Archivio per la Categoria ‘Neruda’

Info sul video: Lettura di Andrea Giordana, quadri di Nicoletta Tomas, + Notte Stellata di Van Gogh


Mi piaci silenziosa, perché sei come assente
mi senti da lontano e la mia voce non ti tocca.
Par quasi che i tuoi occhi siano volati via
ed è come se un bacio ti chiudesse la bocca.

Tutte le cose sono colme della mia anima
e tu da loro emergi, colma d’anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima
ed assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci silenziosa, quando sembri distante.
E sembri lamentarti, tubante farfalla.
E mi senti da lontano e la mia voce non ti arriva:
lascia che il tuo silenzio sia il mio silenzio stesso.

Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte, taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.

Mi piaci silenziosa perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Basta allora un sorriso, una parola basta.
E sono lieto, lieto che questo non sia vero.

Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Per questo devo tornare
a tanti luoghi futuri
per incontrarmi con me stesso
ed esaminarmi senza sosta,
senz’altro testimone che la luna
e poi fischiare di gioia
calpestando pietre e zolle,
senz’altro compito che esistere,
senz’altra famiglia che la strada.


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

gen
30

Sonetto VIII

5 Commenti, Neruda, Poesie, by Max.

   Se non fosse perché i tuoi occhi hanno color di luna,
di giorno con argilla, con lavoro, con fuoco,
e tieni imprigionata l’agilità dell’aria,
se non fosse perché sei una settimana d’ambra,

   se non fosse perché sei il momento giallo
in cui l’autunno sale su pei rampicanti
e anche sei il pane che la luna fragrante
elabora passeggiando la sua farina pel cielo,

   oh, adorata, io non t’amerei!
Nel tuo abbraccio io abbraccio ciò ch’esiste,
l’arena, il tempo, l’albero della pioggia,

   e tutto vive perché io viva:
senz’andare sì lungi posso veder tutto:
vedo nella tua vita tutto ciò che vive.


Sonetti d’amore. Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Il tuo ricordo emerge dalla notte in cui sono.
Il fiume riannoda al mare il suo lamento ostinato.
In te si accumularono le guerre e i voli.
Da te innalzarono le ali gli uccelli del canto.
Tutto hai inghiottito, come la lontananza.
Come il mare, come il tempo. Tutto in te fu naufragio!

   Era l’ora felice dell’assalto e del bacio.
L’ora dello stupore che ardeva come un faro.
Ansietà di nocchiero, furia di palombaro cieco,
torbida ebbrezza d’amore, tutto in te fu naufragio!
Nell’infanzia di nebbia la mia anima alata e ferita.
Scopritore perduto, tutto in te fu naufragio!

   Ti attaccasti al dolore, ti aggrappasti al desiderio.
Ti abbatté la tristezza, tutto in te fu naufragio!
Feci retrocedere la muraglia d’ombra,
andai oltre il desiderio e l’atto.
Oh carne, carne mia, donna che amai e persi, te,
in quest’ora umida, evoco e canto.

   Come una coppa albergasti l’infinita tenerezza,
e l’infinito oblio t’infranse come una coppa.
Era la nera, nera solitudine delle isole,
e lì, donna d’amore, mi accolsero le tue braccia.
Era la sete e la fame, e tu fosti la frutta.
Erano il dolore e le rovine, e tu fosti il miracolo.

   Ah donna, non so come hai potuto contenermi
nella terra della tua anima,
nella croce delle tue braccia!
Il mio desiderio di te fu il più terribile e corto,
il più sconvolto ed ebbro, il più teso e avido.
Cimitero di baci, c’è ancora fuoco nelle tue tombe,
ancora ardono i grappoli sbeccuzzati d’uccelli.

   Oh la bocca morsa, oh le baciate membra,
oh gli affamati denti, oh i corpi intrecciati.
Oh la copula pazza di speranza e di vigore
in cui ci annodammo e ci disperammo.
E la tenerezza, lieve come l’acqua e la farina.
E la parola appena incominciata sulle labbra.

   Questo fu il mio destino
e in esso viaggiò il mio anelito,
e in esso cadde il mio anelito,
tutto in te fu naufragio!
Oh sentina di rifiuti, in te tutto cadeva,
che dolore non spremesti, che dolore non ti soffoca.

   Di caduta in caduta ancora fiammeggiasti e cantasti.
In piedi come un marinaio sulla prua di una nave.
Ancora fioristi in canti,
ancora prorompesti in correnti.
Oh sentina di rifiuti, pozzo aperto e amaro.

   Pallido palombaro cieco, sventurato fromboliere,
scopritore perduto, tutto in te fu naufragio!
È l’ora di partire, la dura e fredda ora
che la notte lega ad ogni orario.

   Il cinturone rumoroso del mare cinge la costa.
Sorgono stelle fredde, emigrano neri uccelli.
Abbandonato come i moli all’alba.
Solo l’ombra tremula si contorce nelle mie mani.

   Ah più in là di ogni cosa. Ah più in là di ogni cosa.


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?

   Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.

   Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia
corre per i sottili cammini del tuo sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.


Sonetti d’amore. Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

nov
21

Mia brutta

2 Commenti, Neruda, Poesie, by Max.

   Mia brutta, sei una castagna spettinata,
mia bella, sei come il vento,
mia brutta, della tua bocca se ne può far due,
mia bella, son freschi i tuoi baci come angurie.

   Mia brutta, dove stan nascosti i tuoi seni?
Son minuscoli come due coppe di frumento.
Mi piacerebbe vederti due lune sul petto:
le torri gigantesche della tua sovranità.

   Mia brutta, il mare non ha le tue unghie nella sua bottega,
mia bella, fiore a fiore, stella per stella,
onda per onda, amore, ho contato il tuo corpo:

   mia brutta t’amo per la tua cintura d’oro,
mia bella, t’amo per una ruga sulla tua fronte,
amore, t’amo perché sei chiara e perché sei oscura.


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Saprai che non t’amo e che t’amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

   Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.

   T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

   Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo.


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Ah vastità di pini, rumore d’onde che si frangono,
lento gioco di luci, campana solitaria,
crepuscolo che cade nei tuoi occhi, bambola,
chiocciola terrestre, in te la terra canta!

   In te i fiumi cantano e in essi l’anima mia fugge
come tu desideri e verso dove tu vorrai.
Segnami la mia strada nel tuo arco di speranza
e lancerò in delirio il mio stormo di frecce.

   Intorno a me sto osservando la tua cintura di nebbia
e il tuo silenzio incalza le mie ore inseguite,
e sei tu con le tue braccia di pietra trasparente
dove i miei baci si ancorano
e la mia umida ansia s’annida.

   Ah la tua voce misteriosa che l’amore tinge e piega
nel crepuscolo risonante e morente!
Così in ore profonde sopra i campi ho visto
piegarsi le spighe sulla bocca del vento.

Balla coi lupi, regia di Kevin Kostner – USA 1990

Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

   Forse ricorderai quell’uomo magro
che uscì dall’oscurità come un coltello
e prima che sapessimo, sapeva:
vide il fumo e decise che veniva dal fuoco.

   La pallida donna dalla chioma nera
sorse come un pesce dall’abisso
e tra i due levarono contro l’amore
una macchina armata di denti numerosi.

   Uomo e donna divelsero monti e giardini,
scesero ai fiumi,
s’arrampicarono pei muri,
spinsero sui monti la loro atroce artiglieria.

   L’amore seppe allora di chiamarsi amore.
E quando sollevai i miei occhi al tuo nome
il tuo cuore d’improvviso dispose la mia strada.


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973 

 

   Melisanda:

   Il suo corpo è un’ostia fine, minuscola e lieve.
Ha gli occhi azzurri e le mani di neve.
Nel parco gli alberi sembran congelati,
gli uccelli si ferman su di essi stanchi.

   Le sue trecce bionde toccano l’acqua dolcemente
come due braccia d’oro sbocciate dalla fonte.
Ronza il volo perduto delle civette cieche.
Melisanda s’inginocchia e prega.

   Gli alberi s’inclinano fino a toccar la sua fronte.
Gli uccelli s’allontanano nella sera dolente.
Melisanda, la dolce, piange presso la fonte.

   L’incantesimo:

   Melisanda, la dolce, ha smarrito la strada:
Pelleas, giglio azzurro d’un giardino imperiale,
la reca tra le braccia, come un cesto di frutta.



William A. Bouguereau, The abduction of Psiche – 1895. Collezione privata

  

   Il colloquio meravigliato:  

   Pelleas: Io andavo lungo il sentiero, tu venivi,
il mio amore cadde tra le tue braccia,  
il tuo amore tremò nelle mie.
Da allora il mio cielo di notte ebbe stelle
e per raccoglierle la tua vita si fece fiume.
Per te ogni roccia che toccheranno le mie mani
dev’essere sorgente, aroma, frutto e fiore.

   Melisanda: Per te ogni spiga deve stringere  
il suo grano
e in ogni spiga deve sgranarsi il mio amore.

   Pelleas: M’impedirai, in cambio, di guardare la strada
quando verrà la morte per lasciarla tronca.

   Melisanda: Ti copriranno i miei occhi  
come una doppia benda.

   Pelleas: Mi parlerai d’una strada che non finirà mai.
La musica che occulto per incantarti fugge
lungi dalla canzone che gorgoglia e rimbalza:
come una via lattea dal mio petto fluisce.

   Melisanda: Tra le tue braccia s’impigliano  
le stelle più alte.
Ho paura. Perdona se non son giunta prima.

   Pelleas: Un tuo sorriso cancella tutto un passato:
conservino le tue dolci labbra  
ciò che è ormai distante.

   Melisanda: In un bacio saprai tutto ciò che ho taciuto.

   Pelleas: Forse non saprò allora conoscere  
la tua carezza
perchè nelle mie vene il tuo essere si sarà fuso.

   Melisanda: Quando morderò un frutto tu saprai  
la sua delizia.

   Pelleas: Quando chiuderai gli occhi
resterò addormentato.

   La chioma:

   Pesante, densa e rumorosa,
alla finestra del castello
la chioma dell’Amata
è un lampadario giallo.

 Le tue mani bianche sulla mia bocca.
  – La mia fronte sulla tua fronte di luna.

   Pelleas, ebbro, barcolla
sotto la selva profumata.

   – Melisanda, un levriero ulula
per le strade del villaggio.

   – Ogni volta che ululano i levrieri
muoio di spavento, Pelleas.

   – Melisanda, un corsiero galoppa
presso il bosco d’allori.

   – Tremo, Pelleas, nella notte
quando galoppano i corsieri.

   – Pelleas, qualcuno m’ha toccato  
la tempia con una mano fine.

   – Sarà un bacio del tuo amato
o l’ala d’una rondinella.

   Alla finestra del castello
è un lampadario giallo
la chioma miracolosa.

   Ebbro, Pelleas impazzisce.
Anche il suo cuore vorrebbe
essere una bocca che la bacia.

   La morte di Melisanda:

   All’ombra degli allori
Melisanda sta morendo.

   Morirà il suo corpo lieve.
Sotterreranno il suo dolce corpo.
Uniranno le sue mani di neve.
Lasceranno aperti i suoi occhi
perchè illuminino Pelleas
fino a dopo che sarà morto.

   All’ombra degli allori
Melisanda muore in silenzio.
Per lei piangerà la fonte
un pianto tremulo e eterno.

   Per lei pregheranno i cipressi
inginocchiati sotto il vento.
Vi saran galoppi di corsieri,
latrati lunari di cani.

   All’ombra degli allori
Melisanda sta morendo.

   Per lei il sole nel castello
si spegnerà come un infermo.

   Per lei morirà Pelleas
quando lo porteranno al sepolcro.

   Per lei vagherà di notte,
moribondo per i sentieri.
Per lei calpesterà le rose,
inseguirà le farfalle
e dormirà nei cimiteri.

   Per lei, per lei, per lei
Pelleas, il principe, è morto.

   Canzone degli amanti morti:

   Lei era bella ed era buona.
      Perdonala, Signore!
   Lui era dolce ed era triste.
      Perdonalo, Signore!

   S’addormentava tra le sue braccia bianche
come un’ape in un fiore.
      Perdonalo, Signore!

   Amava le dolci canzoni,
lei era una dolce canzone!
      Perdonala, Signore!

   Quando parlava era come se qualcuno
avesse pianto nella sua voce.
      Perdonalo, Signore!

   Lei diceva: ‘Ho paura.
Sento una voce in lontananza.’
      Perdonala, Signore!

   Lui diceva: ‘La tua piccola
mano sulle mie labbra.’
      Perdonalo, Signore!

   Guardavano insieme le stelle.
Non parlavano d’amore.

   Quando moriva una farfalla
piangevano entrambi.
      Perdonali, Signore!

   Lei era bella ed era buona.
   Lui era dolce ed era triste.
   Morirono dello stesso dolore.

   Perdonali,
   perdonali,
      Perdonali, Signore!


Pablo Neruda, Parral 1904 – Santiago 1973