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L’ultimo Cavaliere

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
(L’ultimo Cavaliere – incipit – Stephen King, 1982)


   ‘…Allora l’Uomo in nero cominciò a parlare.
L’universo (disse) presenta un paradosso troppo grande perché possa essere contenuto dalla mente finita dell’uomo. Come il cervello vivente non può assumere il concetto di un cervello non vivente, anche se si illude di poterlo fare, la mente finita non può comprendere l’infinito.

   Il fatto prosaico dell’esistenza dell’universo sconfigge di per sé il pragmatico e il cinico. Ci fu un tempo, ma parlo di cento generazioni prima che il mondo andasse avanti, quando il genere umano giunse a un livello di capacità tecnica e scientifica tale da poter strappare qualche scheggia dal possente pilastro della realtà. E anche allora la falsa luce della scienza (conoscenza, se preferisci) brillava solo in pochi paesi sviluppati.

   Eppure, nonostante l’aumento clamoroso di fatti disponibili, le intuizioni rimasero pochissime. Pistolero, i nostri padri conquistarono il morbo che fa marcire, quello che chiamiamo cancro. Conquistarono quasi la vecchiaia, andarono sulla luna e scoprirono o inventarono cento altri stupefacenti gingilli. Ma questa dovizia di informazioni contribuì solo minimamente al sapere. Pochi, se ce sono stati, hanno afferrato il Principio della Realtà. La nuova conoscenza porta sempre a misteri ancor più profondi. Una miglior conoscenza fisiologica del cervello rende l’esistenza dell’anima meno possibile e tuttavia più probabile per la natura della ricerca. Vedi? Ma no, certo che non puoi. Tu sei avvolto dalla tua personale aura romantica, tu te l’intendi quotidianamente con l’arcano. Eppure, questa volta ti ritrovi ad avvicinarti ai limiti, non già della credenza, ma della comprensione, affronti l’entropia inversa dell’anima.

   Ma per scendere nel prosaico: il mistero più grande che ci offre l’Universo non è quello della vita ma quello delle Dimensioni. La Grandezza comprende la Vita, e la Torre comprende la Grandezza. Il bambino, che più di ogni altro si trova a suo agio con il prodigioso, domanda: papà, che cosa c’è sopra il cielo? E il padre risponde: l’oscurità dello spazio. Il bambino: che cosa c’è oltre lo spazio? Il padre: la galassia. Il bambino: e oltre la galassia? Il padre: un’altra galassia. Il bambino: Oltre le altre galassie? Il padre: nessuno lo sa.

   Visto? La grandezza ci sconfigge. Per il pesce, il lago in cui vive è l’universo. Che cosa pensa il pesce quando viene agganciato per la bocca e strappato ai confini argentei dell’esistenza e trasferito in un universo nuovo dove l’aria lo annega e la luce è un’azzurra follia? Dove bipedi giganteschi senza branchie lo buttano in una scatola soffocante e lo ricoprono di erbe bagnate per lasciarlo morire?

   Oppure si potrebbe prendere la punta di una matita e ingrandirla. Si arriverebbe a un certo punto a una scoperta straordinaria, che cioè la punta della matita non è solida, bensì composta da atomi che ruotano vorticosamente come pianeti a miliardi. Ciò che a noi appare solido è in realtà solo un reticolo di corpi separati tenuti accostati dalla forza di gravità. Riportate alle loro dimensioni corrette, le distanze fra gli atomi potrebbero diventare leghe, epoche temporali. E gli atomi a loro volta sono composti da nuclei e da protoni e da elettroni che vi ruotano attorno. E si potrebbe scendere ancora alle particelle subatomiche. E poi a che cosa? Ai tachioni? Al nulla? Ah questo no di sicuro. Tutto nell’universo nega il nulla; ipotizzare una conclusione delle cose è proporre l’impossibile.

   Se tu cadessi ai limiti dell’universo, troveresti forse uno steccato e un cartello con la scritta FINE? No. Potresti forse trovare qualcosa di solido e concavo, come deve essere la vista del suo guscio da parte del pulcino dentro l’uovo. E se dovessi rompere anche tu quel guscio, quale luce possente e torrenziale vedresti brillare attraverso il tuo forellino alla fine dello spazio? Può essere che guardando attraverso tu scopra che il nostro intero universo non è che un atomo su uno stelo d’erba? Potresti essere indotto a riflettere che bruciando un ramoscello incenerisci un’eternità di eternità? Che l’esistenza non si limita a un finito ma si propaga per un’infinità di essi?

   Forse tu hai visto che luogo occupa il nostro universo nello schema di tutte le cose, quello di un atomo in uno stelo d’erba. Può essere che tutto ciò che noi percepiamo, dal virus microscopico alla lontana nebulosa del Granchio, sia tutto contenuto in uno stelo d’erba… uno stelo esistito forse per non più di un giorno o due in un flusso temporale a noi alieno. E se lo stelo fosse tagliato da una falce? Quando cominciasse a morire, la sua decomposizione deborderebbe nel nostro universo e nelle nostre vite particolari, ingiallendo e disseccando ogni cosa? Forse ha già cominciato a succedere. Noi diciamo che il mondo è andato avanti, ma forse ciò che intendiamo in realtà è che ha cominciato a seccare.

   Pensa alla sabbia del deserto di Mohaine, quello che hai attraversato per trovarmi, e immagina un trilione di universi, attento, non mondi, bensì universi, incapsulati tutti nello stesso granello di quel deserto; e dentro ciascun universo, un’infinità di altri universi. Noi incombiamo su questi universi dall’illusoria altezza del nostro stelo d’erba e tu, con una sola mossa del tuo stivale scaraventi miliardi di miliardi di mondi nelle tenebre, in una catena che non si completa mai.
   Le Dimensioni, Pistolero…le Dimensioni…’

Stephen King, L’ultimo Cavaliere – The Dark Tower I  (1982)

 

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