Archivio per la Categoria ‘Pensieri’

 

Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi tu vinci.
(Gandhi)

 

Nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Gandhi scrive una lettera a Hitler. E' interessante notare che quando Gandhi scrive questa lettera, la liberazione dell'India è ancora lontana nel tempo (avverrà solo nel 1943, dopo una risoluzione rivolta al governo britannico dal titolo molto esplicito: Quit India).
Nonostante quindi il successo della non-violenza ottenga il suo risultato definitivo solo 4 anni dopo la lettera ad Hitler, già nel momento in cui scrive Gandhi si sente talmente forte della validità del suo metodo, da consigliarlo al più sanguinario leader dell'Europa occidentale. Voglio dire: non basta avere una visione nella vita, bisogna possedere la determinazione necessaria per portarla a compimento.

Il testo della lettera di Gandhi ad Hitler:

"Caro amico,
alcuni amici mi hanno chiesto con insistenza di scriverle una lettera per il bene dell'umanità. Io ho resistito alla richiesta, a causa della sensazione che qualunque lettera da parte mia sarebbe stata interpretata come un atto di impertinenza.
Tuttavia, qualcosa mi spinge a fare lo stesso un tentativo, qualunque valore esso possa avere.


E' evidente che lei oggi è l'unica persona al mondo che possa scongiurare una guerra che potrebbe riportare l'umanità ad uno stato selvaggio. E' disposto a pagare questo prezzo per raggiungere il suo obiettivo, qualunque valore questo obiettivo possa avere per lei? Ascolterà l'appello di uno che ha deliberatamente rinnegato il metodo della guerra, non senza considerevoli risultati?

In ogni caso le anticipo le mie scuse se in qualche modo ho sbagliato decidendo di scriverle.

Sinceramente vostro,
M. K. Gandhi"

 

Il documento originale:

 

 

Preferirei di no.
(Bartleby lo Scrivano, Herman Melville)

 

Distrugga, per favore, le mie lettere: oggi ho scoperto l'esistenza di questa raccolta di lettere della Achmatova pubblicata da Archinto Editore. Dopo aver letto il titolo della raccolta, pensavo al terrore psicologico con cui ogni regime finisce per detenere la proprietà delle persone. E' proprio questo l'aspetto peggiore dell'assenza di libertà: qualcuno, cioé, ti lascia il privilegio di gestire il tuo corpo, ma si prende la tua anima. Una cosa da diavoli dell'inferno.

La Achmatova, che visse sotto il regime staliniano, chiudeva di solito le sue lettere con quella frase: Distrugga, per favore, le mie lettere. Chiedeva ai suoi corrispondenti di distruggere quello che aveva scritto. Aveva paura che il suo pensiero (di critica aperta al regime) finisse nelle mani sbagliate e potesse essere usato contro di lei o la sua famiglia. Questa è l'esatta misura dell'impatto di un regime dittatoriale a danno dell'anima: per un poeta, che fa delle parole la sua stessa vita, una frase come quella che usava la Achmatova, equivale più o meno a dire: Uccida, per piacere, i miei figli.

Una lettera che certamente la Achmatova non chiese di distruggere, fu quella che inviò a Stalin chiedendo la liberazione del marito e del figlio, arrestati con l'accusa di aver partecipato ad associazioni antirivoluzionarie. Accusa gravissima, che poteva prevedere il carcere a vita o la pena di morte.

La lettera è questa:

1 novembre 1935
   Anna Achmatova – a Josif Stalin

  " Rispettabile Josif Vissarionovic!
   Conoscendo il suo interessato affetto per le culture del paese e in particolare per gli scrittori, mi permetto di rivolgermi a Voi con questa lettera. Il 23 ottobre a Leningrado sono stati arrestati dalla polizia segreta mio marito Nicolaij Nicolaevic (professore all’accademia dell’arte) e mio figlio Lev Nicolaevic Gumilev (studente all’università statale di Leningrado).

   Josif Vissiarionovic, io non so di cosa li accusano, ma do a voi la mia parola onesta che loro non sono fascisti, né spie, né partecipanti alle fondazioni controrivoluzionarie.
   Io abito nella URSS dall’inizio della Rivoluzione e non ho mai voluto lasciare il paese con il quale sono legata con la mente e con il cuore. Sebbene i miei versi non vengano pubblicati e i commenti dei critici mi diano tante amarezze, io non sono mai stata pessimista; in pesanti condizioni morali e materiali ho continuato a lavorare e ho già pubblicato un lavoro su Puskin, e il secondo sta per essere pubblicato. A Leningrado abito in modo molto riservato e spesso ho qualche problema fisico. L’arresto delle due uniche persone a me care mi ha recato una dura ferita che non riesco a sopportare.
   Io vi prego, Josif Vissarionovic, di tornarmi il marito e il figlio, sono sicura che di questo nessuno si pentirà.
Anna Achmatova

 

Il figlio di Anna sarà liberato nove anni dopo, il marito verrà fucilato.

feb
20

Moby Dick

2 Commenti, Pensieri, Video, by Max.

 

Chi impazzì dietro te non tornò mai più.
(Moby Dick, Banco del Mutuo Soccorso – 1983)

- Che cosa fate, marinai, quando vedete una balena?
- La segnaliamo!
- Bene! -, esclamò Akab con un accento di feroce approvazione. – E che cosa fate, dopo, marinai?
- Scendiamo nelle lance e la inseguiamo!
- E a quale grido remate, marinai?
- Balena morta o lancia sfondata!

 (Herman Melville, Moby Dick – 1851)

Moby Dick, di H. Melville – Incipit

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

La caccia non finisce mai.
(Moby Dick, Banco del Mutuo Soccorso – 1983)

 

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Il matrimonio, Dio, i figli, i parenti e il lavoro. Non ti rendi conto che qualsiasi idiota può vivere così e che la maggior parte lo fa?
(C. Bukowski, Barfly)

Cominciò per sbaglio.
Si era sotto Natale ed ero venuto a sapere dall'ubriacone che stava un po' più su, sulla collina, e che a Natale ci provava sempre, che avrebbero assunto più o meno chiunque, e così ci andai, e prima che potessi rendermi conto di quello che stava succedendo ero lì con la sacca di cuoio sulle spalle a girare tutto il giorno a piedi a girare in lungo e in largo. Che lavoro, pensai. Facile! Leggero! Ti danno solo un paio di isolati e se finivi prima il postino fisso ti dava un altro isolato, oppure tornavi in ufficio ed era il capo a dartene un altro, ma tu te la prendevi comoda e dovevi solo infilare quei cartoncini di auguri nelle cassette.
Fu più o meno al secondo giorno come postino natalizio straordinario che arrivò questo donnone che cominciò a venire in giro con me a consegnare le lettere. Dico donnone perché era grossa, nel senso che aveva il culo grosso, le tette grosse ed era grossa in tutti i punti giusti. Sembrava un po' matta ma io continuavo a guardarle le tette il culo e il resto e mi andava bene così.
Parlava e parlava e parlava. Poi venne fuori. Suo marito lavorava su un'isola, lontano, e lei si sentiva sola, capite, e viveva in una casetta in una stradina laterale.
- Quale casetta? -, chiesi. Lei scrisse l'indirizzo su un pezzo di carta.
- Anch'io mi sento solo – , dissi, – stasera vengo da te a fare quattro chiacchiere -.
Io avevo una donna, abitavamo insieme, ma lei non c'era quasi mai, era sempre da qualche altra parte, e anch'io mi sentivo molto solo. Soprattutto con quel culone che mi camminava a fianco.
- Va bene -, disse lei, – ci vediamo stasera -.
Non era male, davvero, era una bella scopata, ma come tutte le scopate dopo la terza e la quarta notte cominciai a perdere interesse e non ci tornai.
Ma non potevo fare a meno di pensare, Dio mio, questi postini non fanno altro che infilare le loro lettere nelle cassette e farsi scopare. Questo è il lavoro che fa per me, ooh, sì sì sì.

 

Charles Bukowski, Post Office – Incipit - 

 

 

 

 

Alla fine della prima decade del terzo millennio, il filmato qui sotto è qualcosa che vale la pena di guardare. Rappresenta l'Universo Conosciuto, o meglio sarebbe dire l'Universo che la scienza umana ad oggi riesce a rappresentare. E' stato realizzato dagli astrofisici del Museo Americano di Storia Naturale. Il filmato parte dalla cima dell'Himalaya, esce dalla nostra atmosfera e continua fino al punto più lontano nello spazio e nel tempo che rappresenta il nostro Orizzonte Cosmico. Se viaggiaste alla velocità della luce, per raggiungere l'Orizzonte Cosmico impieghereste  13,7 miliardi di anni.

Ma andiamo con ordine. Viaggiando alla velocità della luce, ecco i tempi che impieghereste per raggiungere i principali punti visibili nel filmato:

  • Luna: 1 secondo;
  • Confine del Sistema Solare: 1 ora;
  • Costellazione dello Zodiaco, Sole: 1 giorno;
  • Per vedere il sole come una qualunque stella nell'Universo: 1 anno;
  • Punto più lontano nell'Universo raggiunto dal primo segnale radio dell'umanità: 70 anni;
  • Il Confine della nostra Galassia: 100.000 anni;
  • Dopo 1 milione di anni, ogni puntino che vedete all'orizzonte non è una stella, è una Galassia;
  • Dopo 100 milioni di anni, vedreste tutte le Galassie che siamo riusciti a mappare;
  • A 5 miliardi di anni avete le Galassie mappate sulla destra e sulla sinistra, e nella parte alta e bassa del filmato c'è un pari spazio che non sappiamo cosa contenga;
  • A 13,7 miliardi di anni c'è una "luce" che si pensa possa essere il risultato di un Big Bang e la possibile nascita di un nuovo universo;
  • Siamo arrivati all'Orizzonte Cosmico.

La cosa incredibile è che in tutto il filmato non c'è un-solo-uomo. E' meraviglioso.

Buon anno a tutti!

 

 

 

 

 

Vignette di Stefano Disegni. Fonte: Voglio Scendere

 

     Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.

     Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi. Da una botola situata lassù, sto precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota.

     E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a sé stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno.

     Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle. Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra.

     Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere.

 

Il libro dell'inquietudine. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 
 


Numero 6:   Che cosa volete?
Numero 2:   Informazioni.
Numero 6:   Da che parte siete?
Numero 2:   Questo sarebbe dare informazioni. Noi le cerchiamo.
Numero 6:   Non ne avrete!
Numero 2:   In un modo o nell’altro, le avremo.
(Il Prigioniero, serie televisiva USA – 1967)

Butch:   Stai bene?
Wallace:   NO amico, mai stato così lontano dallo stare bene…
Marcellus Wallace, dopo essere stato sodomizzato da Zed – Pulp Fiction

 

Che succede se lo sceneggiatore di Pulp Fiction viene condannato ad un anno di carcere per guida in stato di ubriachezza nel 2009? Succede che il prigioniero numero 34 (come si autodefinisce) potrebbe trovare il modo di accedere ad internet, e postare su Twitter messaggi di 140 battute l'uno, descrivendo la vita nel carcere. E quando sei lo sceneggiatore di Pulp Fiction, le tue descrizioni suonano così:

  • I fiocchi d’avena della colazione arrivano in un grande sacco con l'immagine di un cavallo stampata sopra e la scritta «Non idoneo al consumo umano»;
  • Le lenzuola “pulite” puzzano del sudore di mille uomini e bisogna rimuovere i peli pubici altrui prima dell'uso;
  • L’architettura dell’edificio è un esempio imponente di Brutalismo. Il design delle finestre è concepito per non lasciar passare troppa luce all’interno;

E ancora: il 6 novembre descrive le perquisizioni corporali effettuate "in ogni cavità" da "un funzionario rotondo che osserva malizioso", e annunciate dalla guardia al detenuto con una frase di rito: "E' il tuo compleanno!". Ma il carcere offre anche opportunità educative, come le lezioni sul modo più veloce per rubare una macchina con un pezzo di fil di ferro.
Non è chiaro se il prigioniero numero 34 abbia accesso diretto al web grazie ai lavori socialmente utili che svolge durante il giorno, oppure se detti telefonicamente i Tweet ad un amico che poi li pubblica sul web. Quello che è certo, è che l'ultimo messaggio postato 8 ore fa, dice che Il numero 34 è stato trasferito in una struttura di maggior sicurezza per aver esercitato i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento. La verità che ha scoperto è troppo pericolosa.

 

Risorse utili: l'articolo sul sito del Corriere; l'account Twitter di Roger Avary

 

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Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo.
(Charles Dickens, Cantico di Natale – Incipit)

 

 

Oggi, mentre ero in coda nel traffico dopo aver saltato il pranzo per il ritardo di un cliente (non so se riuscite a immaginare una situazione peggiore di quella che ho appena descritto), ero completamente preso (posseduto) dalle maledizioni che stavo mandando: al cliente, al traffico, all'economia, al paese, a Berlusconi – in quest'ordine.

Allora la mia vocina mi ha detto: E se fossimo semplicemente all'inizio di un nuovo Medio Evo?
(Cioé?)

Il fatto è che noi siamo presi dalle cose per come le vediamo dal nostro minuscolo punto di osservazione, che si trova da qualche parte nel nostro Ego, e che spesso falsa l'analisi degli avvenimenti suggerendoci che noi siamo il centro del mondo. Se guardo le cose pensando di essere l'ombelico del mondo, è ovvio che mi ritrovo continuamente a chiedermi come mai allora spesso il mondo mi si rivolta contro. Viceversa, se cambio punto di osservazione e esco dal minuscolo e insignificante buchetto nell'universo costituito dalla mia coscienza individuale (nella quale in un sottobuchetto abita anche l'Ego), le cose hanno un colore diverso, e un significato più ampio. Diciamo che acquistano maggiore credibilità.

Allora torno al Medio Evo e all'epoca che stiamo vivendo. Noi veniamo da un periodo di enorme espansione dell'umanità, in tutti i campi: sociale, economico, politico, educativo. Sto parlando di un periodo di tempo che abbraccia circa 600 anni, dal 1400 al 2000. Si inizia nel '400 con il Rinascimento, per procedere con il Risorgimento, e arrivare al '700 con L'Illuminismo. La crescita procede nell'800 con la Rivoluzione Industriale (con qualche Stop & Go) per arrivare al '900 e all'avvento delle democrazie mondiali. Poi ancora Stop & Go con le due guerre, e poi il boom negli ultimi 60 anni: prosecuzione dell'Era Industriale, Era Tecnologica, Era dell'Informazione, sviluppo delle scienze sociali, maggiore consapevolezza del valore e della dignità dell'individuo, maggior benessere sociale. In tutto questo un piccolo neo: la parità dei diritti tra uomo e donna, ma niente è perfetto.

Siamo arrivati all'anno 2000, la festa è finita: nel 2001 questo enorme processo virtuoso sembra essersi piantato. Ha esitato un momento, e da un paio di anni sembra aver preso in picchiata la direzione verso il basso. Il 2001 è l'anno delle Torri Gemelle, la cui distruzione ha di fatto innescato l'inizio del possibile crollo dell'Impero Romano moderno: l'America. E il punto (mi dicevo oggi nel traffico) è esattamente questo: alla caduta dell'Impero Romano non seguì certo un periodo felice, almeno per l'occidente. Seguirono invece 400 anni di guerre intestine ed incertezze, che sfociarono nel Medio Evo, per poi approdare dopo ulteriori 400 anni al Rinascimento e ricongiungere il discorso che ho fatto fin qui. Ma attenzione: per ritrovare una strada virtuosa dopo il crollo del proprio punto di riferimento, l'umanità impiegò tra i 700 e gli 800 anni, passando nel frattempo in quello che fu il periodo più buio degli ultimi 2000 anni. Non so se mi state ascoltando dal vostro buchetto nell'Ego.

Dentro la mia macchina piantata nel traffico, realizzato questo, ho deciso che oggi (come faccio tutti gli anni in questo periodo) avrei scritto un post nel blog (questo post) per proporre la lettura del Cantico di Natale. Il periodo è quello giusto, e visto che vi ho appena prospettato 800 anni di disgrazie, per risarcirvi non mi resta che la fantasia. Il Cantico di Natale lo potete leggere a vostra figlia, alla vostra sorella minore, alla vostra amante (andrete all'inferno lo stesso), a vostro padre, a voi stessi, a chi vi pare. Cliccando qui potrete scaricare il PDF del romanzo tradotto in italiano. L'edizione è quella contenuta nel sito Liber Liber. Le illustrazioni all'inizio di questo post sono quelle disegnate da John Leech nel 1843, contenute nella prima edizione dell'opera.

Quest'anno c'è anche un altro appuntamento importante con Dickens: il 3 dicembre uscirà nei cinema il nuovo film in 3D prodotto dalla Disney, A Christmas Carol, con Jim Carrey nei panni di Scrooge. Il film è stato realizzato con la tecnica della performance capture, che consente di catturare le espressioni facciali di attori reali per poi applicarle a personaggi virtuali realizzati in computer grafica. E' la stessa tecnica utilizzata in Polar Express con Tom Hanks.

Il trailer del film: