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I testi de La Buona Novella di De André sono ispirati ai vangeli apocrifi.

Dizionario De Mauro, Apocrifo: Documento attribuito falsamente ad un autore, non autentico.

I vangeli citati da De André sono apocrifi perché non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, che riconosce come autentici solo i quattro Vangeli canonici inseriti nel Nuovo Testamento. Se vi interessa approfondire i severissimi criteri di scelta per i 4 vangeli ufficialmente riconosciuti, potete leggere Voltaire che racconta le modalità usate nel Concilio di Nicea per la scelta dei Vangeli canonici. C’è da dire per completezza, che la Chiesa non riconosce come vero il racconto di Voltaire, ma considerando la delicatezza con cui la Chiesa ha amministrato la Fede nel corso della storia (due esempi su tutti: l’Inquisizione e le Indulgenze), il racconto di Voltaire non sembra del tutto inverosimile.

Tornando a La Buona Novella, nel filmato qui sotto De André canta Il ritorno di Giuseppe e Il sogno di Maria.

Il ritorno di Giuseppe: Poco dopo aver sposato Maria, Giuseppe si allonta diversi mesi da casa per lavoro e nella prima canzone lo troviamo nel deserto durante il viaggio di ritorno verso la Galilea: «Stelle, già dal tramonto, si contendono il cielo a frotte, luci meticolose nell’insegnarti la notte. Un asino dai passi uguali, compagno del tuo ritorno, scandisce la distanza lungo il morire del giorno. Ai tuoi occhi, il deserto, una distesa di segatura, minuscoli frammenti della fatica della natura. Gli uomini della sabbia hanno profili da assassini, rinchiusi nei silenzi d’una prigione senza confini.» 

Secondo i Vangeli apocrifi, quando Giuseppe la sposò, Maria era poco più che una bambina. Giuseppe era già molto avanti con gli anni, e in lei più che una moglie vedeva una figlia. Per questo motivo, durante il suo viaggio le aveva intagliato una bambola nel legno e adesso, sulla strada del ritorno, pensava al momento in cui gliel’avrebbe finalmente consegnata: «Odore di Gerusalemme, la tua mano accarezza il disegno d’una bambola magra, intagliata del legno. "La vestirai, Maria, ritornerai a quei giochi lasciati quando i tuoi anni erano così pochi".»

Le cose però non vanno nel modo in cui le aveva immaginate Giuseppe, perché Maria sta per fargli una sorpresa più grande della sua: deve dirgli di essere incinta. La prima canzone finisce con i due che si abbracciano e Giuseppe che scopre attraverso il tocco della pancia di Maria che lei aspetta un bambino: «E lei volò fra le tue braccia come una rondine, e le sue dita come lacrime, dal tuo ciglio alla gola, suggerivano al viso, una volta ignorato, la tenerezza d’un sorriso, un affetto quasi implorato. E lo stupore nei tuoi occhi salì dalle tue mani che vuote intorno alle sue spalle, si colmarono ai fianchi della forma precisa d’una vita recente, di quel segreto che si svela quando lievita il ventre. E a te, che cercavi il motivo d’un inganno inespresso dal volto, lei propose l’inquieto ricordo fra i resti d’un sogno raccolto.»

Semplicemente divina l’immagine poetica in coda alla canzone, che descrive lo stupore di Giuseppe alla ricerca di un segno di colpevolezza negli occhi di Maria che non trova ("… cercavi il motivo d’un inganno inespresso dal volto"): Maria non ha il volto colpevole di qualcuno che debba scusarsi, eppure è incinta e il marito manca da mesi. Allora spiega a Giuseppe cosa è successo in sua assenza: sta per raccontargli un sogno che non è stato un sogno ("… forse era sogno ma sonno non era").

Il sogno di Maria: Questa canzone contiene immagini poetiche semplicemente spettacolari. Il racconto di Maria inizia all’interno del Tempio, dove in quei tempi si andava a pregare. E qui, già dall’inizio, introduce un’immagine ultraterrena nel suo racconto: spiega a Giuseppe che tutte le sere, mentre era nel Tempio, un Angelo la raggiungeva per insegnarle nuove preghiere. Finché una sera di quelle, la prese con sé e la portò in volo "dove il giorno si perde, a cercarsi da solo nascosto tra il verde". Al ritorno dal volo, l’Angelo annuncia a Maria che concepirà un figlio per opera del Signore: «Nel Grembo umido, scuro del tempio, l’ombra era fredda, gonfia d’incenso; l’angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera: poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese – Conosci l’estate io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento. Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all’ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là, dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde, e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d’ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena. (… e l’ angelo disse: "Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…)»

Dopo l’annuncio dell’Angelo, Maria si ritrova di nuovo nel Tempio tra i sacerdoti, e le voci della strada la riportano alla realtà. Ma sente ancora l’Angelo ripetere da lontano "Lo chiameranno Figlio di Dio". Qui finisce il racconto di Maria, che a questo punto cerca l’indulgenza di Giuseppe, quasi il perdono, anche se sente di non avere colpe. Il finale della canzone è uno degli splendidi quadri di umanità che De André ha disegnato in quest’album: Giuseppe, perplesso, risponde al racconto di Maria con una carezza: «Le ombre lunghe dei sacerdoti costrinsero il sogno in un cerchio di voci. Con le ali di prima pensai di scappare ma il braccio era nudo e non seppe volare: poi vidi l’angelo mutarsi in cometa e i volti severi divennero pietra, le loro braccia profili di rami, nei gesti immobili d’un altra vita, foglie le mani, spine le dita. Voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno per ridarmi al presente. Sbiadì l’immagine, stinse il colore, ma l’eco lontana di brevi parole ripeteva d’un angelo la strana preghiera dove forse era sogno ma sonno non era – Lo chiameranno figlio di Dio – Parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre." E la parola ormai sfinita si sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d’una quiete apparente che si consuma nell’attesa d’uno sguardo indulgente. E tu, piano, posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte.»

Nel video qui sotto, De André canta le due canzoni consecutivamente. Prima del video due cose. Prima cosa: ascoltatelo in cuffia con le luci basse, ci sono atmosfere ed arrangiamenti musicali da puro e semplice delirio. Questa musica con questi testi potrebbero sorprendere chiunque a colpi di bellezza.

La seconda cosa è questa citazione da un appunto di De André all’album, scritto nel 1970:

Dopo aver ringraziato diversi musicisti che hanno contribuito alla realizzazione dell’album, De André continua: … Giorgio Piazza – basso, Flavio Premoli – organo, Mauro Pagani – flauto, del complesso "I Quelli" ed il chitarrista Andrea Sacchi, che dopo due giorni di distaccata collaborazione hanno dimenticato gli spartiti sui leggii e sono venuti a chiedermi "Perché hai fatto questo disco, perché hai scritto queste parole". Anche con loro la fatica comune si è trasformata in amicizia: da quel momento.

Fabrizio de André, 1998, ultimo concerto per sempre. Sul palco suona insieme al figlio, esisterà mai per un cantante una soddisfazione più grande di questa? Esisterà mai un altro Fabrizio de André?

Dall’album La Buona Novella, nel video qui sotto canta Tre madri. Qualche anno fa, Claudio Bisio portò in giro nei teatri d’Italia uno spettacolo che proponeva un’analisi critica dell’album. E siccome tutti possono sbagliarsi, Claudio Bisio ha messo in scena un ottimo spettacolo che vi consiglio di vedere. Lo spettacolo è stato pubblicato in VHS (avete letto bene, VHS) da Einaudi nel 2002. Presumo (mi auguro) che ci sia anche il DVD in commercio, potete fare una ricerca.

De André era ateo ma prima di tutto era un poeta. L’immagine di Maria disegnata da De André nella canzone qui sotto è di una bellezza che ogni vangelo potrebbe invidiare. Lui non parla di Gesù-Dio, lui non racconta di Maria-Madonna: De André nella Buona Novella canta Gesù-Uomo, Maria-Madre: ed è un tale poeta che leggendolo è facile convincersi che prima della divinità venga l’umanità.

La canzone: siamo sul Monte Calvario davanti alla crocifissione di Gesù. Ai lati di Gesù ci sono le croci di Tito e Dimaco, i due ladroni che stanno morendo con lui, che condividono la sua stessa sorte, nello stesso posto, allo stesso modo. Sotto le croci ci sono le tre madri a piangere i figli. Ma una delle tre, secondo le altre, è più fortunata: sa che suo figlio è destinato a risorgere. Eppure Maria non la considera affatto una fortuna. Non è la divinità a parlare in questa canzone, è il sangue, è la disperazione di una madre che conta gli ultimi respiri del figlio e parla del suo dolore di donna. L’umanità di Maria in questa canzone trascende la sua divinità. Nelle parole di De André, Maria è la madre più umana del mondo.

Tre Madri:

Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c’è chi muore nel dirti addio".

Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".

Le due madri, rivolte a Maria:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l’immagine d’un’agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".

Maria:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama – Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio".

 

 

 

A Genova, Palazzo Ducale, dal 31 dicembre 2008 al 03 maggio 2009, sarà allestita una mostra dedicata a Fabrizio De André.

Il 31 dicembre, per la notte di capodanno, la mostra resterà aperta fino alle 3 del mattino del 01 gennaio 2009.

Info per orari e biglietti: 010 5574064/5.

Sito Web: palazzoducale.genova.it

Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento, un giorno qualunque li ricorderai: amore che fuggi da me tornerai. Un giorno qualunque ti ricorderai, amore che fuggi da me tornerai.

E tu che con gli occhi di un altro colore mi dici le stesse parole d’amore, fra un mese fra un anno scordate le avrai: amore che vieni da me fuggirai. Fra un mese fra un anno scordate le avrai, amore che vieni da me fuggirai.

Venuto dal sole o da spiagge gelate, perduto in novembre o col vento d’estate: io t’ho amato sempre – non t’ho amato mai, amore che vieni, amore che vai. Io t’ho amato sempre – non t’ho amato mai, amore che vieni, amore che vai.

(Fabrizio de André. Amore che vieni, Amore che vai)

Quando avevo 15 anni c’era un prato sotto casa mia, un prato enorme. Quando guardavo i miei amici giocare a pallone dalla mia finestra, nella parte opposta del prato vedevo solo dei puntini neri che si muovevano nell’erba. Ma in questo prato non si giocava solo a pallone, quello lo facevano i bambini. Appena calava il sole arrivavano gli adulti e quelli facevano sul serio. C’era un punto in particolare che finiva a ridosso di una recinzione, era illuminato da un lampione di luce arancione. La prima macchina che riusciva ad aggiudicarselo si piazzava lì sotto e cominciava a ballare per due ore. Dentro quella macchina succedevano cose molto interessanti agli occhi di un quindicenne dotato di binocolo.
Adesso mi dovete credere se vi dico che c’era un tipo che ogni sera arrivava lì sotto con la stessa macchina e una ragazza diversa. Ai miei occhi era Dio. Questo tipo lo conoscevo di vista, ogni tanto lo vedevo anche di giorno. Quello che mi ha sempre colpito di lui (a parte le serate che passava in macchina) era il modo in cui camminava. Camminava dritto. Mai visto qualcuno camminare più dritto di quello, va bene?
Adesso io ho 38 anni e dio è morto. O meglio, è vivo ma è morto. L’alcool l’ha ridotto uno schifo. Ha la pancia fuori dai pantaloni, veste trasandato, parla da solo tutto il tempo. Però cammina ancora come camminava allora, è il mio dio pazzo che si trascina con la schiena dritta e l’anima storta. E ogni tanto quando lo guardo penso a Bukowski, a quello che disse a un giornalista durante una delle prime interviste: "Siete arrivati tardi. Voi, le bionde e le altre fighette siete arrivati troppo tardi."

 

Frank Drummer:

 

Da una cella a questo luogo oscuro -
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non riusciva a esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

 

Cominciò con la luna sul posto
e finì con un fiume d’inchiostro
(Fabrizio de André, Una storia sbagliata)

.. mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì
(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)


Il Giudice Selah Lively

Immaginate di essere alto cinque piedi e due pollici
e di aver cominciato come garzone droghiere
finché, studiando legge di notte,
siete riuscito a diventar procuratore.
E immaginate che, a forza di zelo
e di frequenza in chiesa,
siate diventato l’uomo di Thomas Rhodes,
quello che raccoglieva obbligazioni ed ipoteche,
e rappresentava le vedove
davanti alla corte.

E che nessuno smettesse
di burlarsi della vostra statura,
e deridervi per gli abiti e gli stivali lucidi.
Infine voi diventate il Giudice.
Ora Jefferson Howard e Kinsey Keene
e Harmon Whitney e tutti i pezzi grossi
che vi avevano schernito sono costretti a stare in piedi
davanti alla sbarra e pronunciare "Vostro Onore".
Be’, non vi sembra naturale
che gliel’abbia fatta pagare?

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

L’album di De André Non al denaro, non all’amore né al cielo è interamente ispirato all’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. L’opera di Masters consiste in una raccolta di poesie che rappresentano gli epitaffi lasciati sulle tombe di un cimitero. Ogni epitaffio parla di un uomo e della sua storia. Storie: poteva mai resistere il più grande cantastorie italiano a un invito del genere? No di certo, e per fortuna non ci provò nemmeno. Prese carta penna e spartito e rielaborò i testi aggiungendo un tocco di magia e due pizzichi di poesia. Poi li musicò e li raccolse in un album. Ogni canzone è la fotografia di un uomo che in una manciata di parole racconta la storia di una vita.
Pubblicherò queste canzoni qui dentro prendendo i filmati da Youtube e allegando la poesia di Masters a cui la canzone è ispirata.

Trainor, il farmacista

Soltanto il chimico può dire, e neppur sempre,
che cosa emergerà dall’unione
di fluidi o di solidi.
E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, o quali figli ne risulteranno?

C’erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé stessi, ma cattivi l’uno con l’altro:
lui ossigeno, lei idrogeno,
il loro figlio, un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, mescolatore di sostanze chimiche,
morto mentre compivo un esperimento,
vissi senza sposarmi.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

 

Questa canzone di de André contenuta nell’album Canzoni del 1974 è la cover di un brano di Georges Brassens. De André aveva un’alta considerazione di Brassens , anche se i due non si conobbero mai. Il caratteraccio di Brassens fu un deterrente sufficiente a scoraggiare de André, demotivato dalla possibile delusione di rovinare l’immagine di quello che considerava un vero e proprio maestro. Come ha scritto Robert Musil: "Di un uomo importante non si deve sapere quello che fa, ma soltanto i suoi arrivi e le sue partenze."


Le passanti

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

Fabrizio de André, Genova 1940 – Milano 1999