Archivio per la Categoria ‘Voltaire’

Se avete tempo, voglia e una certa passione per il pensiero lucido, vi consiglio il Dizionario Filosofico di Voltaire. Se vi interessa qualche anticipazione, con una ricerca nel mio blog troverete diverse voci tratte dal Dizionario.

  • Basta un talento assai mediocre e un po’ di fortuna per essere un buon ministro anche in una repubblica. Ma in un impero dispotico basta il favore del padrone. Di lontano si può nutrire grande considerazione per i favoriti, ma da vicino essi sono uomini molto comuni.
  • Se i preti si fossero accontentati di dire: «Adorate Dio e siate giusti», non ci sarebbero mai stati né increduli né guerre di religione.
  • Perché gli italiani sono filosofi così scadenti e politici così sottili? Non sarà forse perché in politica, che è l’arte dell’inganno, le menti limitate riescono meglio?
  • I calunniatori sono come il fuoco che annerisce il legno verde non potendo bruciarlo.
  • Temo che il matrimonio sia uno dei sette peccati capitali anziché uno dei sette sacramenti.
  • È una superstizione della mente umana l’aver immaginato che la verginità possa essere una virtù.
  • Il più modesto impiegato avrebbe potuto, in affari, imbrogliare Corneille e Newton: e i politici hanno il coraggio di credersi dei grandi geni!

Voltaire, Parigi 1694 – 1778 
 

Voltaire, sul libero arbitrio: Sarebbe strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a delle leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi, potesse agire sempre come gli piace solo secondo il suo capriccio.
(Voltaire)


Che cos’è la tolleranza? È l’appannaggio dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge della natura.
Traffichino pure insieme alla borsa di Amsterdam, di Londra, o di Surat, o di Bassora, il ghebro, il baniano, l’ebreo, il maomettano, il cinese, il bramino, il cristiano greco, il cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero: non alzeranno mai il pugnale gli uni sugli altri per guadagnare anime alla loro religione. Perché allora ci siamo scannati senza interruzione dal primo concilio di Nicea?

(Nota: Per approfondimenti sul Concilio di Nicea, qui c’è la voce Concili del Dizionario filosofico di Voltaire)

Tolleranza, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

Non è il momento di farsi nuovi nemici.
(Voltaire nel letto di morte, esortato da un prete a rinunciare al diavolo e tornare a Dio)


  • Ho interrogato la mia ragione; le ho domandato che cosa essa sia: questa domanda l’ha sempre confusa. (da Il filosofo ignorante)
  • Chi sei? Da dove vieni? Che fai? Che diverrai? Sono domande che si devono porre a tutte le creature dell’universo, a cui però nessuna risponde. (da Il filosofo ignorante)
  • Bisogna aver rinunciato al buon senso per non convenire che non conosciamo nulla se non attraverso l’esperienza. (da Il filosofo ignorante)
  • Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle. (da Lettere filosofiche, 1734)
  • Entrate nella Borsa di Londra […] Lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta. (da Lettere filosofiche, 1734)
  • Alla fine di quasi tutti i capitoli di metafisica dobbiamo mettere le due iniziali dei giudici romani quando non erano capaci di sbrogliare una causa. N.L., non liquet, non è chiaro. (dal Dizionario filosofico)
  • Schiacciate l’infame! (da Lettere filosofiche, 1734)


Voltaire, Parigi 1694 – 1778
 

   Ci sono persone cui riservo una venerazione assoluta, un amore incondizionato (come ogni amore è incondizionato), un’ammirazione e un rispetto senza pari. Quasi tutte queste persone sono morte. Molte di queste sono citate in questo blog, altre le aggiungerò con il tempo, altre ancora non ci entreranno mai. Qualcuna di queste è viva, una di queste ha dormito con me.
Uno mi è stato padre.

   Il 21 novembre 1694 nasce a Parigi una di queste persone: François-Marie Arouet, alias Voltaire. A dieci anni François-Marie entra nel collegio dei gesuiti. In seguito viene affidato all’abate di Chateauneuf, suo padrino, che lo introduce nel circolo dei giovani “Liberi pensatori”. Nel 1716, a 22 anni, François-Marie si procura il suo primo esilio per due scritti sul duca d’Orleans, e nel 1717 viene imprigionato per aver composto una satira ingiuriosa sul regno di Luigi XIV; durante gli 11 mesi di prigionia porta a termine la tragedia Edipo, che avrà grande successo. Nel 1723 adotterà lo pseudonimo di Voltaire e con l’investimento oculato dell’eredità paterna saprà assicurarsi una notevole ricchezza.
   Nel 1726 Voltaire viene rinchiuso nuovamente nella Bastiglia, per contrasti col cavaliere di Rohan, ma nel maggio dello stesso anno si trasferisce in esilio volontario in Inghilterra, dove resterà per tre anni. Nel 1729 ottiene di poter tornare a Parigi dove scriverà diverse opere negli anni a venire: La Storia di Carlo XII, Bruto, Zaira, La morte di Cesare e Le Lettere Filosofiche. Le Lettere Filosofiche furono pubblicate in Olanda nel 1734 e diffuse clandestinamente in Francia, con enorme successo. In queste 25 lettere Voltaire contrappone la libertà che in Inghilterra si esplicava in tutte le sue forme, all’assolutismo e il dogmatismo vigenti in Francia. Le Lettere verranno immediatamente condannate in Francia, e Voltaire sarà costretto a un nuovo esilio.

   Nel 1744 Voltaire rientra a Parigi e riacquista il favore della Corte, tanto che nel 1746 entra all’Accademia ed è nominato storiografo del Re. Nel 1747 però è di nuovo in disgrazia e di nuovo in esilio. Nel 1749 parte per Berlino, dove Federico II di Prussia gli offre un posto di ciambellano. Il periodo prussiano, iniziato con grandi onori e finito con un arresto, dura solo tre anni. Abbandonata Berlino per l’Alsazia e poi per Lione, Voltaire si stabilisce a Ginevra; nel 1755 inizia a collaborare all’Encyclopedie. Del 1756 sono il Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni, e il Poeme sur le desastre de Lisbonne, che anticipa l’argomento svolto in Candido e l’ottimismo (1759): la dimostrazione dell’assurdità dell’ottimismo filosofico di Leibniz e l’invito all’umanità di non aggiungere il male morale al male già insito nella Natura.
   Nel 1760 Voltaire che intanto si è stabilito definitivamente a Fernet, al confine svizzero, si dedica a importanti opere filosofiche: Trattato della tolleranza, 1763; Dizionario filosofico, 1764; Questions sur l’Encyclopedie, 1770, e scrive un gran numero di pamphlet contro gli abusi della giustizia, e contro tutte le forme di superstizione e di intolleranza.
   Il 30 maggio 1778 Voltaire muore a Parigi, dove era stato eletto presidente dell’Accademia.
  
   Antologia di giudizi:

  •    “Tranne che in alcuni suoi capolavori, coglie solo il lato ridicolo delle cose e dei tempi. Mentre la sua immaginazione v’incanta, fa balenare una falsa ragione che distrugge il meraviglioso, rimpicciolisce l’anima e rivela in una luce orrendamente gaia l’uomo all’uomo. Seduce e affatica per la sua immobilità; estasia e disgusta; non si sa quale sia la forma a lui propria: sarebbe insensato se non fosse così saggio, e cattivo se la sua vita non fosse piena di benemerenze.” Chateaubriand
  •    “E’ troppo leggero per essere crudele. Dice cose enormi piroettando sul tallone. Ma è ammirevole nel contraddirsi, per andare di slancio fino in fondo a un’idea e poi, con altrettanto slancio, sino in fondo all’idea contraria, per essere inconseguente con sovrana e intrepida certezza, per essere ateo, teista, ottimista, pessimista, audace innovatore, reazionario arrabbiato, sempre con la stessa lucidità di pensiero e decisione di argomento, sempre come se non pensasse mai ad altro, cosa che rende ogni suo libro una meraviglia di limpidezza, e ogni sua opera un prodigio d’incertezza. Questo grande spirito è un caos di idee chiare.” Faguet
  •    “Voltaire fu l’ultimo grande scrittore che, nel maneggiare la lingua della prosa, ebbe l’orecchio di un greco, la coscienza artistica di un greco, la semplicità e la grazia di un greco.” Nietzsche
  •    “La filosofia volterriana è stata giudicata severamente. Faguet la definiva ‘un caos di idee chiare’. E’ certo che un sistema perfettamente chiaro ha poche possibilità di essere l’immagine di un mondo oscuro. Voltaire ha indicato meglio di chiunque, nei suoi giorni di franchezza, i limiti della chiarezza e quel che c’è, nei destini umani, di follia e di confusione.” Maurois
  •    “Il filosofo che più ha fatto per preparare la forma attuale della nostra civiltà.” Lanson



Credits: Parte della biografia è stata tratta dall’introduzione al Dizionario filosofico, 2ª edizione Gli Oscar, novembre 1968 – Mondadori

 

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Anima

Nessun Commento, Anima, Voltaire, by Max.

   Sarebbe una bella cosa veder la propria anima. Conosci te stesso è un magnifico precetto, ma soltanto Dio può metterlo in pratica: chi altri può conoscere la propria essenza?
   Noi chiamiamo “anima” quello che ci anima. E non ne sappiamo di più, dati i limiti del nostro intelletto. I tre quarti del genere umano se ne contentano, e non si preoccupano dell’essenza pensante; l’altro quarto invece cerca e ricerca, ma nessuno ha trovato.
   Povero pedante, tu vedi una pianta che vegeta, e dici “vegetazione”, o “anima vegetativa”; osservi che i corpi hanno e comunicano il moto, e dici “energia”; vedi il tuo cane da caccia che sotto la tua guida impara il suo mestiere, e gridi “istinto”, “anima sensitiva”; hai delle idee composte, e dici “intelletto”.
   Ma, di grazia, che intendi con queste parole? […]

   Vediamo prima di tutto quel che tu sai, le cose di cui sei veramente sicuro: che tu cammini coi piedi, e digerisci con lo stomaco, che hai delle sensazioni per mezzo di tutto il corpo, e pensi con la testa. E vediamo se la tua semplice ragione ha potuto illuminarti abbastanza da autorizzarti a concludere, senza un intervento soprannaturale, che tu hai un’anima.
   I primi filosofi, caldei o egiziani che fossero, ragionarono a questo modo: “Bisogna che ci sia in noi qualche cosa che produce i nostri pensieri; e questo qualche cosa dev’essere molto fino: sarà un soffio, fuoco, etere, una quintessenza, un simulacro leggero, una entelechia, un numero, un’armonia”. Finalmente, secondo il divino Platone, si trattò di un composto del medesimo e dell’altro. “Sono atomi che pensano in noi”, disse invece Epicureo, seguendo Democrito. Ma, caro mio, come fa un atomo a pensare? Confessa che non ne sai nulla.
   L’opinione che senza dubbio dobbiamo preferire, è che l’anima sia un essere immateriale; ma certo è che non riusciamo a concepire che cosa sia questo essere immateriale. “No”, rispondono i sapienti, “ma noi sappiamo che la sua natura è di pensare”. E come lo sapete? “Lo sappiamo, perché pensa”.
Oh sapienti!
   Ho paura che voi siate ignoranti quanto Epicureo: la natura di una pietra è di cadere, perché la pietra cade; ma io vi domando che cos’è che la fa cadere.

   “Noi sappiamo”, proseguono i sapienti, “che una pietra non ha anima”. D’accordo, lo credo anch’io. “Noi sappiamo che una negazione e un’affermazione non sono cose divisibili, non sono parti della materia”. Sono anch’io del vostro parere. Ma la materia (che d’altronde è per noi cosa ignota) possiede pure delle qualità che non sono materiali, che non sono divisibili: la gravitazione, per esempio, verso un centro d’attrazione che Iddio le ha assegnato. Ora, questa gravitazione non è fatta di parti, non è divisibile. E così la forza motrice dei corpi. E la vegetazione dei corpi organici, la loro vita, il loro istinto, non sono neppure esseri materiali a parte, enti divisibili: voi non riuscirete mai a tagliare in due la vegetazione di una rosa, la vita di un cavallo, l’istinto di un cane, così come non potrete dividere in due parti una sensazione, o una negazione e un’affermazione.
   La vostra bella prova, ricavata dalla indivisibilità del pensiero, non prova niente del tutto.
   Che cos’è dunque che voi chiamate la vostra anima? Che idea ne avete? Voi non potete, senza una rivelazione soprannaturale, far altro che ammettere in voi una facoltà, di natura ignota, di sentire, di pensare.


Anima, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

 

   Fu un bel chiasso nelle scuole, e anche fra le persone che amano ragionare, quando Leibniz, parafrasando Platone, costruì il suo bell’edificio del migliore dei mondi possibile, e immaginò che tutto andasse per il meglio. Egli affermò, nelle brume della sua Germania, che Iddio non poteva fare se non un solo mondo. Platone aveva lasciato almeno a Dio la libertà di farne cinque, per la ragione che non vi sono più di cinque solidi regolari: il Tetraedro, il Cubo, l’Esaedro, il Dodecaedro, l’Icosaedro. Ma siccome il nostro mondo non ha la forma di nessuno dei cinque solidi di Platone, mi sembra che egli avrebbe dovuto concedere a Dio anche una sesta maniera.
   Lasciando stare il divino Platone, e tornando a Leibniz, che era certamente miglior geometra di lui e metafisico più rigoroso: diremo dunque che egli rese al genere umano il gran favore di fargli vedere che noi dobbiamo essere tutti contentissimi del nostro stato, e che Dio non poteva fare di più per noi, poiché egli aveva di necessità scelto, tra tutti i partiti possibili, quello che era indubbiamente il migliore.
   “Ma che ne facciamo allora del peccato originale?”, gli gridarono molti. “Ne faremo quel che potremo”, diceva Leibniz fra i suoi amici; ma in pubblico scriveva che il peccato originale rientrava di necessità nel migliore dei mondi possibile.
   Come! Essere cacciati da un luogo di delizie, dove si sarebbe potuto vivere eternamente se non si fosse mangiato quel pomo? Come! Generare nella miseria dei figli infelici, che dovranno soffrire d’ogni cosa e faranno soffrire ogni cosa agli altri? Come! Subire tutte le malattie, provare tutti i dispiaceri, morire nel dolore, e, come rinfresco, venire bruciati per l’eternità dei secoli? Questa sorte è proprio la migliore che fosse possibile? A noi non sembra certo troppo buona; e come mai può sembrar buona a Dio?
   Leibniz capiva che non c’era niente da rispondere; e si limitò a scrivere dei grossi libri nei quali egli stesso non s’intendeva.
   Negare che esista il male, potrà essere detto per scherzo da un Lucullo, che sta bene in salute, mentre è a tavola con gli amici e l’amica nel suo salone d’Apollo; ma basta che egli si affacci alla finestra, e vedrà degli infelici: che gli venga la febbre, e sarà uno di quelli.

   Io non amo fare delle citazioni, perché di solito è una faccenda spinosa: si toglie un brano da un contesto, senza tener conto né di ciò che precede né di ciò che segue, e ci si espone a mille critiche. Ma qui bisogna che io citi Lattanzio, uno dei Padri della Chiesa, il quale al capo XIII del suo trattato Della collera divina, mette queste parole in bocca ad Epicuro:
“O Dio vuole togliere il male da questo mondo, e non lo può, o lo può e non lo vuole; o non lo vuole né lo può; o finalmente lo vuole e lo può. Se lo vuole e non lo può, è un caso di impotenza, che è contrario alla natura di Dio; se lo può e non lo vuole, è malvagità, che è ancor più contrario alla sua natura. Se non lo volesse né lo potesse, sarebbe malvagità e impotenza insieme; e se infine lo vuole e lo può (il solo di questi casi che convenga all’idea di Dio), da dove ha origine allora il male che è sulla terra?”
   L’argomento è pressante. E Lattanzio risponde piuttosto male, dicendo che Iddio ha voluto il male ma ci ha dato la saggezza con la quale possiamo conseguire il bene. Bisogna confessare che è una risposta assai debole, perché suppone che Iddio non potesse darci la saggezza se non creando il male; e poi, noi uomini abbiamo davvero una bella qualità di saggezza!!! […]
   Fra le assurdità di cui è zeppo questo mondo e che noi possiamo annoverare tra i nostri mali, non è la più piccola quella d’aver supposto due esseri onnipotenti, che lottano per cercare ciascuno dei due di mettere una maggior quantità di sé nel mondo, e fanno un accordo come quei due dottori di Molière: concedetemi l’emetico, e io vi concederò il salasso. […]

   Salterò da questa storiella a Milord Bolingbroke, per non annoiarvi troppo. Quell’uomo, che era senza dubbio un grande ingegno, suggerì al celebre Pope il piano del suo Tutto è bene. Prendetevi il capitolo sui moralisti, e troverete queste parole:
   “C’è molto da rispondere a questi lamenti sui difetti della Natura. Come mai essa è uscita così impotente e difettosa dalle mani di un essere perfetto? Ma io non nego che essa abbia dei difetti… La sua bellezza risulta dalle contrarietà, e la concordia universale nasce da una perpetua battaglia… E’ necessario che ogni essere sia immolato ad altri: i vegetali agli animali, gli animali alla terra…; e le leggi del potere centrale e della gravitazione, che danno ai corpi celesti il loro peso e il loro moto, non saranno certo alterate per riguardo a un debole animale il quale, benché protetto da queste stesse leggi, sarà tuttavia ben presto ridotto da loro in polvere”.
   Ma Bolingbroke, Shaftesbury e Pope, loro portavoce, non risolvono con questo la faccenda: il loro Tutto è bene
viene a dire semplicemente che l’universo è retto da leggi immutabili. E chi non lo sa? […]

   E’ certo un ordine chiaro e costante, fra gli animali di qualsiasi specie. Tutto è ben ordinato. Quando nella mia vescica si forma una pietra, ciò avviene per un processo ammirevole: umori calcarei entrano a poco a poco nel mio sangue, si infiltrano nei reni, passano per gli uretri, si depositano nella mia vescica, vi si riuniscono in virtù di una mirabile attrazione newtoniana; e così si forma una pietruzza, che poi diventa più grossa, e io soffro dolori cento volte più atroci della morte, in virtù di questo meraviglioso fenomeno.
   Allora un chirurgo viene a piantarmi un ferro acuto e tagliente nel sedere, e acchiappa la mia pietra con una pinzetta: quella si spezza sotto i suoi sforzi, per conseguenza di un contrasto di forze necessarie; e per conseguenza di questa conseguenza io muoio fra atroci tormenti. E tutto ciò è bene: vale a dire che tutto ciò è la chiarissima conseguenza di leggi fisiche inalterabili. Grazie tante; lo sapevo anche prima.
   Se noi fossimo insensibili, non ci sarebbe niente da dire. Ma non si tratta di questo: noi vi abbiamo chiesto se vi sono o no dei mali sensibili, e da che hanno origine. “Non esistono mali” dice Pope nella quarta epistola del suo Tutto è bene: “o, se vi sono dei mali particolari, essi concorrono a formare il bene universale”.
   E’ un bene universale assai curioso, formato dalla pietra, dalla gotta, e da tutti i delitti e tutte le sofferenze, dalla morte e dalla dannazione! […]

   Quel sistema del Tutto è bene rappresenta in sostanza il Creatore come un re potente e malvagio, che non si preoccupa se debbano perire quattro o cinquecentomila uomini, e gli altri trascinar la loro vita nella carestia e nei dolori, purché egli possa venire a termine dei suoi progetti.
   Lungi dunque dal consolarci, questa tesi del migliore dei mondi possibili è disperante per i filosofi che la adottano. La questione del bene e del male resta un caos oscurissimo per quelli che la esaminano in buona fede; ed è un semplice gioco per quelli che la discutono: forzati che giocano con le loro catene. In quanto al volgo, che non sta a ragionare, esso è simile a quei pesci che l’uomo ha fatto passare da un fiume in un vivaio, e non sospettano che si trovano là soltanto per essere mangiati quando verrà la quaresima. Così noi, con la nostra ragione, non possiamo nulla sapere sulle cause del nostro destino.
   Decidiamoci a mettere alla fine di quasi tutti i capitoli della nostra metafisica la sigla dei giudici romani quando non riuscivano a chiarire una causa: N. L., non liquet, la cosa non è chiara.


Bene, Tutto è bene, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

 

‘Dio è morto’Friedrich Nietzsche
‘Dio è morto, Marx è morto… e anch’io oggi non mi sento molto bene’Woody Allen

   Questione Quinta:
   Dopo la nostra santa religione, che senza dubbio è la sola buona, quale sarebbe la meno cattiva?
   Non sarebbe forse la più semplice? Non sarebbe quella che insegnasse molta morale e pochissimi dogmi? Che tendesse a render giusti gli uomini senza obbligarli a credenze assurde? Che non ordinasse di credere a cose impossibili; contraddittorie, ingiuriose per la divinità e dannose al genere umano, e non osasse minacciare di pene eterne chiunque preferisce tenersi al senso comune? Non sarebbe forse una religione che non sostenesse con la sua influenza dei sanguinari tiranni, e che non inondasse la terra di sangue a causa di sofismi incomprensibili? Una religione nella quale un equivoco, un gioco di parole e due o tre documenti falsificati non potessero eguagliare a un sovrano e a un Dio un prete magari incestuoso, omicida e avvelenatore? (
Nota: qui Voltaire probabilmente si riferisce a quanto detto sulla deposizione di Papa Giovanni XIII nel Concilio di Costanza. E’ possibile leggere la voce Concili contenuta in questo blog sotto le citazioni di Voltaire tratte dal Dizionario filosofico). Che insegnasse soltanto ad adorare Iddio, e la giustizia, la tolleranza e l’umanità?

  Appendice:
  Io non parlo qui della nostra religione, che è la sola buona, la sola necessaria, la sola logicamente dimostrata, e la seconda rivelata. Ma vorrei domandarvi: non sarebbe stato possibile allo spirito umano di concepire una religione, non dico migliore della nostra, ma che fosse meno difettosa di tutte le altre religioni dell’universo riunite insieme? E quale dovrebbe essere questa religione?
   Non dovrebbe essere forse una religione che ci proponesse di adorare l’Essere Supremo, unico, infinito, eterno, formatore del mondo, che lo muove e lo vivifica, cui nec simile nec secundum? […]

   Una religione che ammettesse pochissimi di quei dogmi inventati dall’orgogliosa demenza degli uomini, e che sono perpetui argomenti di disputa; e ci insegnasse una morale semplice e pura, sulla quale non si potesse mai disputare? […]

   Che avesse delle cerimonie solenni atte a colpire il volgo, senza nessuno di quei misteri che possono respingere i saggi e irritare gli increduli? Che offrisse agli uomini più incoraggiamenti alla pratica delle virtù sociali che non mezzi per espiare le cattiverie? Che assicurasse ai suoi ministri un reddito sufficiente a farli vivere con decenza, ma non li lasciasse mai usurpare dignità e poteri che possano invogliarli a farsi tiranni?


Religione, Dizionario Filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

 

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Concili

4 Commenti, Pensieri, Voltaire, by Max.

   Tutti i concili sono infallibili: è impossibile dubitarne, giacché essi sono composti di uomini. E’ impossibile che mai le passioni, gli intrighi, lo spirito litigioso, la gelosia, pregiudizi e ignoranza, possano insinuarsi in queste assemblee.
   Ma perché, si chiederà allora, tanti concili sono stati gli uni contro gli altri? E’ per tenere allenata sempre la nostra fede: hanno avuto tutti ragione, ciascuno nel suo momento.
   Oggi i cattolici romani prestano fede solo ai concili approvati dal Vaticano; i cattolici greci solo a quelli approvati a Costantinopoli; i protestanti non sanno che farsi degli uni e degli altri. Così tutti sono contenti.
   Parleremo qui solo dei grandi concili: i piccoli non ne valgono la spesa.
   Il primo fu quello di Nicea. Riunito nel 325 dell’èra volgare, dopo che Costantino ebbe scritto e inviato per mezzo di Ozio quella sua bella lettera al clero un po’ turbolento di Alessandria: “Voi fate gran liti su un argomento di ben poca importanza. Queste sottigliezze sono indegne di persone ragionevoli…”. Si trattava di sapere se Gesù era natura creata o increata. Questione che non riguardava affatto la morale, che è la cosa essenziale: che Gesù sia stato nel tempo o prima dei tempi, non conta nulla riguardo al dovere che abbiamo di essere buoni e onesti. Dopo molte baruffe, fu deciso infine che il Figlio era della stessa natura del padre, e consustanziale con lui. E’ una formula incomprensibile, ma appunto perciò più sublime. […]

   Checché ne sia, in questo primo concilio non si parlò della Trinità. La formula dice: “Noi crediamo Gesù consustanziale al padre, Dio della Divinità, luce della luce, generato e non creato; crediamo anche allo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo, bisogna dirlo, fu sbrigato un po’ alla lesta.
   Troviamo nel supplemento del concilio di Nicea che quei Padri, essendo molto imbarazzati a distinguere quali erano i libri crifi e apocrifi dell’Antico e del Nuovo Testamento, li misero tutti alla rinfusa su un altare; e quelli non autentici caddero per terra. E’ un peccato che il segreto di questa bella ricetta sia oggi perduto.

   [Nota: Qui Voltaire si riferisce al metodo di scelta dei vangeli, per stabilire quali di quelli fossero apocrifi, cioè non autentici. I quattro vangeli che rimasero sull’altare sono quelli contenuti oggi (e da allora) nel Nuovo Testamento. Sono gli unici che la Chiesa riconosce come autentici per quanto riguarda il Nuovo Testamento. Di tutti gli altri non si parla praticamente mai. Eppure negli altri vangeli ci sono cose importantissime, come ad esempio l’infanzia di Maria, o l’incontro di Maria con Giuseppe. Ma il punto è che non essendo riconosciuti come autentici - grazie alla selezione praticata con il metodo descritto da Voltaire -, mancano dell’autorità necessaria per essere ritenuti credibili. Un cantante italiano però ne ha parlato lo stesso. E per la precisione ha dedicato un album intero a questo tema: è La Buona Novella, di Fabrizio de André. Ho sempre pensato di dedicare a quell’album di de André uno spazio in questo blog, ma vista la vastità del tema e l’importanza delle sue implicazioni, sto ancora aspettando di avere il tempo e la voglia necessari per un lavoro di questo genere. In futuro comunque comincerò a postare una canzone per volta dell’album, corredandola delle spiegazioni e dei riferimenti ai vangeli apocrifi che riuscirò a trovare. Nel frattempo consiglio a chiunque l’ascolto di quell’album. Voi non avete mai sentito parlare di Maria in un modo così bello, o di Gesù in modo così umano, o perfino dei ladroni che lo affiancarono sulla croce, non ne avete mai sentito parlare in maniera così bella da nessun cattolico - inclusi tutti i preti che abbia conosciuto - come ne parla il laico de André.]

   Dopo il primo concilio di Nicea, composto da trecentodiciassette vescovi infallibili, se ne tenne un altro a Rimini; e il numero degli infallibili fu questa volta di quattrocento, senza contare un grosso distaccamento di circa duecento a Seleucia. Questi seicento vescovi, dopo quattro mesi di dispute, tolsero unanimemente a Gesù la sua consustanzialità. Ma essa gli fu resa in seguito, salvo che dai sociniani. E così tutto è a posto. […]

   Tralascio altri concili tenuti per delle piccolezze, e vengo al sesto concilio universale di Costantinopoli, riunito per sapere con precisione se Gesù, avendo una sola natura, non avesse però due volontà. Tutti vedono come una tal cosa sia importante per vivere in grazia di Dio.
   Questo concilio fu convocato da Costantino il Barbuto, come tutti gli altri già convocati dagli imperatori precedenti. I legati del vescovo di Roma vi tennero la sinistra, i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia ebbero la destra. Non so se i caudatari a Roma pretendono che la sinistra sia il posto d’onore; ma checché ne sia, Gesù in quell’assemblea ottenne le sue due volontà.
   La legge mosaica aveva proibito le immagini: i pittori e gli scultori non avevano mai fatto affari presso gli Ebrei. Non si vede che Gesù abbia mai avuto quadri, eccetto forse il ritratto di Maria dipinto da Luca; e infine egli non raccomanda mai nei vangeli di adorare delle immagini. I Cristiani tuttavia si misero ad adorarne verso la fine del IV secolo, quando ebbero familiarizzato con le arti belle. L’abuso giunse a tal punto nell’VIII secolo che Costantino Copronimo riunì a Costantinopoli un concilio di trecentoventi vescovi, il quale anatemizzò il culto delle immagini, chiamandolo idolatria.
   L’imperatrice Irene tuttavia (quella stessa che farà poi cavare gli occhi a suo figlio) convocò nel 787 il secondo concilio di Nicea, e l’adorazione delle immagini fu riammessa. […]

   Nel 1414, ci fu il gran concilio di Costanza, dove ci si contentò di deporre Papa Giovanni XIII, accusato di mille delitti, ma si bruciarono Giovanni Hus e Gerolamo da Praga, per essere stati ostinati, visto che l’ostinazione è un delitto assai più grave che non l’assassinio, il ratto e la sodomia.
   Nel 1431, gran concilio a Basilea, non riconosciuto a Roma perché vi si depose Papa Eugenio IV, il quale non si lasciò deporre per niente.
   Infine abbiamo il gran Concilio di Trento, il quale non fu accettato in Francia in materia di disciplina; ma che fissò dei dogmi incontestabili, visto che lo Spirito Santo arrivava da Roma a Trento tutte le settimane per valigia diplomatica, a quanto dice fra Paolo Sarpi. Ma quel Sarpi sapeva un po’ di eretico.


Concili, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

   Colui che ha delle estasi, delle visioni, e scambia i suoi sogni con la realtà e prende le sue fantasie per profezie è un entusiasta; colui che sostiene questa sua follia con il delitto è un fanatico.
[…]

   Il fatto è che quando il fanatismo ha contagiato un cervello, il male è quasi incurabile. […]
   Il solo rimedio a questa malattia epidemica è lo spirito filosofico, il quale, diffuso pazientemente da uomo a uomo, finirà per addolcire i costumi dell’umanità, e per prevenire gli eccessi del male. Perché, una volta che il male ha preso piede, non c’è altro che mettersi in salvo e aspettare che l’atmosfera si purifichi. Le leggi e la religione non valgono contro questa peste degli animi. Anzi, in questi casi la religione, lungi dall’essere un rimedio salutare, diventa un veleno per quei cervelli infetti. […]

   Che rispondere a un uomo che vi dice che egli preferisce obbedire a Dio che agli uomini, e che, di conseguenza, è sicuro di guadagnarsi il paradiso scannandovi?
   Di solito i fanatici sono manovrati dai furfanti, che mettono loro il pugnale in mano e fanno come quel Vecchio della montagna, il quale a quanto si dice faceva gustare le gioie del paradiso a degli imbecilli, e prometteva loro per l’eternità quei piaceri di cui aveva dato loro un saggio, a condizione che se ne andassero ad assassinare tutti quelli che lui avrebbe indicato. Non c’è stata al mondo che una sola religione indenne dalla macchia del fanatismo: quella dei letterati cinesi. Però le sette dei filosofi, non solo andavano esenti da questo contagio, ma ne presentavano il rimedio: perché l’effetto della filosofia è di indurre alla serenità dell’animo, e il fanatismo è incompatibile con questa serenità.


Fanatismo, Dizionario Filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778 

 

   La carestia, la peste e la guerra, sono i tre ingredienti più famosi di questo basso mondo. Possiamo iscrivere nella classe della carestia tutti i perversi cibi cui la miseria ci obbliga di ricorrere per abbreviare la nostra vita, nella speranza di sostentarla. Poi comprenderemo nella voce ‘peste’ tutte le malattie contagiose, che saranno sulle due o tremila. E questi due bei presenti ci vengono dalla Provvidenza.

   Ma la guerra, che reca in sé o facilita tutti gli altri doni, questa ce la facciamo noi stessi; e ci viene per solito dalla fantasia di tre o quattrocento persone diffuse sulla superficie del globo, sotto il nome di principi o governanti; ed è forse per questa ragione che in molte dediche di libri o altro essi vengono chiamati ‘le immagini viventi della Divinità’. [...]

   E’ senza dubbio una bellissima arte, questa che devasta i campi, distrugge le case, e fa morire in media, ogni anno, quarantamila uomini su centomila. Questo ritrovato fu usato dapprima dai popoli riuniti per il loro comune benessere: per esempio, il parlamento dei Greci, circa tremila anni fa, dichiarò al parlamento dei Frigi e popoli circonvicini, che la Grecia aveva intenzione di mettersi su un migliaio di barche da pescatori per andare a sterminarli se ci riusciva.

   Così il popolo romano, in assemblea, giudicava che fosse nel suo interesse andare a battersi prima della mietitura contro il popolo dei Vei, o contro i Volsci. E qualche anno dopo, tutti i Romani, pensando d’aver ragione in una certa lite contro i Cartaginesi, si batterono a lungo per terra e per mare.
   Oggi, la cosa è un po’ diversa.

   Uno studioso in genealogie dimostra a un principe che egli discende in linea retta da un conte, i cui parenti tre o quattro secoli fa avevano fatto un ‘patto di famiglia’ con una casata di cui non sussiste neppur la memoria; e questa casata aveva delle lontane pretese su una certa regione il cui ultimo possessore è morto di apoplessia. Allora il principe e il suo Consiglio concludono senza difficoltà che quella provincia appartiene a lui per diritto divino. La provincia in questione, che è a qualche centinaio di leghe di distanza, ha un bel protestare che non lo conosce, che non ha nessun desiderio di essere governata da lui, che per dar legge a un popolo bisogna almeno avere il suo consenso: questi discorsi non arrivano nemmeno alle orecchie del principe, saldo nel suo buon diritto. Egli trova immantinente un gran numero di uomini che non hanno niente da perdere: li veste di un grosso panno blu a cento soldi il metro, orla i loro berretti con un bel filetto bianco o dorato, gli insegna a voltare a destra e sinistra, e marcia con loro alla gloria.

   (Nota: Il pretesto con il quale questo principe ‘moderno’ si crede autorizzato a una guerra di conquista, è esattamente quello che accampò Luigi XIV, il quale, figlio e marito di principesse spagnole, reclamò le Fiandre e scatenò quindi la cosiddetta ‘guerra di devoluzione’.)

   Gli altri principi, che sentono parlare di questa bella impresa, subito vi prendono parte, ciascuno secondo il suo potere, e ricoprono così una piccola parte del globo di tanti assassini mercenari quanti non ne ebbero mai al loro seguito Gengis-Kan, Tamerlano o Bajazet.

   Altri popoli, lontani, sentono dire che si sta per battersi, e che ci sono cinque o sei soldi al giorno da guadagnare per quelli che vogliono partecipare alla festa, si dividono subito in bande, come i mietitori, e vanno ad offrire i loro servigi a chiunque voglia assoldarli.
   E tutte queste moltitudini si accaniscono le une contro le altre, non solo senza avere nessun interesse nella faccenda, ma senza neppur sapere di che si tratta.

   Talvolta vi sono cinque o sei potenze belligeranti tutte insieme: tre contro tre, o due contro quattro, o una contro cinque, che si detestano egualmente le une e le altre, si uniscono e si attaccano volta a volta, e son tutte d’accordo in una sola cosa: di fare il maggior male che si può.

   Ma la cosa più straordinaria di queste infernali intraprese, è che ciascuno di quei capi di assassini fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Iddio, prima d’andare a sterminare il suo prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non starà a ringraziar Dio per questo; ma quando è riuscito a sterminarne almeno diecimila col ferro e col fuoco, e inoltre, per colmo di grazia, ha distrutto qualche città da cima a fondo, allora si fa cantare a quattro voci una canzone di lode a Dio, piuttosto lunga, composta in una lingua ignota a tutti quelli che hanno combattuto, e per giunta farcita di barbarismi. [...]

   Miserabili medici delle anime, che gridate per un’ora e un quarto su qualche puntura di spillo, e non trovate una parola per una malattia che ci strazia e distrugge! Filosofi moralisti, bruciate tutti i vostri libri! Fino a che il capriccio di pochi uomini spingerà milioni di nostri fratelli a scannarsi lealmente fra di loro, quella parte del genere umano che si fa dell’eroismo un mestiere, sarà la cosa più mostruosa di tutto il creato.

   Che cosa diventano e che m’importano la carità cristiana, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la mitezza, la saggezza, la fede, quando una mezza libra di piombo tirata da mille passi mi fracassa il corpo, e io muoio a vent’anni fra tormenti orribili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi aprendosi per l’ultima volta vedono la città dove son nato distrutta dal ferro e dal fuoco, e gli ultimi suoni che odono le orecchie sono i gemiti delle donne e dei bambini che spirano sotto le rovine: tutti per i pretesi interessi di un uomo che non ho mai visto né conosciuto?

   [Nota di Voltaire: Non sarà inutile notare che il celebre Montesquieu, che passava per un uomo umano, ha pur detto che è giusto portare il ferro e il fuoco fra i propri vicini, nel dubbio che essi non vengano a prosperar troppo. Se questo è lo spirito delle leggi, sarà quello delle leggi dei Borgia o di Machiavelli. E se sciaguratamente egli avesse detto la verità, bisogna combattere contro questa verità, anche quando fosse provata dai fatti.
   Ecco le parole di Montesquieu:
   'Fra gli Stati il diritto di legittima difesa comporta talvolta la necessità di attaccare, quando un popolo vede che stare in pace più a lungo metterebbe un altro popolo in condizioni di distruggerlo, mentre attaccarlo in questo momento è il solo mezzo di impedire una tal distruzione'.

   Ma come l'attacco, il rompere la pace, può essere il solo mezzo di impedire una tal distruzione? Bisognerebbe essere proprio sicuri che questo vicino vorrà distruggervi quando sarà diventato potente. E per esser sicuri, bisogna che egli abbia già fatto dei preparativi contro di voi. Ma in questo caso sarà lui che avrà incominciato la guerra, e non voi. La vostra proposizione è dunque falsa e contraddittoria.

   Se ci fu mai guerra chiaramente ingiusta, è questa che ci proponete: d'andare ad ammazzare il nostro prossimo per paura che il nostro prossimo (che non ci attacca) arrivi a mettersi in condizione di attaccarci; il che vuol dire che bisogna mettersi nel caso di rovinare il proprio paese, per la speranza di rovinare senza ragione quello di un altro. Cosa che non può essere certo né utile né onesta; perché oltre a tutto non si è mai sicuri di vincere, questo si sa.

   Se il vostro vicino diventa troppo potente durante la pace, chi vi impedisce dal rendervi potente come lui? Se egli ha fatto delle alleanze, fatene dal canto vostro. Se, avendo un minor numero di preti e frati, avrà più operai specializzati e soldati, imitatelo in questa saggia amministrazione. Se egli esercita meglio i suoi marinai, esercitate i vostri. Tutto ciò è giustissimo. Ma esporre il vostro popolo alla più orrenda miseria, con la speranza, che si rivela tanto spesso chimerica, di rovinare il vostro amato confratello, il serenissimo principe limitrofo! Non stava proprio a un presidente onorario di una pacifica corporazione, venire a dare di questi consigli.]


Guerra, Dizionario filosofico. Voltaire, Parigi 1694 – 1778