Archivio per la Categoria ‘Pessoa’

 

     Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.

     Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi. Da una botola situata lassù, sto precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota.

     E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell’abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a sé stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro. Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno.

     Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle. Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra.

     Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere.

 

Il libro dell'inquietudine. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 
 

   Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti
rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere
non può in parola o in volto giammai trasmutarsi.
L’anima nostra è da noi immensamente lontana:
per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,
mostrando l’anime nostre con far da vetrinisti,
indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.

   Per quanto di noi si mostri continuiamo ignoti.
L’abisso tra le anime non può esser collegato
da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.
Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
quando al nostro pensiero dell’essere nostro parliamo.

   Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,
e l’un per l’altro resta il sogno dell’altrui sogno.

 

Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935  

 

 

Durante una battuta di caccia, Adone fu ucciso da un cinghiale inviato dal geloso Apollo con l'aiuto di Artemide. Dal sangue del giovane morente crebbero gli anemoni e da quello di Afrodite, ferita tra i rovi mentre era corsa a soccorrerlo, le rose rosse. Zeus commosso per il dolore di Afrodite, concesse ad Adone di vivere quattro mesi nel regno di Ade, quattro sulla Terra assieme alla sua amante e quattro dove preferiva lui.

Fonte: Wikipedia

 

Amo di Adone le rose dei giardini,
Quelle volucri rose, Lidia, amo,
Che sbocciano e sfioriscono
In uno stesso giorno.
Per esse è eterna luce, perché nascono
Quand'è già sorto il sole, e muoiono
Prima che Apollo lasci
Il suo visibil corso.
Così facciamo un giorno della vita,
Ignari, Lidia, volontariamente,
Che è notte prima e dopo
Il poco che duriamo.

Fernando Pessoa, Poesie di Ricardo Reis

Se almeno potessimo gridare per svegliarci! Sento gridare dentro di me, ma non conosco più il cammino dalla mia volontà fino alla mia gola. Sento la necessità feroce di avere paura che qualcuno possa bussare a quella porta. Perché non bussa nessuno?

Oh, quale orrore, quale segreto orrore separa in noi la voce dall’anima e le sensazioni dai pensieri, e ci fa parlare, sentire, pensare, quando tutto in noi domanda il silenzio? Chi è la seconda persona in questa stanza che stende il braccio e si interrompe ogni volta che stiamo per sentirla?

Il Marinaio. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 

Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell’identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera. Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso.
Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; per altri ancora, essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita.
Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?

Una sola moltitudine. Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 

 

Quale fonte – quale fonte segreta, ma tanto mia – mi si era seccata nell’anima?
(
Fernando Pessoa, L’educazione dello stoico)

 

Il conflitto che ci brucia l’anima, è il conflitto tra la necessità emotiva del credere e l’impossibilità intellettuale di credere. [...]

Cominciai allora a capire i grandi asceti, che riconoscono nell’anima la futilità della vita. Che sarebbe passato di me in queste carte scritte? Prima, io avrei detto "tutto"; oggi direi o "niente" o "poco", o "una cosa strana".
Ero divenuto oggettivo nei miei riguardi. Ma non potevo distinguere se con questo mi fossi trovato o mi fossi perduto.

Fernando Pessoa, L’educazione dello stoico – Einaudi editore

Sono, in gran parte, la prosa stessa che scrivo.
Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e, nella sfrenata disposizione delle immagini, come i bambini mi maschero da re con carta di giornale; oppure, ritmando una successione di parole, mi acconcio come i pazzi con fiori secchi che sono freschi solo nei miei sogni.

Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa, Lisbona 1888 – 1935 

Carpe Diem è una delle massime latine più ingannevoli di tutte. Tra l’altro nella versione popolare è troncata. Orazio continuava la frase con: quam minimum credula postero: confidando il meno possibile nel domani.

Il fatto è che neanche l’Oggi è molto affidabile. Ma soprattutto non è afferrabile: quindi che carpe? Non carpe niente.

Sull’inafferrabilità dell’attimo, sulla frustrazione che nasce dall’impossibilità di fermare le cose, il Faust di Pessoa e una poesia di Edgar Allan Poe esprimono lo stesso tipo di disperazione. L’uomo non riesce a rassegnarsi a questa disgrazia del tempo che passa. Orazio aveva proposto un rimedio inattuabile.

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Non leggo più; vorrei aprire un libro
e trovarvi esibita tutta la scienza…
Almeno poter credere che, se leggessi,
se per lunghe ore leggessi e leggessi,
mi resterebbe alla fine qualcosa
dell’essenziale del mondo, che salirei
per lo meno più vicino
al Mistero… E, anche senza raggiungerlo,
almeno lo avrei sfiorato…
Come un bambino che simula di salire
i gradini che ha dipinto per terra…
(Fernando Pessoa, Faust)

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Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica che non sbagli se pensi
che tutti furono un sogno i miei giorni;

   E, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’altro,
è forse per questo meno svanita?

   Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno.

   Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.

   Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita e ricadono nel mare!
Ed io piango-io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?

   O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall’onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno?
(Edgar Allan Poe, Un Sogno dentro a un Sogno)

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Appunti di Pessoa:

Il tentativo mancato del 4º atto è l’annientamento della Vita perché la rabbia della vendetta fallisce di fronte alla capacità di reazione della Vita, cadendo nell’Abitudine (i rivoltosi che riconoscono come loro signore il signore contro cui si rivoltano), nel Piacere Più Immediato e nell’Indifferenza per i grandi scopi, nonostante l’appello dell’istinto (il che è rappresentato dalla scena in cui gli innamorati sentono con indifferenza il tumulto della rivoluzione lontana).
Il 4º intermezzo deve essere il più freddo di tutti.
Infine, nel 5º atto, abbiamo la Morte, il fallimento finale dell’Intelligenza di fronte alla Vita. Mentre si scherza e si balla durante un giorno di festa, Faust, ignorato da tutti, agonizza. E il dramma si chiude con la canzone dello Spirito della Notte, riproponendo l’elemento della paura del Mistero che avvolge sia la Vita come l’Intelligenza (una canzone semplice e fredda).
Un altro modo di porre lo stesso problema o meglio, la stessa tesi, è il seguente:

1º atto: conflitto dell’Intelligenza con se stessa.
2º atto: conflitto dell’Intelligenza con altre Intelligenze.
3º atto: conflitto fra Intelligenza e Emozione.
4º atto: conflitto fra Intelligenza e Azione.
5º atto: sconfitta dell’Intelligenza.

Fernando Pessoa, Faust – Einaudi Editore

Pubblicherò in due post consecutivi gli appunti di Fernando Pessoa sulla "tragedia soggettiva" di Faust. Pessoa negli appunti riassume l’idea di fondo dell’Opera, tracciando la linea ideale di ognuno dei 5 atti.

Appunti di Pessoa:

Il dramma nel suo insieme rappresenta la lotta fra l’Intelligenza e la Vita, lotta in cui l’Intelligenza risulta sempre perdente. L’Intelligenza è rappresentata da Faust e la Vita in varie forme, a seconda delle circostanze postulate dal dramma.
Nel 1º atto la lotta consiste nel fatto che l’Intelligenza vuole capire la Vita, ma viene sconfitta, e capisce soltanto che non potrà mai capirla. Così questo atto è fatto tutto di disquisizioni intellettuali e astratte in cui il mistero del mondo (tema generale di tutta l’opera, visto che è il tema centrale dell’Intelligenza) viene ripetutamente trattato.
Il 1º intermezzo è la ripetizione in forma lirica delle conclusioni a cui il protagonista giunge nel 1º atto.

Nel 2º atto abbiamo l’Intelligenza che lotta nel tentativo di dirigere la Vita; questo tentativo fallisce ugualmente, anche se in modo diverso. La difficoltà consiste nel modo di rappresentare la Vita che l’Intelligenza tenta di dominare. La soluzione migliore è di rappresentare la Vita attraverso un discepolo o qualcosa di simile, sul quale le pretese volontà e imposizioni del Maestro (forse perché la sua sottilità e ambizione non vengono capite) non producono alcun effetto o producono una falsa impressione. Forse la cosa migliore in questo caso è di rappresentare la Vita qui attraverso tre discepoli o altri personaggi: uno, sul quale l’azione intellettuale è nulla, un altro dal quale l’azione intellettuale è accettata ma erroneamente, perversamente; e un terzo che istintivamente la combatte, anche grazie all’Intelligenza che in lui è un’arma, un mezzo, e uno strumento attraverso i quali l’istinto si può manifestare.
Il 2º intermezzo riassume la problematica umana posta dal 2º atto. Si tratta di un intermezzo lirico, come il primo. (Studiare il genere lirico che ispira essenzialmente questo intermezzo).

Il 3º atto concerne la lotta dell’Intelligenza per adattarsi alla Vita che, come è naturale, è rappresentata dall’amore, cioé da una figura femminile, Maria, che Faust tenta di sapere amare.

- Che fai?
- Tento di saper amare.
È nato morto ciò che volli essere.

Anche in questo caso la disfatta dell’Intelligenza è flagrante. L’atto si chiude con il Monologo della Notte, di speciale amarezza, perché l’incapacità di adattamento alla vita è più amara del fallimento nel comprenderla e nel dirigerla. Il fallimento nel comprenderla è infatti più orribile (per il mistero essenziale), mentre il fallimento nel dirigerla è più deludente (per la disparità fra i risultati, lo sforzo utilizzato e l’intenzione).

[segue]

Fernando Pessoa, Faust – Einaudi Editore