine anima, non escludendo ovviamente quello di senso comune che rappresenta il punto di partenza di questo percorso. Quindi, avvicinandoci con Jung al termine anima nel senso che tutti noi comunemente gli diamo, lui la definisce così:

  • La personalità interiore è il modo in cui una persona si comporta rispetto ai propri processi psichici interni; è l’atteggiamento interiore, la faccia caratteristica rivolta verso l’inconscio. L’atteggiamento esteriore, la faccia rivolta verso l’esterno, io la designo con il termine Persona; l’atteggiamento interiore, la faccia rivolta verso l’interno, con il termine Anima.

   E ancora:

  • […] Nell’uomo l’anima, cioè l’Anima, l’atteggiamento interiore viene rappresentata nell’inconscio da determinate persone, che posseggono le qualità corrispondenti. Un’immagine siffatta si chiama “Immagine dell’anima”. A volte può trattarsi di personaggi del tutto sconosciuti o di figure mitologiche.

C. G. Jung, The Collected Works. Kesswil (Svizzera) 1875 – Kusnacht 1961 

nov
8

Anime

Nessun Commento, Anima, Hillman, by Max.

   […] E’ ben vero che il termine Anima delimita una regione problematica della psiche, che non si presta facilmente ad alcuna sorta di esame. Ma le difficoltà in cui ci imbattiamo a proposito di Anima, nascono dai concetti indistinti che ne abbiamo non meno che dalla sua natura indistinta. […]

   Si potrebbe obiettare che questa vaghezza, appunto, ben si addice ad Anima e che mirare alla chiarezza concettuale è usare l’intelletto in un campo che non è il suo: i nostri concetti la rispecchiano meglio quando sono vaghi. Ai miei occhi avanzare questa fin troppo nota argomentazione significa avere abbracciato Anima in maniera stolta ed essersi lasciati trascinare da lei nel fitto del bosco.

   Come non dovremmo lasciarle dettar legge nella sfera dei rapporti personali, dove, sotto forma di Eva ci renderebbe troppo carnali e letterali, così non dobbiamo lasciarla dominare nella sfera dell’ideazione, dove, nelle vesti di Sofia, ci renderebbe confusi e privi di forma. […]

   Anima viene definita in diversi modi da Jung. Queste definizioni possono essere considerate alla stregua di differenti livelli di distinzione, che si possono separare prima di comprenderne l’interrelazione. Dicendo livelli, non penso a una gerarchia di stadi o a una gradazione di valori, ma a una semplice sovrapposizione di aspetti. […]


Anima, James Hillman. Atlantic City – 1926 

 

nov
8

Definizioni

2 Commenti, Anima, Jung, by Max.

   Jung userà nelle sue considerazioni alcuni termini con un significato ben preciso all’interno della sua concezione della personalità. Credo sia necessario quindi chiarire prima di tutto il significato attribuito da Jung a questa terminologia specifica, in modo da sapere che stiamo parlando tutti della stessa cosa. Quindi, secondo Jung:

  • IO è la mente cosciente;
  • Inconscio Personale è formato dalle esperienze che sono state rimosse, represse, dimenticate o ignorate;
  • Inconscio Collettivo consiste nel deposito di tracce latenti provenienti dal passato ancestrale dell’uomo. E’ il residuo psichico dell’evoluzione dell’uomo, accumulatosi in seguito alle esperienze di innumerevoli generazioni. L’Inconscio Collettivo interagisce e influenza di continuo l’esperienza personale, esercitando un’azione diretta sul comportamento dell’individuo fin dalla nascita;
  • Persona è una maschera indossata dall’individuo per rispondere alle esigenze delle convenzioni sociali. Questa maschera spesso nasconde la vera natura dell’individuo. La Persona è la personalità pubblica;
  • Animus è l’archetipo maschile presente nella donna;
  • Anima è l’archetipo femminile presente nell’uomo;
  • Ombra è l’insieme degli istinti animali ereditati dall’uomo nella sua evoluzione. L’Ombra simboleggia il lato animale della natura umana;
  • Il è il punto centrale della personalità. Raggruppa tutto quello fin qui detto, lo mantiene compatto e dà alla personalità equilibrio e unicità.

   Per ora credo sia sufficiente, se andando avanti ci sarà bisogno di altre definizioni le inserirò mantenendole al minimo indispensabile. Non sopporto le definizioni, sono limitanti per loro stessa natura, incomplete, vaghe, generiche e sempre e comunque insufficienti, a maggior ragione quando si parla di un fenomeno complesso come l’anima.
   Ma è anche vero come dice Jung che “se di una cosa non si sa che cos’è, è comunque un arricchimento della conoscenza sapere che cosa non è”. E credo appunto che alla fine di questo percorso, più che avere chiaro cos’è l’anima, sarà molto più chiaro cosa l’anima non è.

René Magritte, The Lovers IV – 1928