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Carpe Diem è una delle massime latine più ingannevoli di tutte. Tra l’altro nella versione popolare è troncata. Orazio continuava la frase con: quam minimum credula postero: confidando il meno possibile nel domani.

Il fatto è che neanche l’Oggi è molto affidabile. Ma soprattutto non è afferrabile: quindi che carpe? Non carpe niente.

Sull’inafferrabilità dell’attimo, sulla frustrazione che nasce dall’impossibilità di fermare le cose, il Faust di Pessoa e una poesia di Edgar Allan Poe esprimono lo stesso tipo di disperazione. L’uomo non riesce a rassegnarsi a questa disgrazia del tempo che passa. Orazio aveva proposto un rimedio inattuabile.

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Non leggo più; vorrei aprire un libro
e trovarvi esibita tutta la scienza…
Almeno poter credere che, se leggessi,
se per lunghe ore leggessi e leggessi,
mi resterebbe alla fine qualcosa
dell’essenziale del mondo, che salirei
per lo meno più vicino
al Mistero… E, anche senza raggiungerlo,
almeno lo avrei sfiorato…
Come un bambino che simula di salire
i gradini che ha dipinto per terra…
(Fernando Pessoa, Faust)

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Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica che non sbagli se pensi
che tutti furono un sogno i miei giorni;

   E, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’altro,
è forse per questo meno svanita?

   Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno.

   Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.

   Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita e ricadono nel mare!
Ed io piango-io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?

   O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall’onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno?
(Edgar Allan Poe, Un Sogno dentro a un Sogno)

Mi pareva di essere vicino a capire, senza riuscire però a capire,
come capita di essere vicini a ricordare e non riuscire a ricordare.
(Edgar Allan Poe)


"Siano queste parole d’addio!" alzandomi gridai
"Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta!
E non lasciare una sola piuma in segno
Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta".

Disse il Corvo: "Mai più".

E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento
Non si solleverà "Mai più" – mai più.

Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849 

Non c’è in natura una passione più diabolicamente impaziente di quella di colui che, tremando sull’orlo di un precipizio, medita di gettarvisi.
(Edgar Allan Poe – Il genio della perversione)

Il giorno più felice, l’ora più felice
questo mio inaridito cuore ha già conosciuto;
ogni più alta speranza di trionfo e d’orgoglio
sento ch’è fuggita via.

Trionfo? Oh sì, così fantasticavo;
ma da gran tempo svanirono ormai
le visioni di quel mio giovanile tempo;
e sia pur così.

E quanto a te, orgoglio, che dirti?
Erediti pure un’altra fonte
quel veleno che approntasti per me.
Ora acquietati, o mio spirito.

Il giorno più felice, l’ora più felice,
che quest’occhi avrebbero visto, hanno già visto,
il rifulgente sguardo di trionfo e d’orgoglio
sento che è spento ormai.

Ma mi fosse pur riofferta quella speranza
di trionfo e d’orgoglio, e con la pena
che allora avvertivo, quella fulgente ora
io non vorrei riviverla:

giacché oscure scorie erano su quelle ali
e, al loro agitarsi, una maligna essenza
ne pioveva, fatale per un’anima
che già l’ha conosciuta.

Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849 

gen
7

Il corvo

Nessun Commento, Poe, Poesie, by Max.

   Una tetra mezzanotte meditavo fiacco e stanco
Sopra antichi e rari tomi d’obliata sapienza;
Sonnecchiavo, già quasi dormivo, quando a un tratto udii battere piano,
Come alcuno sommesso picchiasse, picchiasse sommesso alla porta.
"E’ una visita", mi dissi, "che picchia così alla mia porta
Solo questo e nulla più".

   Ah, chiaramente ricordo, fu nel livido dicembre,
E ogni singola brage morente inscriveva il suo spettro all’intorno.
Ansioso attendevo il mattino; invano avevo cercato
Nei libri una tregua al dolore, al dolore per la morta Eleonora,
Per la fulgida e rara fanciulla che tra gli angeli ha nome Eleonora,
E nome tra noi non ha più.

   E il serico e triste e vago fruscìo d’ogni singola tenda viola
Mi turbava, mi riempiva di terrori mai provati;
E per placare il mio cuore m’alzai ripetendo:
"E’ una visita che chiede d’entrare così alla mia porta,
Una visita attardata che chiede d’entrare così alla mia porta;
Certo è questo e nulla più".

   In breve mi detti coraggio; e senza più a lungo esitare:
"Signore", dissi, "o signora, vi chiedo umilmente perdono;
In verità sonnecchiavo, e tanto sommesso picchiaste
E tanto leggero picchiaste, picchiaste leggero alla porta,
Che quasi credetti a un errore", e tutta dischiusi la porta:
Tenebra fonda e non più.

   Quella tenebra fonda scrutando, a lungo perplesso ristetti, tremando,
Incerto ristetti sognando sogni non mai sognati da mortale;
Ma il silenzio era intatto, e l’aria immota non dava segno nessuno,
E una sola parola fu detta, la lieve parola: "Eleonora!"
Ch’io mormorai lieve, e un’eco ripeté piano: "Eleonora!"
Questo soltanto e non più.

   Tornato che fui nella stanza con l’anima dentro infiammata
Picchiare udii in breve di nuovo, alquanto più forte di prima.
"Per certo," io mi dissi, "per certo, questa volta è alla finestra;
Guardiamo dunque là fuori, e questo mistero indaghiamo,
Il mio cuore si calmi un momento, e questo mistero indaghiamo;
Certo è il vento e nulla più".

   Aprii la finestra, e all’istante, con grande fruscìo e sbattere d’ali,
Venne avanti un Corvo austero dei pii giorni del passato;
Non fece il più piccolo inchino, non si fermò né ristette;
Ma, con l’aria d’un magnate o d’una dama, si posò sulla mia porta.
Si posò sopra un busto di Pallade, alto sopra la mia porta,
Lassù si posò e nulla più.

   Poi quell’uccello d’ebano inducendo i miei tristi pensieri al sorriso,
Con il grave e compunto decoro del contegno che si dava:
"Pur se la tua cresta è tronca e rasa, tu non sei," dissi, "certo, da poco,
Lugubre Corvo antico e tetro, qui giunto dalle rive della Notte,
Dimmi qual nome regale tu porti sulle plutonie rive della Notte!".
Il Corvo rispose: "Mai più".

   Molto stupii di sentire quel goffo animale parlare con tanta chiarezza
Per quanto la risposta poco senso, poca attinenza mostrasse;
Poiché ognuno è per certo d’accordo che non mai creatura umana
Ebbe il dono di vedere un animale alto sopra la sua porta,
Bestia o uccello in cima al busto alto sopra la sua porta,
Con un nome siffatto: "Mai più".

   Ma l’uccello, solo in cima al placido busto, non altro
Disse che quell’unica parola, come in essa tutta l’anima egli aprisse;
Non fece udire altro suono, non mosse una piuma,
Ma quando, più che dire, io mormorai: "Altri amici hanno già preso il volo,
Fuggirà domattina anche questo, come le mie speranze han preso il volo",
L’uccello disse: "Mai più".

   Stupito di sentire nel silenzio parole di tanta giustezza,
"Senza dubbio", mi dissi, "ripete le sole parole che sa,
Apprese da un qualche padrone infelice cui la Sventura crudele
Seguì sempre più dappresso, fin che tutti i suoi canti un ritornello,
Fin che i rintocchi della sua Speranza ebbero quel solo ritornello
Funereo: ‘Mai più’".

   Ma il Corvo la mia fantasia ancora inducendo al sorriso,
Sospinsi una molle poltrona di fronte all’uccello e al busto e alla porta;
Poi, affondando nel velluto, mi detti insieme a legare
Idea con idea, meditando che cosa quel lugubre uccello d’un tempo,
Che cosa quell’orrido e goffo, quel lugubre e tristo e spettrale uccello d’un tempo
Intendesse gracchiando: "Mai più".

   A questo pensando io sedevo, pur senza rivolgere sillaba
All’uccello i cui occhi di fiamma bruciavano ora il mio cuore;
Questo e altro fantasticavo, posando la testa a bell’agio
Sul cuscino ricoperto di velluto che la lampada arrossava,
Ed ella non premerà più.

   L’aria mi parve allora farsi più greve, profumata da un occulto incensiere
Da Serafini agitato il cui passo tinniva sul molle tappeto.
"Miserabile", dissi, "Iddio ti porge, per questi angeli ti invia
Un nepente, un nepente a sollievo dei ricordi di Eleonora!
Bevi, oh bevi, il buon nepente, e dimentica la morta Eleonora!".
Il Corvo disse: "Mai più".

   "Profeta" dissi, "mostro infernale, dèmone o uccello, pur sempre profeta!
Ti mandi il Maligno o qui a riva t’abbia spinto la bufera,
Desolato ma intrepido ancora su questa nuda terra incantata,
Su questa casa oppressa dall’orrore, dimmi, dimmi, ti scongiuro
C’è un balsamo, un balsamo in Galaad? Dimmi, dimmi, ti scongiuro!".
Il Corvo rispose: "Mai più".

   "Profeta" dissi, "mostro infernale, dèmone o uccello, pur sempre profeta!
Per il Cielo che s’inarca su di noi, per il Dio che entrambi adoriamo,
Dì a quest’anima colma di pianto se mai nell’Eden lontano
Potrà stringere a sé una santa fanciulla che tra gli angeli ha nome Eleonora,
Potrà stringere a sé una fulgida e rara fanciulla che tra gli angeli ha nome Eleonora".
Il Corvo rispose: "Mai più".

   "Sia questo", gridai, balzando in piedi, "dèmone o uccello, l’addio!
Va’, ritorna alla bufera, alla plutonia riva della Notte!
Non lasciare piuma nera a ricordo della menzogna che hai detto!
Non spezzare la mia solitudine, via dal busto ch’è sopra la mia porta!
Togli il becco dal mio cuore, la tua forma di sopra la mia porta!".
Il Corvo disse: "Mai più".

   E il Corvo, senza muovere una piuma, posa ancora, posa ancora
Sul pallido busto di Pallade alto sopra la mia porta;
E i suoi occhi sembran quelli d’un demonio in preda ai sogni,
E la luce che l’inonda ne riflette l’ombra in terra;
E l’anima mia da quell’ombra che fluttua distesa per terra
Non si leverà, mai più!


Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849
 

 

gen
25

Un sogno

Nessun Commento, Poe, Poesie, by Max.

   In visioni di notturna tenebra
spesso ho sognato di svanite gioie
mentre un sogno, da sveglio, di vita e di luce
m’ha lasciato col cuore implacato.

   Ah, che cosa non è sogno in chiaro giorno
per colui il cui sguardo si posa
su quanto a lui è d’intorno con un raggio
che, a ritroso, si volge al tempo che non è più?

   Quel sogno beato – quel sogno beato,
mentre il mondo intero m’era avverso,
m’ha rallegrato come un raggio cortese
che sa guidare un animo scontroso.

   E benché quella luce in tempestose notti
così tremolasse di lontano
che mai può aversi di più splendente e puro
nella diurna stella del Vero? 


Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849 

 

lug
26

A…

Nessun Commento, Poe, Poesie, by Max.

   Non molto tempo fa, il sottoscritto
delirando d’intellettualità,
sosteneva nel suo folle orgoglio
il potere delle parole, e negava
che mai potesse nascere un pensiero
nel cervello al di là dell’espressione
dell’umana lingua.

   E invece, adesso,
come per beffarsi di quel vanto,
due parole, due teneri bisillabi
stranieri, italiani, fatti solo
per essere sussurrati dagli angeli
sognanti nella lunare rugiada
che sta sospesa sul colle di Hermon
simile ad una perlacea catena,
han tratto dagli abissi del suo cuore
impensati pensieri, anime di pensiero,
visioni più esaltanti, più ricche, più divine
di quelle che Israfel, l’angelo arpista,
che ha la voce più dolce fra tutte le creature
potrebbe mai esprimere. Ed io!…

   Non son più magiche le mie parole.
Cade la penna, inutile, dalla mano tremante.
Con il tuo caro nome come tema,
benché da te invitato, non riesco
a scrivere, non so che cosa dire,
non riesco più a pensare né a sentire.

   Perché non è sentire il mio restare
immobile sulla soglia dorata
della porta spalancata dei sogni,
a guardare estasiato la magnifica vista,
tremando nel vedere sulla destra,
sulla sinistra, e per tutto lo spazio,
tra vapori e purpurei, lontano
fin dove si perde lo sguardo,
‘te sola’.


Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849 

 

   Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica che non sbagli se pensi
che tutti furono un sogno i miei giorni;

   E, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’altro,
è forse per questo meno svanita?

   Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno.

   Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.

   Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita e ricadono nel mare!
Ed io piango-io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?

   O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall’onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro a un sogno?


Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849 

 

giu
22

Silenzio

2 Commenti, Poe, Poesie, by Max.

   Vi sono qualità – incorporee essenze,
cui è data come una duplice vita, che è poi
doppia entità che sempre scocca da materia
e luce, in solida forma e in ombra.

   Vi è un silenzio che è duplice – mare e riva -
corpo anima. Abita l’Uno in solitari luoghi,
ricoperti d’erba recente: qualche solenne grazia,
umane memorie e una lacrimata sapienza
gli han tolto ogni terrore. Il suo nome è Mai Più.

   E’ quello il silenzio corporeo: non devi paventarlo!
Non ha potere in sé stesso di nuocere.
Ma se mai un incalzante fato (intempestiva
sorte!) ti portasse a incontrar la sua ombra,

   (un elfo è, senza nome e frequenta solinghe plaghe,
mai calpestate dal piede di un uomo),

   oh, allora, raccomandati a Dio!

 

Moreau, Cavaliere scozzese. 1852 – 1854
Parigi, Musée Gustave Moreau

Edgar Allan Poe, Boston 1809 – Baltimore 1849