Archive for the ‘Rimbaud’ Category

dicembre 14th, 2006

Ofelia

3 Commenti, Poesie, Rimbaud, by Max.

I
Sull’onda calma e nera dove dormono le stelle
La bianca Ofelia ondeggia come un grande giglio,
Ondeggia molto piano, stesa nei suoi lunghi veli…
Si sentono dai boschi lontani grida di caccia.
Sono più di mille anni che la triste Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
Mormora una romanza alla brezza della sera.
Il vento le bacia il seno e distende a corolla
I suoi grandi veli, teneramente cullati dalle acque;
I salici fruscianti piangono sulla sua spalla,
Sulla sua grande fronte sognante s’inclinano i fuscelli.
Le ninfee sfiorate le sospirano attorno;
A volte lei risveglia, in un ontano che dorme,
Un nido da cui sfugge un piccolo fremer d’ali:
Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II
O pallida Ofelia! Bella come la neve!
Tu moristi bambina, rapita da un fiume!
I venti piombati dai grandi monti di Norvegia
Ti avevano parlato dell’aspra libertà;
E un soffio, torcendoti la gran capigliatura,
Al tuo animo sognante portava strani fruscii;
Il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
Nei gemiti dell’albero e nei sospiri della notte;
L’urlo dei mari folli, immenso rantolo,
Frantumava il tuo seno fanciullo, troppo dolce e umano;
E un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,
Un povero pazzo, si sedette muto ai tuoi ginocchi.
Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!
Ti scioglievi per lui come la neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavan le parole
E il terribile Infinito sconvolse il tuo sguardo azzurro!

III
E il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,
La bianca Ofelia come un gran giglio ondeggiare.


Jean Arthur Rimbaud, Charleville 1854 – Marsiglia 1891 

 

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settembre 10th, 2005

Una stagione all’inferno

2 Commenti, Poesie, Rimbaud, by Max.

   Un tempo, se mi ricordo bene, la mia vita
era un festino in cui
tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano.
Una sera ho preso la bellezza
sulle mie ginocchia. – E l’ho
trovata amara. -

   E l’ho ingiuriata.
Mi sono armato contro la giustizia.
Sono fuggito. O streghe, o miseria, o odio,
a voi è stato affidato il mio tesoro!
Riuscii a far svanire nel mio spirito
tutta la speranza umana.

   Su ogni gioia
per soffocarla ho fatto il balzo
sordo della bestia feroce.
Ho invocato i carnefici, per addentare, morendo,
il calcio dei loro fucili. Ho invocato i flagelli
per soffocarmi con la sabbia, il sangue.

   La sventura è stata il mio Dio.
Mi sono disteso nel fango.
Mi sono asciugato al vento del delitto.
E ho giocato brutti scherzi alla follia.
E la primavera mi ha portato
l’orribile risata dell’idiota.

   Ora, proprio di recente,
sul punto di fare l’ultimo crac!
ho pensato di ricercare la chiave
del festino antico,
dove avrei forse ritrovato l’appetito.

Jean Arthur Rimbaud, Charleville 1854 – Marsiglia 1891  

 

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