Archivio per la Categoria ‘Cugia’

Non mi confesso ai preti né a mamma, non cambio religione a quarant’anni. La mia religione sei stata tu.
(Diego Cugia, Alcatraz)

 

Verso la fine degli anni ‘90 alla RAI qualcuno impazzì (di brutto) e autorizzò la messa in onda di una trasmissione che aveva avuto grande successo in radio: Alcatraz. L’autore di quella trasmissione era Diego Cugia, un quarantenne incazzato. Mettiamola così: quando guardavo quelle trasmissioni ero uno dei ventenni a cui Cugia si riferisce in questo filmato.
Quelle trasmissioni furono e saranno qualcosa di irripetibile. Parole, musica, filmati, formavano una lunga catena di anelli che uno dopo l’altro, passo-passo, ti entravano dentro con l’intenzione di restarci a lungo.
A Diego Cugia farei un solo appunto su questo filmato: la differenza tra la mia generazione e la tua l’hai cannata. L’hai sbagliata, te lo dice  uno dei ventenni di quel periodo a cui parli nel filmato. La differenza tra la mia generazione e la tua è che voi vi siete incazzati a quarant’anni, noi lo eravamo già da allora. E precisamente eravamo incazzati con voi, perché già da subito avevamo visto il paese che ci avreste consegnato oggi, quando noi avremmo avuto quarant’anni e voi sessanta. La peggiore vergogna della vostra generazione non è stata quella di aver saccheggiato un paese nella borsa e nello spirito, voi avete fatto qualcosa di peggio. Lo avete svuotato come se fosse il paese di qualcun altro, e non il posto in cui quelli della generazione dopo la vostra avrebbero dovuto vivere. I vostri figli: voi avete rubato ai vostri figli.
Perciò – Diego – te lo dico oggi per allora, non chiamarci "fratelli": io non sono tuo fratello. Ho l’età per essere tuo figlio, e ogni giorno, tutti i giorni, devo vedermela con il paese che sta lì fuori, devo fare i conti con il posto che ci avete consegnato voi.


Jack Folla è lo pseudonimo con cui alla fine degli anni ‘90 Diego Cugia ha firmato una serie di programmi radiofonici intitolati Alcatraz (altri post sull’argomento: Solitudine, Figlio che non ho, Jack). Alcatraz perché Jack era un condannato nel braccio della morte che dalla sua cella parlava di qualunque cosa. Jack era crudo, Jack era diretto, Jack a tratti era sublime. Jack stava per essere giustiziato e non aveva più niente da perdere.
Dopo Radio Rai, c’è stata una serie di puntate televisive che aggiungevano ai testi immagini mozzafiato e una colonna sonora inarrivabile. Lo spazio di Jack su questo blog riparte da un brano tratto da una di quelle trasmissioni radiofoniche. E allora benvenuti ad Alcatraz: il programma di chi non ha più niente da perdere.

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Solitudine

2 Commenti, Cugia, Pensieri, by Max.

   Jack Folla c’è, è l’ora di pranzo e io non ho nessuno, né davanti, né dietro, né ai fianchi. Una donna non mi sta preparando da mangiare, un amico non mi chiamerà alle 14 e 28 per commentare la puntata di oggi, i miei sono morti, e comunque mia madre ascoltava Radio 3, con mio fratello c’ho litigato e il resto dei Folla mi considera la pecora nera della famiglia, anche se il gregge nero, se mai, è il loro e io la pecora rossa, come la Primula. Ho ricevuto un paio di e-mail che mi chiedono di parlare della solitudine, ma io non so da che parte prenderla, perché nelle vite solitarie, tristezza e felicità si rincorrono come lepre e cavaliere e non capisci mai chi è che dà la caccia all’altro. La stragrande maggioranza della gente, il branco, considera la solitudine una cosa a metà tra l’alluvione di Firenze e il paese di Bengodi. Quando mangio da solo in trattoria, per esempio, le coppie mi guardano con compassione mesta. Se, invece, sono sposati da qualche anno, con invidia.
   Ma anche noi, gente sola, facciamo lo stesso, più o meno: se è una giornata cupa, sbirciamo la coppia di innamorati sentendoci esclusi dall’amore, la tavolata di parenti sentendoci senza famiglia. Nelle giornate cupe siamo tutti de amicisiani. In quelle in cui è la lepre a rincorrere il cacciatore, invece, la stessa coppia di amanti ci fa tenerezza, e davanti a quella tavolata di parenti che gesticolano con l’abbacchio in mano, ringraziamo Iddio di averci scampati. […]

   Nelle giornate felici siamo balzachiani, piccoli e grandi avventurieri di provincia pronti a conquistare Parigi. E allora una donna sarebbe di troppo e una famiglia una palla al piede.
   Qualcuno pensa che le persone sole non vogliano pagare i prezzi della responsabilità di mettere su famiglia, che siano degli eterni piccoli Pan. Qualche volta è così, ma quelli li riconoscete subito, hanno la faccia da bambini vecchi e cuori molto sterili: le sessantenni vestono come fate turchine, e i maschi hanno pantaloni a zampa d’elefante. E’ il modello di giovane che hanno in testa che è antico, per cui il trucco non gli riesce.

   La solitudine adulta non è sempre verde: ha le sue rughe e le sue piccole e grandi follie, ma una grande dignità. Credo che questa derivi da due cose: la scarsa propensione al compromesso e l’accettazione a priori che si nasce e si muore soli. Attenti, non è una banalità. Certo che lo sanno tutti, ma non è il saperlo che conta, è il non fuggirlo.
   Quando una persona sola è serena, è più forte del branco. Quando ha paura non è mai il panico del branco, quello che fa calpestare i bambini nella fuga. Insomma, il mio invito è quello di guardare le persone sole con più rispetto e intelligenza. Quella che a voi sembra una zitella da compatire, spesso è solo una persona che sogna con più risolutezza di voi e mantiene fede al proprio sogno. Non si accoppia per non rimanere sola, se lo fa è per stare soli insieme.

   Le persone sole sanno amare in modo assoluto. Sono quelle che attendono per anni il loro momento, e magari si giocano la vita in una notte. […]
   Ecco perché, quando due persone sole si incontrano per amarsi sembra una messa di Natale: capita una volta l’anno, ma è un appuntamento a cui non puoi mancare. E’ quell’amore che dà la gioia di quando, bambini, facevamo il presepio: muschio e carta stellata. Questo è l’asso che calano le persone sole quando amano.
   Il branco le teme, io le trovo irresistibili.


Diego Cugia, Jack Folla – Alcatraz 

  

   Bambino che non ho, figlio mai nato, cercherò di spiegarti tutto ciò che ti ho evitato.
   Il parto, innanzi tutto, e il dolore di saperti espulso dall’amore. La paura di venire abbandonato, quei vagiti lunghi come i fischi dei treni notturni nelle stazioni secondarie, e il suono, il suono delle parole indecifrabili che t’impongono la loro dizione.
   E i birignao intollerabili con cui ti si rivolgono le persone. La prima volta che la tua mamma uscirà la sera. Il terrore che non tornerà più. Ti ho evitato la vergogna di fartela sotto a scuola, gli altri che ridono e ti mettono alla gogna. La fatica di sollevare la prima matita come un macigno, e il ghigno dei grandi quando deformi le parole.
   Ti ho evitato il freddo quando piove la paura dei tuoni dei fantasmi delle streghe, e poi le prime beghe: quando un compagno ti dirà "Tuo padre è un ubriaco" oppure "Noi siamo molto più ricchi di voi" e ti faranno vergognare della tua famiglia e del tuo nome.
   Io ti ho evitato, piccolo, l’angoscia di un cognome e delle ombre che comporta e poi, diciottenne al primo amore, la sconfitta di attendere ore dietro una porta lei che non ti vuole. E l’assillo del primo impiego, l’offesa di tutte le pratiche burocratiche, i soprusi di chi ti comanda e l’arroganza dei potenti.
   Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate, il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre, la solitudine del deserto, quella provocata dall’invidia, dal tradimento, quella solitudine che ti farà percorrere tutte le periferie dell’anima.
   E poi, da vecchio, lo sgomento per aver tanto vissuto e sofferto e gridato e amato, inutilmente, in cambio di niente, inascoltato. L’elenco potrebbe continuare, ma è un’impresa inutile, come catalogare le gocce del mare. Inutile, perché il dolore più grande, tuo padre non te l’ha evitato.
   Il dolore di non essere nato.

La baptéme de Moorea – Patrice Beuret

Diego Cugia, Jack Folla – Alcatraz 

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Jack

5 Commenti, Cugia, Pensieri, by Max.

  

   Scusate, potreste allontanarvi tutti dallo schermo? Bastano pochi centimetri, il necessario per non sentire tutto quello che dico. No, no, tu no. Rimani. Non tu, lei. Proprio tu, ragazza che non ho e forse non ho avuto mai. Vedi, prima o poi mi beccheranno ragazza, e io ho mancato l’appuntamento con te. Non mi confesso ai preti, né a mamma. E non cambio religione a quarant’anni. La mia religione sei stata tu. Ti ho inseguito per tutta la vita, ma quelle rare volte che ti ho incontrata, non so cosa mi sia successo. Diventavo troppo violento, o stupido, o troppo importuno o troppo terrorizzato, o tutte queste cose insieme. Sul clip di David Bowie mi sono sentito male: ho avuto una vertigine violenta, come quando un aereo perde improvvisamente quota. E subito dopo ho pensato a te, ragazza mia che non sei mai stata mia. Perdonami, non so bene che cosa volevo dirti. Che sono responsabile del nostro appuntamento mancato, che se vivrò una seconda volta tornerò a cercarti, ovunque e chiunque tu sia. Saranno molte le nostre forme e le nostre morti. [...]

   Più gli uomini sono grandi e più hanno carattere, più hanno un pessimo carattere. Se non possono avere tutto, vogliono il nulla; se non vengono amati, si fanno odiare. Sono gli uomini che conoscono alla perfezione, come i bambini e i poeti, l’arte di essere infelici.


Diego Cugia, Jack Folla – Alcatraz