Archivio per la Categoria ‘Plath’

Storie sull’alter ego: due persone compiono la stessa azione, solo che una ne è arricchita, l’altra ne è impoverita e muore. Si tratta solo di diversi atteggiamenti mentali.

Quante ragazze sognano di sposarsi dopo il college: guardale venticinque anni dopo, con gli occhi rugiadosi ormai raggelati, lo stesso aspetto, nessuna crescita tranne le escrescenze esteriori, simili a conchiglie di paguro. Sta’ attenta.

Diari – Sylvia Plath, Massachussets 1935 – Londra 1963 

Per chi avesse voglia di approfondire la figura di Sylvia Plath, segnalo questo ottimo post (".. La poesia era il suo respiro…").

Dio, comincia a ricordare tutte le cose, tutte le piccole cose!
(Sylvia Plath, Diari)

Se viene l’inverno può la primavera…
(Sylvia Plath, Diari)


Le astrusità liriche di Auden risuonano misteriosamente nelle cavità circolari dell’orecchio e cominciano a sembrare neve. La cara neve grigia che conserva e cancella. Che attenua (in un candido merletto di eufemismi l’uno dietro l’altro) tutte le nere desolate spigolose non-angeliche ripugnanti brutture di questo accidenti di sterile relitto che è il mondo: germogli avvizziti, case di pietra rattrappite, morti in piedi semoventi tutto tutto tutto affonda sotto la grande, ingannevole ondata bianca. E ne esce trasformato. Perditi nel silente stordente reticolo cristallino coperto di neve ed escine pura, rivestita di quella candida verginità che non hai mai avuto. Dio, le allusive illusioni della canzone del freddo: Se viene l’inverno può la primavera… Siamo più vicini alla primavera di quanto lo fossimo in settembre, ho sentito cantare un uccellino nel buio dicembre, gennaio, febmarzo, aprilmaggio, aprilcocche, sotto il ramo.

E tu, sempre inoltre in aggiunta inevitabilmente e per sempre ci deve essere un Tu. Altrimenti non c’è l’Io, perché io sono il significato che la gente mi dà come essere, e non sarei nulla se non ci fossero gli altri.

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

.. e mia madre se ne andrà, e resta il terrore di non avere genitori, né persone più grandi e mature, pronte a consigliarmi e amarmi a questo mondo.
(Sylvia Plath, Diari)


[Nota: Questa è la terza di tre lettere indirizzate da Sylvia a R. Sassoon. Se vi interessa leggere le lettere precedenti, sono qui: prima lettera, seconda lettera]

Mi è anche capitato qualcosa di davvero terribile, iniziato due mesi fa e che non era necessario avvenisse, proprio come non era necessario che ti capitasse di scrivermi di non volermi incontrare a Parigi e che non saresti venuto in Italia con me. Quando sono tornata a Londra, sembrava che non ci fosse altro modo di far andare le cose e ora vivo in una specie di inferno presente e dio solo sa quali rituali di vita o amore potranno rammendare il danno nell’ordito. Sono stata attenta, tanto attenta, ma neanche questo è servito per non venire completamente abbandonata. Hai detto di avermi spiegato "brutalmente" che, tornato a Parigi, la tua vacanza sarebbe finita. Be’, anche la mia lo è, brutalmente, e anch’io sono esaurita, dopo aver dato a piene mani, quotidianamente, e il terrore e il veleno vengono dal superfluo inutile e ululante vuoto della tua assenza. La tua calligrafia è diventata così indomabile e tortuosa che neanche tutti i diavoli dell’inferno riuscirebbero a metterla a fuoco e trarne un significato.

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

Ti amo con tutto il cuore, l’anima e il corpo; nella tua debolezza e nella tua forza; e non mi era mai successo prima di amare un uomo anche nella sua debolezza. E se riuscirai ad accettare la debolezza che è in me, quella che mi ha fatto scrivere l’ultima lettera servile da cane accattone, e a riconoscere che quella lettera è opera della stessa donna che aveva scritto la prima, forte e fiduciosa, e ad amare quella donna nella sua interezza, capirai quanto ti amo.
(Sylvia Plath)


[Nota: Quella qui sotto è la seconda lettera scritta dalla Plath a Sassoon, quella che spedirà, scartando la prima che ho riportato in questo post. Prima del testo della lettera, riporterò una nota dal diario di Sylvia che spiega il motivo per cui decise di non spedire la prima lettera.]

6 marzo 1956, martedì pomeriggio. Sfondare le barriere; soffro moltissimo e un ulteriore guscio della ben circoscritta comprensione è infranto. A monte tutti i programmi chiari e definiti, e questo pomeriggio ho ricevuto una lettera dal mio Richard che ha mandato tutto all’aria tranne il mio improvviso guardarmi dentro e scoprire quel che temevo e lottavo per evitare di scoprire: amo quel maledetto ragazzo con tutto quel che c’è in me e non è poco. Peggio ancora, non posso smettere. [...]

Lo amo, l’ho amato e lo amerò fino all’inferno o in paradiso e ritorno. [...]
Così, via da questa ferita e dalla nausea, da questo folle desiderio di spendere tutto quel che ho per andare a Parigi e affrontarlo con calma, con tranquillità, convinta che la mia volontà e il mio amore possano sciogliere le porte: via da tutto questo, ribatto la lettera che avevo scritto in risposta alla sua, che magari non leggerà mai e alla quale probabilmente non risponderà, perché ha l’aria di volere una rottura netta e scrupolosa come il taglio di una ghigliottina.

Testo della seconda lettera:

«Stammi solo a sentire un’ultima volta. Perché sarà l’ultima e mi sta nascendo una forza terribile che è figlia tua quanto mia e allora il tuo stare a sentire la deve battezzare.
Il sole inonda la stanza mentre scrivo e ho passato il pomeriggio a comprare arance e formaggio e miele e a sentirmi molto felice dopo due settimane di forte malessere, perché ogni tanto riesco a vedere come dobbiamo vivere in questo mondo anche se la nostra vera anima non è tutta con noi. [...]
Ho sperato in una notte di terrore che un amore tanto irrevocabile non mi legasse a te per sempre. Ho lottato a lungo per liberarmi come dal peso di un nome che poteva essere un bambino o un tumore maligno; non lo sapevo. Lo temevo soltanto. Ma anche se ho girato piangendo (dio, se l’ho fatto) e sbattendo la testa contro i chiodi, pensando disperatamente che se fossi stata in fin di vita e avessi chiamato, tu saresti corso, ho scoperto quel che più temevo nella mia debolezza. Ho scoperto che neanche tu hai il potere di liberarmi o restituirmi l’anima; potresti possedere decine di amanti, di lingue e di paesi e io potrei continuare a scalciare; ancora non sarei libera. [...]

Io sono legata a te, indipendentemente dalla mia volontà (anche se quando ho permesso a me stessa di vivere per te non sapevo che sarei stata ferita, ferita, ferita per l’eternità), e forse adesso so, come non avrei mai saputo se tu mi avessi reso la vita facile e mi avessi concesso di viverti accanto (a qualsiasi condizione al mondo, basta che fosse con te) – adesso so quanto profondamente, paurosamente e totalmente ti amo, al di là dei compromessi, al di là delle riserve mentali che, fino ad oggi, ho nutrito nei tuoi confronti. [...]

Ti amo con tutto il cuore, l’anima e il corpo; nella tua debolezza e nella tua forza; e non mi era mai successo prima di amare un uomo anche nella sua debolezza. E se riuscirai ad accettare la debolezza che è in me, quella che mi ha fatto scrivere l’ultima lettera servile da cane accattone, e a riconoscere che quella lettera è opera della stessa donna che aveva scritto la prima, forte e fiduciosa, e ad amare quella donna nella sua interezza, capirai quanto ti amo. [...]

Ora che ho raggiunto l’improvvisa consapevolezza della mia condizione terribile ed eterna, devo essere certa che tu capisca sia questo sia perché allora come ora ho dovuto scriverti: se proprio non mi vuoi rispondere, mandami una cartolina in bianco, senza firma, qualcosa, qualunque cosa per farmi capire che non hai fatto a pezzi e dato fuoco alle mie parole prima di sapere che io sono migliore e peggiore di quel che pensavi. [...]

Comprensione. Amore. Due mondi. Sono talmente ingenua da amare la primavera e da pensare che il tuo negarla a entrambi sia sciocco e terribile, quando la sua magia è solo nostra. [...]
Certo, se venissi a Parigi in un caos, un turbine di accuse, o addirittura per rendere più difficile separarmi da te (il che è possibile, ma si può porvi rimedio) – avresti ben ragione di vietarmelo. Ma io voglio solo vederti, stare con te, passeggiare, camminare come credo riescano a fare le persone dopo la fase dell’amore … non fingerò di non voler starti accanto con passione, ma tempo e comprensione ci permettono ormai di essere gentilissimi e buoni l’uno con l’altra. Anche se quegli anni eterni incombono su di noi, perché ti rifiuti di vedermi ora?

Sono certa di potertelo chiedere, senza portarti a credere nell’esistenza di qualche morbo da eccesso di scrupolosità che faccia emergere le debolezze e renda le lettere contagiose. Te lo chiedo, come una donna che adesso si conosce. E se avrai il coraggio di guardarti dentro, mi risponderai. Io verrò e rispetterò i tuoi desideri; ma vorrei sapere anche il perché di questi desideri. Oh, non farlo, non creare una stasi artificiale e indistruttibile; piegati, spezzati e torna a crescere, come ho fatto io solo oggi.»

Nota nel diario di Sylvia successiva alla lettera qui sopra:
Così ho fatto io e non riesco a fermare il pianto, quel diluvio di lacrime catartiche che speranzose gettano l’amo alla vita anche se il mio amore, dall’altra parte di quel maledetto canale, mi dice di non andare. Perché, perché?…

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

Cuore mio, non hai forse giudizio per disperarti tanto?
Amore mio, amore mio, amore mio, perché mi hai lasciato solo?
(James Joyce)


[Nota: Quella qui sotto è una lettera di Sylvia Plath a Richard Sassoon. Questa lettera non è mai stata spedita: la Plath l'ha riscritta e sostituita con un'altra lettera che pubblicherò nel prossimo post.]

1° marzo 1956, giovedì. In qualche modo è già marzo, è molto tardi e fuori un gran vento caldo soffia così forte che gli alberi e le nuvole sono lacerati e le stelle guizzano. E’ da oggi pomeriggio che plano su questo vento e al ritorno, stasera, con la stufa a gas che si lamenta come la voce di una fenice e dopo aver letto Verlaine, maledetta dai suoi versi, ed essere appena tornata dopo i film di Cocteau La Belle et la Bête e Orphée, riesci a capire che devo smettere di scrivere lettere a un morto e buttarne giù una che tu possa strappare o leggere o commiserare. [...]
Solo nei tuoi occhi i venti arrivavano da altri pianeti e mi trafigge a fondo quando mi parli attraverso ogni parola del francese, ogni singola parola che cerco sanguinante sul dizionario.

Pensavo che la tua lettera fosse tutto quanto potessi desiderare; mi hai offerto la tua immagine e io l’ho trasformata in racconti e poesie; ne ho parlato a tutti per un po’, raccontando che si trattava di una statua di bronzo, un fanciullo di bronzo con un delfino, che si teneva in equilibrio d’inverno nei nostri giardini con la neve sulla faccia, che io ripulivo la notte quando andavo a trovarlo.
Ho fatto indossare diverse maschere alla tua immagine e abbiamo giocato insieme ogni notte e nei miei sogni. Ho preso la tua maschera e l’ho messa su altre facce che sembrava potessero conoscerti quando avevo bevuto. [...]

Bisogna che tu faccia ancora questa cosa per me. Distruggi la tua immagine, e strappamela via di dosso. Bisogna che tu mi dica con parole molto precise e concrete che non sei disponibile, che non mi vuoi da te a Parigi tra qualche settimana e che io non ti devo chiedere di venire in Italia con me o di salvarmi dalla morte. Penso che potrò vivere in questo mondo per il tempo che mi tocca e imparerò lentamente a non piangere la notte, se solo tu farai quest’ultima cosa per me. Per favore, scrivimi una sola, semplice frase definitiva, del genere che una donna possa capire; uccidi la tua immagine e la speranza e l’amore che le offro, che mi tengono congelata nel paese dei morti di bronzo, perché è sempre più faticoso liberarmi di quel tiranno astratto che si chiama Richard che, in quanto astratto, è molto più di quel che è nel mondo reale… Perché devi restituirmi l’anima; senza di lei sto uccidendo la carne.

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

Serata tremenda. È stato tutto l’insieme. La commedia Good-bye My Fancy, io che, un po’ puerilmente, volevo fare la corrispondente di guerra come la protagonista ed essere amata da un uomo che mi ammirasse e capisse quanto io capivo me stessa. E poi Jack, che si sforzava di essere gentile e si è offeso quando gli ho detto che voleva solo provarci. Poi ancora la cena al circolo, col solito sfoggio di quattrini. E infine il disco… quello così perfetto per ballare. Me lo ero dimenticato finché Louis Armstrong non ha cominciato a cantare con la sua voce resa roca dal rimpianto… Jack ha detto: "L’hai mai sentita?", così ho sorriso. "Sì, certo". L’avevo sentita con Bob. È bastato questo… un disco assurdo, le nostre interminabili chiacchiere, lui che mi ascoltava, mi capiva. E mi sono resa conto di volergli bene.
Oggi è il primo di agosto. Si soffoca, è umido, piove. Sono tentata di scrivere una poesia. Ma mi viene in mente la frase che ho letto su uno di quegli stampati con cui respingono i manoscritti: Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate "Pioggia".

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

La ricerca del compagno, tutto questo valutare, questo procedere per tentativi, è un gioco che comporta troppa sofferenza. All’improvviso ti rendi conto di aver dimenticato che si tratta di un gioco e scappi via piangendo.
(Sylvia Plath, Diari)


Stasera sono brutta. Ho perso ogni fiducia nella mia capacità di attirare i maschi, e nell’animale femmina questa è una malattia alquanto patetica. Ho una vita sociale pressoché nulla. L’unico legame con le uscite del sabato sera se n’è andato e non me n’è rimasto nessuno. Assolutamente nessuno. Non c’è un ragazzo che mi interessi e ovviamente il sentimento è reciproco. Cos’è che attira gli altri? L’anno scorso erano in parecchi a volermi, per molti motivi. Ero sicura del mio aspetto, sicura del mio magnetismo, e il mio ego era soddisfatto. Adesso, dopo tre appuntamenti al buio – due… si sono rivelati un fiasco totale e anche il terzo si è afflosciato – mi chiedo come ho potuto mai pensare di essere appetibile. Ma nel mio intimo lo so. Ero sempre piena di brio e sicura di me. Non cambiavo umore, non ero noiosa o compunta. Ora capisco quello che voleva dire la protagonista di Celia Amberley, quando diceva: "Se mi bacia, vuol dire che andrà tutto bene. Sarò ancora attraente". Prima di tutto ho bisogno di un ragazzo, un ragazzo qualsiasi, che sia affascinato dal mio aspetto – uno come Emile. Poi ne cercherò uno autentico, che mi vada bene, all’istante. Fino ad allora sono perduta. A volte penso di essere pazza.

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

   E adesso si è fatto tardi, tardi. E mi prende il solito panico da inizio settimana, perché non riesco a leggere e a pensare abbastanza da soddisfare i miei piccoli obblighi accademici, e non ho più scritto niente dopo il racconto di Vence (che "The New Yorker" rifiuterà insieme alle poesie e, anche se lo affermo coraggiosamente, spero di mentire, perché nel racconto c’è il mio amore per Richard, e un pizzico del mio ingegno, che vorrei vedere raggelato in caratteri di stampa e non rifiutato: guarda che cosa pericolosa, ricomincio a identificarmi troppo con i rifiuti!).
   Ma come faccio ad andare avanti in silenzio, senza un’anima a cui raccontare tutto, che non sia in qualche modo drasticamente coinvolta, o interessata al punto di gioire per la mia infelicità. Voglio gridare a Richard, a tutti gli amici a casa, di venire a salvarmi. Dalla mia insicurezza, che devo combattere da sola. Finendo il prossimo anno qui, godendomi l’ansia di leggere e pensare, mentre alle mie spalle c’è sempre il tic tac che mi deride: Una Vita Sta Passando. La Mia Vita.

   Proprio così. E io spreco la giovinezza e i giorni di splendore su un terreno sterile. Quanto ho pianto quella notte che volevo andare a letto e non c’era nessuno, solo i miei sogni di Natale e l’ultimo anno con Richard, che ho tanto amato. E mi sono bevuta tutto lo sherry, scadente, e ho spaccato un po’ di noci, che dentro erano tutte aspre e rinsecchite, e il mondo materiale e inerte mi prendeva in giro. Domani? Continuerò a rappezzare maschere, inventando scuse per aver letto solo la metà di quello che volevo.
   Eppure, una vita sta passando.

Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963 

set
17

Diari

Nessun Commento, Pensieri, Plath, by Max.

Se soltanto sapessi cosa chiedere alla vita – Diari, Sylvia Plath

  
   Com’è complesso e intricato il funzionamento del sistema nervoso! Lo squillo elettrico del telefono trasmette un formicolio di aspettativa alle pareti uterine; il suono della sua voce attraverso il filo, aspro, impudente, intimo, mi fa contrarre l’intestino. Se nelle canzonette si sostituisse la parola "amore" con "desiderio", ci si avvicinerebbe molto di più alla verità… Eddie, ho pensato. Quale ironia. Sei un sogno: spero di non incontrarti mai. Ma il tuo braccialetto è il simbolo del mio sangue freddo… la mia scissione della sera. Ti amo perché tu sei me… quello che scrivo, il mio desiderio di vivere molte vite. Nel mio piccolo sarò un piccolo dio. Sulla scrivania, a casa, c’è il racconto più bello che io abbia mai scritto. Come posso dire a Bob che la mia felicità scaturisce dall’essermi separata da una parte della mia vita, una parte di dolore e bellezza, per trasformarla in parole scritte a macchina su un foglio? Come può sapere, lui, che io giustifico la mia vita, le mie forti emozioni, le mie sensazioni, trasferendole sulla carta stampata?


Diari (Adelphi – 2004). Sylvia Plath, Massachussets 1932 – Londra 1963