Archivio per la Categoria ‘Opere’

 

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Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo.
(Charles Dickens, Cantico di Natale – Incipit)

 

 

Oggi, mentre ero in coda nel traffico dopo aver saltato il pranzo per il ritardo di un cliente (non so se riuscite a immaginare una situazione peggiore di quella che ho appena descritto), ero completamente preso (posseduto) dalle maledizioni che stavo mandando: al cliente, al traffico, all'economia, al paese, a Berlusconi – in quest'ordine.

Allora la mia vocina mi ha detto: E se fossimo semplicemente all'inizio di un nuovo Medio Evo?
(Cioé?)

Il fatto è che noi siamo presi dalle cose per come le vediamo dal nostro minuscolo punto di osservazione, che si trova da qualche parte nel nostro Ego, e che spesso falsa l'analisi degli avvenimenti suggerendoci che noi siamo il centro del mondo. Se guardo le cose pensando di essere l'ombelico del mondo, è ovvio che mi ritrovo continuamente a chiedermi come mai allora spesso il mondo mi si rivolta contro. Viceversa, se cambio punto di osservazione e esco dal minuscolo e insignificante buchetto nell'universo costituito dalla mia coscienza individuale (nella quale in un sottobuchetto abita anche l'Ego), le cose hanno un colore diverso, e un significato più ampio. Diciamo che acquistano maggiore credibilità.

Allora torno al Medio Evo e all'epoca che stiamo vivendo. Noi veniamo da un periodo di enorme espansione dell'umanità, in tutti i campi: sociale, economico, politico, educativo. Sto parlando di un periodo di tempo che abbraccia circa 600 anni, dal 1400 al 2000. Si inizia nel '400 con il Rinascimento, per procedere con il Risorgimento, e arrivare al '700 con L'Illuminismo. La crescita procede nell'800 con la Rivoluzione Industriale (con qualche Stop & Go) per arrivare al '900 e all'avvento delle democrazie mondiali. Poi ancora Stop & Go con le due guerre, e poi il boom negli ultimi 60 anni: prosecuzione dell'Era Industriale, Era Tecnologica, Era dell'Informazione, sviluppo delle scienze sociali, maggiore consapevolezza del valore e della dignità dell'individuo, maggior benessere sociale. In tutto questo un piccolo neo: la parità dei diritti tra uomo e donna, ma niente è perfetto.

Siamo arrivati all'anno 2000, la festa è finita: nel 2001 questo enorme processo virtuoso sembra essersi piantato. Ha esitato un momento, e da un paio di anni sembra aver preso in picchiata la direzione verso il basso. Il 2001 è l'anno delle Torri Gemelle, la cui distruzione ha di fatto innescato l'inizio del possibile crollo dell'Impero Romano moderno: l'America. E il punto (mi dicevo oggi nel traffico) è esattamente questo: alla caduta dell'Impero Romano non seguì certo un periodo felice, almeno per l'occidente. Seguirono invece 400 anni di guerre intestine ed incertezze, che sfociarono nel Medio Evo, per poi approdare dopo ulteriori 400 anni al Rinascimento e ricongiungere il discorso che ho fatto fin qui. Ma attenzione: per ritrovare una strada virtuosa dopo il crollo del proprio punto di riferimento, l'umanità impiegò tra i 700 e gli 800 anni, passando nel frattempo in quello che fu il periodo più buio degli ultimi 2000 anni. Non so se mi state ascoltando dal vostro buchetto nell'Ego.

Dentro la mia macchina piantata nel traffico, realizzato questo, ho deciso che oggi (come faccio tutti gli anni in questo periodo) avrei scritto un post nel blog (questo post) per proporre la lettura del Cantico di Natale. Il periodo è quello giusto, e visto che vi ho appena prospettato 800 anni di disgrazie, per risarcirvi non mi resta che la fantasia. Il Cantico di Natale lo potete leggere a vostra figlia, alla vostra sorella minore, alla vostra amante (andrete all'inferno lo stesso), a vostro padre, a voi stessi, a chi vi pare. Cliccando qui potrete scaricare il PDF del romanzo tradotto in italiano. L'edizione è quella contenuta nel sito Liber Liber. Le illustrazioni all'inizio di questo post sono quelle disegnate da John Leech nel 1843, contenute nella prima edizione dell'opera.

Quest'anno c'è anche un altro appuntamento importante con Dickens: il 3 dicembre uscirà nei cinema il nuovo film in 3D prodotto dalla Disney, A Christmas Carol, con Jim Carrey nei panni di Scrooge. Il film è stato realizzato con la tecnica della performance capture, che consente di catturare le espressioni facciali di attori reali per poi applicarle a personaggi virtuali realizzati in computer grafica. E' la stessa tecnica utilizzata in Polar Express con Tom Hanks.

Il trailer del film:

 

 

Una interessante recensione di repubblica.it  sugli appuntamenti d’autunno con l’arte in tutta Italia: Click .

 

giu
29

Survivor

1 Commento, Opere, Pensieri, by Max.

Se ci riuscite, ascoltate. E se state ascoltando, be’, allora quello che avete trovato è la storia di tutto ciò che è andato storto.
(Chuck Palahniuk, Survivor)


Questa è la mia confessione.
Questa è la mia preghiera.
La mia storia. Il mio incantesimo.
Ascoltatemi. Guardatemi. Ricordatevi di me.
Amato Bastardo.
Messia Posticcio.
Amante Mancato.
Consegnato a Dio.
Sono intrappolato qui, nel volo in picchiata, nella mia vita, nella cabina di comando del jet con il giallo piatto del deserto australiano che si avvicina veloce.
E ci sono talmente tante cose che vorrei cambiare ma non posso.
E’ tutto fatto. Adesso è tutto solamente una storia.

C. Palahniuk, Survivor – Oscar Mondadori

Questo post prosegue da qui.

Appunti di Pessoa:

Il tentativo mancato del 4º atto è l’annientamento della Vita perché la rabbia della vendetta fallisce di fronte alla capacità di reazione della Vita, cadendo nell’Abitudine (i rivoltosi che riconoscono come loro signore il signore contro cui si rivoltano), nel Piacere Più Immediato e nell’Indifferenza per i grandi scopi, nonostante l’appello dell’istinto (il che è rappresentato dalla scena in cui gli innamorati sentono con indifferenza il tumulto della rivoluzione lontana).
Il 4º intermezzo deve essere il più freddo di tutti.
Infine, nel 5º atto, abbiamo la Morte, il fallimento finale dell’Intelligenza di fronte alla Vita. Mentre si scherza e si balla durante un giorno di festa, Faust, ignorato da tutti, agonizza. E il dramma si chiude con la canzone dello Spirito della Notte, riproponendo l’elemento della paura del Mistero che avvolge sia la Vita come l’Intelligenza (una canzone semplice e fredda).
Un altro modo di porre lo stesso problema o meglio, la stessa tesi, è il seguente:

1º atto: conflitto dell’Intelligenza con se stessa.
2º atto: conflitto dell’Intelligenza con altre Intelligenze.
3º atto: conflitto fra Intelligenza e Emozione.
4º atto: conflitto fra Intelligenza e Azione.
5º atto: sconfitta dell’Intelligenza.

Fernando Pessoa, Faust – Einaudi Editore

Pubblicherò in due post consecutivi gli appunti di Fernando Pessoa sulla "tragedia soggettiva" di Faust. Pessoa negli appunti riassume l’idea di fondo dell’Opera, tracciando la linea ideale di ognuno dei 5 atti.

Appunti di Pessoa:

Il dramma nel suo insieme rappresenta la lotta fra l’Intelligenza e la Vita, lotta in cui l’Intelligenza risulta sempre perdente. L’Intelligenza è rappresentata da Faust e la Vita in varie forme, a seconda delle circostanze postulate dal dramma.
Nel 1º atto la lotta consiste nel fatto che l’Intelligenza vuole capire la Vita, ma viene sconfitta, e capisce soltanto che non potrà mai capirla. Così questo atto è fatto tutto di disquisizioni intellettuali e astratte in cui il mistero del mondo (tema generale di tutta l’opera, visto che è il tema centrale dell’Intelligenza) viene ripetutamente trattato.
Il 1º intermezzo è la ripetizione in forma lirica delle conclusioni a cui il protagonista giunge nel 1º atto.

Nel 2º atto abbiamo l’Intelligenza che lotta nel tentativo di dirigere la Vita; questo tentativo fallisce ugualmente, anche se in modo diverso. La difficoltà consiste nel modo di rappresentare la Vita che l’Intelligenza tenta di dominare. La soluzione migliore è di rappresentare la Vita attraverso un discepolo o qualcosa di simile, sul quale le pretese volontà e imposizioni del Maestro (forse perché la sua sottilità e ambizione non vengono capite) non producono alcun effetto o producono una falsa impressione. Forse la cosa migliore in questo caso è di rappresentare la Vita qui attraverso tre discepoli o altri personaggi: uno, sul quale l’azione intellettuale è nulla, un altro dal quale l’azione intellettuale è accettata ma erroneamente, perversamente; e un terzo che istintivamente la combatte, anche grazie all’Intelligenza che in lui è un’arma, un mezzo, e uno strumento attraverso i quali l’istinto si può manifestare.
Il 2º intermezzo riassume la problematica umana posta dal 2º atto. Si tratta di un intermezzo lirico, come il primo. (Studiare il genere lirico che ispira essenzialmente questo intermezzo).

Il 3º atto concerne la lotta dell’Intelligenza per adattarsi alla Vita che, come è naturale, è rappresentata dall’amore, cioé da una figura femminile, Maria, che Faust tenta di sapere amare.

- Che fai?
- Tento di saper amare.
È nato morto ciò che volli essere.

Anche in questo caso la disfatta dell’Intelligenza è flagrante. L’atto si chiude con il Monologo della Notte, di speciale amarezza, perché l’incapacità di adattamento alla vita è più amara del fallimento nel comprenderla e nel dirigerla. Il fallimento nel comprenderla è infatti più orribile (per il mistero essenziale), mentre il fallimento nel dirigerla è più deludente (per la disparità fra i risultati, lo sforzo utilizzato e l’intenzione).

[segue]

Fernando Pessoa, Faust – Einaudi Editore

Ho capito, con un’illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno.
(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine)

- Che fai?
- Tento di saper amare.
È nato morto ciò che volli essere.
(Fernando Pessoa, Faust)

Il Faust di Pessoa, così come da lui stesso descritto negli appunti sull’opera, può essere riassunto così:

1º atto: conflitto dell’Intelligenza con sé stessa.
2º atto: conflitto dell’Intelligenza con altre Intelligenze.
3º atto: conflitto fra Intelligenza e Emozione.
4º atto: conflitto fra Intelligenza e Azione.
5º atto: sconfitta dell’Intelligenza.

Non leggo. Per ore interminabili,
a tutto estraneo, se non a una dolorosa
coscienza vuota di me stesso,
come un freddo in una notte intensa,
davanti al libro aperto io vivo e muoio…
Nulla… E’ l’impazienza fredda e dolorosa
di leggere per non sognare, e aver perduto
il sogno! Così come un mulino
che, abbandonato, lavora ancora invano,
senza nesso e senza scopo, io macino
e rimacino l’illusione del pensiero…
E ora dopo ora nella mia anima sterile
più profondo si apre l’abisso fra il mio essere
e me, e in quell’abisso non vi è nulla…

Fernando Pessoa, Faust – Einaudi Editore
 

I testi de La Buona Novella di De André sono ispirati ai vangeli apocrifi.

Dizionario De Mauro, Apocrifo: Documento attribuito falsamente ad un autore, non autentico.

I vangeli citati da De André sono apocrifi perché non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, che riconosce come autentici solo i quattro Vangeli canonici inseriti nel Nuovo Testamento. Se vi interessa approfondire i severissimi criteri di scelta per i 4 vangeli ufficialmente riconosciuti, potete leggere Voltaire che racconta le modalità usate nel Concilio di Nicea per la scelta dei Vangeli canonici. C’è da dire per completezza, che la Chiesa non riconosce come vero il racconto di Voltaire, ma considerando la delicatezza con cui la Chiesa ha amministrato la Fede nel corso della storia (due esempi su tutti: l’Inquisizione e le Indulgenze), il racconto di Voltaire non sembra del tutto inverosimile.

Tornando a La Buona Novella, nel filmato qui sotto De André canta Il ritorno di Giuseppe e Il sogno di Maria.

Il ritorno di Giuseppe: Poco dopo aver sposato Maria, Giuseppe si allonta diversi mesi da casa per lavoro e nella prima canzone lo troviamo nel deserto durante il viaggio di ritorno verso la Galilea: «Stelle, già dal tramonto, si contendono il cielo a frotte, luci meticolose nell’insegnarti la notte. Un asino dai passi uguali, compagno del tuo ritorno, scandisce la distanza lungo il morire del giorno. Ai tuoi occhi, il deserto, una distesa di segatura, minuscoli frammenti della fatica della natura. Gli uomini della sabbia hanno profili da assassini, rinchiusi nei silenzi d’una prigione senza confini.» 

Secondo i Vangeli apocrifi, quando Giuseppe la sposò, Maria era poco più che una bambina. Giuseppe era già molto avanti con gli anni, e in lei più che una moglie vedeva una figlia. Per questo motivo, durante il suo viaggio le aveva intagliato una bambola nel legno e adesso, sulla strada del ritorno, pensava al momento in cui gliel’avrebbe finalmente consegnata: «Odore di Gerusalemme, la tua mano accarezza il disegno d’una bambola magra, intagliata del legno. "La vestirai, Maria, ritornerai a quei giochi lasciati quando i tuoi anni erano così pochi".»

Le cose però non vanno nel modo in cui le aveva immaginate Giuseppe, perché Maria sta per fargli una sorpresa più grande della sua: deve dirgli di essere incinta. La prima canzone finisce con i due che si abbracciano e Giuseppe che scopre attraverso il tocco della pancia di Maria che lei aspetta un bambino: «E lei volò fra le tue braccia come una rondine, e le sue dita come lacrime, dal tuo ciglio alla gola, suggerivano al viso, una volta ignorato, la tenerezza d’un sorriso, un affetto quasi implorato. E lo stupore nei tuoi occhi salì dalle tue mani che vuote intorno alle sue spalle, si colmarono ai fianchi della forma precisa d’una vita recente, di quel segreto che si svela quando lievita il ventre. E a te, che cercavi il motivo d’un inganno inespresso dal volto, lei propose l’inquieto ricordo fra i resti d’un sogno raccolto.»

Semplicemente divina l’immagine poetica in coda alla canzone, che descrive lo stupore di Giuseppe alla ricerca di un segno di colpevolezza negli occhi di Maria che non trova ("… cercavi il motivo d’un inganno inespresso dal volto"): Maria non ha il volto colpevole di qualcuno che debba scusarsi, eppure è incinta e il marito manca da mesi. Allora spiega a Giuseppe cosa è successo in sua assenza: sta per raccontargli un sogno che non è stato un sogno ("… forse era sogno ma sonno non era").

Il sogno di Maria: Questa canzone contiene immagini poetiche semplicemente spettacolari. Il racconto di Maria inizia all’interno del Tempio, dove in quei tempi si andava a pregare. E qui, già dall’inizio, introduce un’immagine ultraterrena nel suo racconto: spiega a Giuseppe che tutte le sere, mentre era nel Tempio, un Angelo la raggiungeva per insegnarle nuove preghiere. Finché una sera di quelle, la prese con sé e la portò in volo "dove il giorno si perde, a cercarsi da solo nascosto tra il verde". Al ritorno dal volo, l’Angelo annuncia a Maria che concepirà un figlio per opera del Signore: «Nel Grembo umido, scuro del tempio, l’ombra era fredda, gonfia d’incenso; l’angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera: poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese – Conosci l’estate io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento. Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all’ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là, dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde, e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d’ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena. (… e l’ angelo disse: "Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…)»

Dopo l’annuncio dell’Angelo, Maria si ritrova di nuovo nel Tempio tra i sacerdoti, e le voci della strada la riportano alla realtà. Ma sente ancora l’Angelo ripetere da lontano "Lo chiameranno Figlio di Dio". Qui finisce il racconto di Maria, che a questo punto cerca l’indulgenza di Giuseppe, quasi il perdono, anche se sente di non avere colpe. Il finale della canzone è uno degli splendidi quadri di umanità che De André ha disegnato in quest’album: Giuseppe, perplesso, risponde al racconto di Maria con una carezza: «Le ombre lunghe dei sacerdoti costrinsero il sogno in un cerchio di voci. Con le ali di prima pensai di scappare ma il braccio era nudo e non seppe volare: poi vidi l’angelo mutarsi in cometa e i volti severi divennero pietra, le loro braccia profili di rami, nei gesti immobili d’un altra vita, foglie le mani, spine le dita. Voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno per ridarmi al presente. Sbiadì l’immagine, stinse il colore, ma l’eco lontana di brevi parole ripeteva d’un angelo la strana preghiera dove forse era sogno ma sonno non era – Lo chiameranno figlio di Dio – Parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre." E la parola ormai sfinita si sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d’una quiete apparente che si consuma nell’attesa d’uno sguardo indulgente. E tu, piano, posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte.»

Nel video qui sotto, De André canta le due canzoni consecutivamente. Prima del video due cose. Prima cosa: ascoltatelo in cuffia con le luci basse, ci sono atmosfere ed arrangiamenti musicali da puro e semplice delirio. Questa musica con questi testi potrebbero sorprendere chiunque a colpi di bellezza.

La seconda cosa è questa citazione da un appunto di De André all’album, scritto nel 1970:

Dopo aver ringraziato diversi musicisti che hanno contribuito alla realizzazione dell’album, De André continua: … Giorgio Piazza – basso, Flavio Premoli – organo, Mauro Pagani – flauto, del complesso "I Quelli" ed il chitarrista Andrea Sacchi, che dopo due giorni di distaccata collaborazione hanno dimenticato gli spartiti sui leggii e sono venuti a chiedermi "Perché hai fatto questo disco, perché hai scritto queste parole". Anche con loro la fatica comune si è trasformata in amicizia: da quel momento.

Fabrizio de André, 1998, ultimo concerto per sempre. Sul palco suona insieme al figlio, esisterà mai per un cantante una soddisfazione più grande di questa? Esisterà mai un altro Fabrizio de André?

Dall’album La Buona Novella, nel video qui sotto canta Tre madri. Qualche anno fa, Claudio Bisio portò in giro nei teatri d’Italia uno spettacolo che proponeva un’analisi critica dell’album. E siccome tutti possono sbagliarsi, Claudio Bisio ha messo in scena un ottimo spettacolo che vi consiglio di vedere. Lo spettacolo è stato pubblicato in VHS (avete letto bene, VHS) da Einaudi nel 2002. Presumo (mi auguro) che ci sia anche il DVD in commercio, potete fare una ricerca.

De André era ateo ma prima di tutto era un poeta. L’immagine di Maria disegnata da De André nella canzone qui sotto è di una bellezza che ogni vangelo potrebbe invidiare. Lui non parla di Gesù-Dio, lui non racconta di Maria-Madonna: De André nella Buona Novella canta Gesù-Uomo, Maria-Madre: ed è un tale poeta che leggendolo è facile convincersi che prima della divinità venga l’umanità.

La canzone: siamo sul Monte Calvario davanti alla crocifissione di Gesù. Ai lati di Gesù ci sono le croci di Tito e Dimaco, i due ladroni che stanno morendo con lui, che condividono la sua stessa sorte, nello stesso posto, allo stesso modo. Sotto le croci ci sono le tre madri a piangere i figli. Ma una delle tre, secondo le altre, è più fortunata: sa che suo figlio è destinato a risorgere. Eppure Maria non la considera affatto una fortuna. Non è la divinità a parlare in questa canzone, è il sangue, è la disperazione di una madre che conta gli ultimi respiri del figlio e parla del suo dolore di donna. L’umanità di Maria in questa canzone trascende la sua divinità. Nelle parole di De André, Maria è la madre più umana del mondo.

Tre Madri:

Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c’è chi muore nel dirti addio".

Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".

Le due madri, rivolte a Maria:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l’immagine d’un’agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".

Maria:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama – Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio".

 

 

Come ogni anno in questo periodo, vi consiglio la lettura del Canto di Natale di Dickens. Dickens è stato per la novella quello che Shakespeare è stato per il teatro, Pessoa per l’inquietudine, Van Gogh per i colori, i Pink Floyd per la musica.

La volpe del Piccolo Principe diceva che le tradizioni sono importanti, bisogna prepararsi per tempo. E allora Dickens può essere senz’altro di aiuto per trasportarci nello spirito natalizio una pagina alla volta, finché non saremo pronti per quello che lui stesso chiamava "Il più bel giorno dell’anno": la vigilia di Natale. Se vi serve una buona scusa, potreste leggerlo a vostra figlia, o a vostro nipote, o alla vostra sorellina, o al vostro capo… In ogni capo si nasconde un piccolo grande Scrooge.

Cliccando qui potrete scaricare il racconto in formato pdf.

Credits: La versione del Canto di Natale è tratta dal sito LiberLiber

 

"Camminavo lungo la strada con due amici, quando il sole tramontò. Il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto. Sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano ancora a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande grido infinito pervadeva la natura".
(Dal diario personale di Edvard Munch)

Quello qui sopra è Il Grido di Munch. Il quadro è la rappresentazione viva dell’angoscia umana di fronte al mistero dell’esistenza e alla apparente indifferenza di una natura matrigna (concetti che spadroneggiano in tutta l’arte: Leopardi: Ah, natura natura perché di tanto inganni i figli tuoi?, ma anche nella religione: Gesù sulla croce, nel momento di massima solitudine di fronte alla morte, chiede: Padre, perché mi hai abbandonato?). L’angoscia esistenziale è un’esperienza intima, assoluta, personale, privata, e come tale solitaria per definizione. Nel quadro di Munch la figura in primo piano è dipinta nel momento culminante di questa angoscia, quello della rivelazione che arriva addosso all’improvviso. Il momento in cui vedi, capisci. Le due persone dietro la figura sono gli amici che si allontanano ignari, continuando la passeggiata. Sono gli altri. La figura in primo piano si volta dopo essersi fermata, si lascia l’orrore alle spalle e grida verso chi sta guardando il quadro. La figura in primo piano grida verso di noi.

Ho citato questo quadro di Munch perché guardando il video di Hey You nella versione suonata durante il tour The Wall del 1980, ho trovato straordinarie analogie tra la figura che urla nel quadro e il fantoccio che viene inquadrato durante tutta l’esecuzione della canzone. Naturalmente le analogie non finiscono qui, perché l’accostamento si sposa alla perfezione con il testo della canzone e con il concetto strutturale dell’intero album The Wall. Il fantoccio viene inquadrato da diverse angolazioni durante il video, e il grido deforme disegnato sulla sua faccia sembra proprio quello della creatura di Munch uscita dal quadro. Le due espressioni sembrano figlie della stessa angoscia. Durante la canzone sul palco si vede solo il fantoccio, tra il pubblico e i Pink Floyd è calato un muro dall’alto che ostacola la vista della band. Se arrivate alla fine del filmato, a 3 minuti e 55 secondi vedrete Waters che canta da dietro il muro, e con un volo molto suggestivo della telecamera, viene successivamente inquadrato il pubblico che si trova al di là del muro. Il testo della canzone che potete trovare qui e la sua analisi critica che trovate qui, svelano il significato dell’intera scenografia.