Archive for the ‘Pensieri’ Category

agosto 24th, 2010

I Padri Fondatori delle lattine

Commenta, Pensieri, by Max.

 

 

Oggi, Federico Rampini su Repubblica svela il segreto dell'esistenza della civiltà moderna: la lattina.

"Se ne producono 130 miliardi all'anno solo in America". E' più di un'osservazione, è la proclamazione di un successo. "Senza di lei forse non ci sarebbero state la conquista del West, la febbre dell'oro, le esplorazioni artiche"… la venuta di Gesù Cristo, il primo uomo sulla Luna, l'invenzione della ruota, Buddha. 

Viene da chiedersi cosa mangiarono mai Cristoforo Colombo e i 120 uomini del suo equipaggio durante il viaggio di oltre due mesi in mare verso le Americhe.

Rampini continua: "Compie 200 anni domani la lattina, e lo scienziato dell'alimentazione John Floros della Pennsylvania State University…" – (chi non lo conosce?) – ".. le rende un omaggio solenne: Senza questo strumento di conservazione del cibo non esisterebbe la civiltà moderna, il flagello della fame e le malattie ci avrebbero sopraffatti".

Il Washington Post in un'impennata di orgoglio nazionale aggiunge che "la marcia della civiltà occidentale e la prosperità dell'America poggiano su quel piccolo oggetto che voi tenete nel terzo scaffale della dispensa".

Per voi che davanti all'espressione "civiltà moderna" avete in mente l'invenzione della scrittura, la ruota, la matematica, i greci, la filosofia, la fondazione di Roma, l'Impero Romano, l'invenzione del ferro, la battaglia di Maratona, l'invenzione della radio, il telegrafo, l'elettricità: una lattina vi seppellirà.

Io dico soltanto una cosa: meno male che l'Impero Romano è successo a Roma. Non riesco neanche a immaginare le montagne di retorica nazionalista sotto cui ci avrebbero seppellito gli americani se qualcosa del genere fosse successo da loro. Meglio che sia successo da noi, dove l'orgoglio del passato è agevolmente seppellito dalle vergogne del presente, e la memoria storica è alla continua ricerca di una robusta cura di fosforo.

Viene in mente Gandhi, che alla domanda di un giornalista che chiedeva cosa ne pensasse della civiltà occidentale, rispose: "Penso che sarebbe un'ottima idea".

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Stasera stavo guardando su youtube l'intervento di Massimo Ciancimino al Viva Voce Festival. Ad un certo punto, nello spazio delle domande, interviene una signora tra il pubblico, e nel fare la sua domanda parla della storia di una ragazza fino a questo momento a me completamente sconosciuta. E' una storia incredibile.

Questa ragazza di cui voglio parlare si chiama Rita Atria. La storia di Rita comincia brutalmente nel 1985, quando la mafia uccide suo padre, Don Vito Atria. Rita ha 11 anni. 

Vito Atria era un boss mafioso di Partanna, nella provincia di Trapani, e venne ucciso in un regolamento di conti perché sembra si opponesse al nuovo corso della mafia che aveva cominciato ad investire i propri soldi nel giro della droga. Il padre di Rita viene ucciso a 9 giorni dal matrimonio di Nicola (figlio del boss e fratello di Rita). Nicola Atria decide allora di vendicare la morte del padre con i mezzi mafiosi, ma finirà vittima della mafia lui stesso nel 1991. Giugno del 1991, Rita ha 17 anni.

A questo punto della sua vita, Rita ha perso per mano della mafia il padre e il fratello. 5 mesi dopo la morte del fratello, nel novembre del 1991, Rita decide di testimoniare contro gli assassini dei suoi familiari. Nonostante la sua giovane età infatti, è depositaria di molti segreti mafiosi, che il fratello Nicola le ha rivelato dopo la morte del padre. Il giudice che raccoglierà le sue testimonianze è Paolo Borsellino.

A causa del suo nuovo ruolo di testimone, Rita viene spostata a Roma e messa sotto la protezione dell'Alto Commissariato Antimafia. A Roma vivrà in un appartamento insieme alla cognata (la moglie del fratello Nicola, anche lei testimone e anche lei sotto protezione).

Il 19 luglio del 1992, a Palermo, in via D'Amelio, il giudice Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia per mezzo dell'esplosione di una Fiat 126 imbottita con 100 chili di tritolo. 

Sette giorni dopo la morte di Borsellino, Rita Atria si toglierà la vita gettandosi dal settimo piano della sua abitazione a Roma.

Al suo paese la chiamavano "Fimmina lingua longa e amica degli sbirri". Al suo funerale non partecipò neanche il parroco del paese. 

Pochi mesi dopo la morte di Rita, sua madre andò al cimitero e con un martello distrusse la sua lapide e la sua fotografia.

 

Approfondimenti:

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luglio 12th, 2010

Franz Kafka: Lettera al padre

6 Commenti, Pensieri, by Max.

 

Venerdì scorso, all'ora di pranzo, da Mc Donald's, stavo leggendo le risposte di Federico Moccia ai lettori de Il Messaggero. All'ora di pranzo si fanno le cose più strane.

Il fatto è che non sai mai dove puoi andare a parare quando cominci a leggere qualcosa, la lettura dopotutto è un'esperienza che comincia in maniera misteriosa, tutte le volte. Così capita che rispondendo ai lettori, tra un sospiro amoroso e l'altro, non ricordo più per quale strano motivo, Moccia all'improvviso decida di citare Kafka. Più precisamente, cita un libro di Kafka: Lettera al padre. Per me è stata la scoperta di un libro che non conoscevo.

Lettera al padre di Kafka comincia così:

"Caro papà,

recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quando scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza".

Se vi interessa, Lettera al padre è edito da Feltrinelli. Grazie a Google Libri, potete anche leggerlo in gran parte online a questo link.

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maggio 10th, 2010

Il senso della vita

3 Commenti, Anima, Cinema, Pensieri, Video, by Max.

 

Spero di non averla depressa troppo.
(W. Allen)


"Io trovo che la vita non abbia alcun senso. Il trucco nella vita di un artista, di un intellettuale   – cosa che io non sono -,   di un pensatore, consiste nel capire come poter tirare avanti consapevoli di questa terribile realtà, di quanto priva di senso sia la vita, di quanto siamo schiacciati dall'enormità dell'universo, cercando di trovare un piacere, una gioia, una ragione per continuare". (W. Allen)

 

  • [youtube]mAheD-aB-P8[/youtube]
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marzo 12th, 2010

Italia, provincia di Collodi

Commenta, Pensieri, by Max.

 

La legge è uguale per tutti. Ma per i maiali è un po' più uguale.
(George Orwell, La fattoria degli animali)

Secondo questo articolo sul sito del Corriere, la polizia di Arezzo avrebbe recuperato alcune tavole originali delle Avventure di Pinocchio, insieme ad altro materiale inedito legato all'opera, tra cui l'illustrazione qui sotto.

 

Ma com'è che Pinocchio finisce in galera? Ci finisce, è ovvio, perché è stato vittima di un torto. Dopo essere stato abbindolato dal gatto e la volpe e aver subìto il furto delle quattro monete d'oro, Pinocchio si rivolge al giudice per ottenere giustizia.

"Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
'Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.' "

 

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi – Firenze 1883

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Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi tu vinci.
(Gandhi)

 

Nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Gandhi scrive una lettera a Hitler. E' interessante notare che quando Gandhi scrive questa lettera, la liberazione dell'India è ancora lontana nel tempo (avverrà solo nel 1943, dopo una risoluzione rivolta al governo britannico dal titolo molto esplicito: Quit India).
Nonostante quindi il successo della non-violenza ottenga il suo risultato definitivo solo 4 anni dopo la lettera ad Hitler, già nel momento in cui scrive Gandhi si sente talmente forte della validità del suo metodo, da consigliarlo al più sanguinario leader dell'Europa occidentale. Voglio dire: non basta avere una visione nella vita, bisogna possedere la determinazione necessaria per portarla a compimento.

Il testo della lettera di Gandhi ad Hitler:

"Caro amico,
alcuni amici mi hanno chiesto con insistenza di scriverle una lettera per il bene dell'umanità. Io ho resistito alla richiesta, a causa della sensazione che qualunque lettera da parte mia sarebbe stata interpretata come un atto di impertinenza.
Tuttavia, qualcosa mi spinge a fare lo stesso un tentativo, qualunque valore esso possa avere.


E' evidente che lei oggi è l'unica persona al mondo che possa scongiurare una guerra che potrebbe riportare l'umanità ad uno stato selvaggio. E' disposto a pagare questo prezzo per raggiungere il suo obiettivo, qualunque valore questo obiettivo possa avere per lei? Ascolterà l'appello di uno che ha deliberatamente rinnegato il metodo della guerra, non senza considerevoli risultati?

In ogni caso le anticipo le mie scuse se in qualche modo ho sbagliato decidendo di scriverle.

Sinceramente vostro,
M. K. Gandhi"

 

Il documento originale:

 

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Preferirei di no.
(Bartleby lo Scrivano, Herman Melville)

 

Distrugga, per favore, le mie lettere: oggi ho scoperto l'esistenza di questa raccolta di lettere della Achmatova pubblicata da Archinto Editore. Dopo aver letto il titolo della raccolta, pensavo al terrore psicologico con cui ogni regime finisce per detenere la proprietà delle persone. E' proprio questo l'aspetto peggiore dell'assenza di libertà: qualcuno, cioé, ti lascia il privilegio di gestire il tuo corpo, ma si prende la tua anima. Una cosa da diavoli dell'inferno.

La Achmatova, che visse sotto il regime staliniano, chiudeva di solito le sue lettere con quella frase: Distrugga, per favore, le mie lettere. Chiedeva ai suoi corrispondenti di distruggere quello che aveva scritto. Aveva paura che il suo pensiero (di critica aperta al regime) finisse nelle mani sbagliate e potesse essere usato contro di lei o la sua famiglia. Questa è l'esatta misura dell'impatto di un regime dittatoriale a danno dell'anima: per un poeta, che fa delle parole la sua stessa vita, una frase come quella che usava la Achmatova, equivale più o meno a dire: Uccida, per piacere, i miei figli.

Una lettera che certamente la Achmatova non chiese di distruggere, fu quella che inviò a Stalin chiedendo la liberazione del marito e del figlio, arrestati con l'accusa di aver partecipato ad associazioni antirivoluzionarie. Accusa gravissima, che poteva prevedere il carcere a vita o la pena di morte.

La lettera è questa:

1 novembre 1935
   Anna Achmatova – a Josif Stalin

  " Rispettabile Josif Vissarionovic!
   Conoscendo il suo interessato affetto per le culture del paese e in particolare per gli scrittori, mi permetto di rivolgermi a Voi con questa lettera. Il 23 ottobre a Leningrado sono stati arrestati dalla polizia segreta mio marito Nicolaij Nicolaevic (professore all’accademia dell’arte) e mio figlio Lev Nicolaevic Gumilev (studente all’università statale di Leningrado).

   Josif Vissiarionovic, io non so di cosa li accusano, ma do a voi la mia parola onesta che loro non sono fascisti, né spie, né partecipanti alle fondazioni controrivoluzionarie.
   Io abito nella URSS dall’inizio della Rivoluzione e non ho mai voluto lasciare il paese con il quale sono legata con la mente e con il cuore. Sebbene i miei versi non vengano pubblicati e i commenti dei critici mi diano tante amarezze, io non sono mai stata pessimista; in pesanti condizioni morali e materiali ho continuato a lavorare e ho già pubblicato un lavoro su Puskin, e il secondo sta per essere pubblicato. A Leningrado abito in modo molto riservato e spesso ho qualche problema fisico. L’arresto delle due uniche persone a me care mi ha recato una dura ferita che non riesco a sopportare.
   Io vi prego, Josif Vissarionovic, di tornarmi il marito e il figlio, sono sicura che di questo nessuno si pentirà.
Anna Achmatova

 

Il figlio di Anna sarà liberato nove anni dopo, il marito verrà fucilato.

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febbraio 20th, 2010

Moby Dick

2 Commenti, Pensieri, Video, by Max.

 

Chi impazzì dietro te non tornò mai più.
(Moby Dick, Banco del Mutuo Soccorso – 1983)

- Che cosa fate, marinai, quando vedete una balena?
- La segnaliamo!
- Bene! -, esclamò Akab con un accento di feroce approvazione. – E che cosa fate, dopo, marinai?
- Scendiamo nelle lance e la inseguiamo!
- E a quale grido remate, marinai?
- Balena morta o lancia sfondata!

 (Herman Melville, Moby Dick – 1851)

Moby Dick, di H. Melville – Incipit

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

La caccia non finisce mai.
(Moby Dick, Banco del Mutuo Soccorso – 1983)

 

  • [youtube]GU9cbwo7y1E[/youtube]
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Il matrimonio, Dio, i figli, i parenti e il lavoro. Non ti rendi conto che qualsiasi idiota può vivere così e che la maggior parte lo fa?
(C. Bukowski, Barfly)

Cominciò per sbaglio.
Si era sotto Natale ed ero venuto a sapere dall'ubriacone che stava un po' più su, sulla collina, e che a Natale ci provava sempre, che avrebbero assunto più o meno chiunque, e così ci andai, e prima che potessi rendermi conto di quello che stava succedendo ero lì con la sacca di cuoio sulle spalle a girare tutto il giorno a piedi a girare in lungo e in largo. Che lavoro, pensai. Facile! Leggero! Ti danno solo un paio di isolati e se finivi prima il postino fisso ti dava un altro isolato, oppure tornavi in ufficio ed era il capo a dartene un altro, ma tu te la prendevi comoda e dovevi solo infilare quei cartoncini di auguri nelle cassette.
Fu più o meno al secondo giorno come postino natalizio straordinario che arrivò questo donnone che cominciò a venire in giro con me a consegnare le lettere. Dico donnone perché era grossa, nel senso che aveva il culo grosso, le tette grosse ed era grossa in tutti i punti giusti. Sembrava un po' matta ma io continuavo a guardarle le tette il culo e il resto e mi andava bene così.
Parlava e parlava e parlava. Poi venne fuori. Suo marito lavorava su un'isola, lontano, e lei si sentiva sola, capite, e viveva in una casetta in una stradina laterale.
- Quale casetta? -, chiesi. Lei scrisse l'indirizzo su un pezzo di carta.
- Anch'io mi sento solo – , dissi, – stasera vengo da te a fare quattro chiacchiere -.
Io avevo una donna, abitavamo insieme, ma lei non c'era quasi mai, era sempre da qualche altra parte, e anch'io mi sentivo molto solo. Soprattutto con quel culone che mi camminava a fianco.
- Va bene -, disse lei, – ci vediamo stasera -.
Non era male, davvero, era una bella scopata, ma come tutte le scopate dopo la terza e la quarta notte cominciai a perdere interesse e non ci tornai.
Ma non potevo fare a meno di pensare, Dio mio, questi postini non fanno altro che infilare le loro lettere nelle cassette e farsi scopare. Questo è il lavoro che fa per me, ooh, sì sì sì.

 

Charles Bukowski, Post Office – Incipit - 

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